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L’Acquifero del Gran Sasso è in pericolo

acquifero del gran sasso

Grave pericolo incombe sull’acquifero del Gran Sasso. Siamo in Abruzzo, Regione che conta su questo bacino per rifornire d’acqua circa 700.000 cittadini delle province di L’Aquila, Teramo e Pescara.

Ma l’acquifero del Gran Sasso pare non essere più in sicurezza: le due gallerie autostradali dell’A24 Roma-Teramo (oltre 10 km ciascuna gestite a oggi dalla Strada dei Parchi SpA), e i laboratori sotterranei dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, realizzati sotto il Gran Sasso dal 1969 al 1987, a diretto contatto con la falda la metterebbero in serio pericolo.

È quanto sostiene da tempo l’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso (promosso da diverse associazioni tra cui WWF, Legambiente, Mountain Wilderness, ARCI, ProNatura, Cittadinanzattiva, Guardie Ambientali d’Italia – GADIT, FIAB, CAI e Italia Nostra).

In questi giorni sono in discussione la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina di un commissario straordinario governativo. Di fatto l’Osservatorio denuncia che nel corso degli anni, per evitare la pressione sulle gallerie e sui laboratori, l’acqua della falda è stata captata e utilizzata per la distribuzione potabile.

Circa 100 litri/secondo vengono prelevati dall’area dei laboratori e circa 700 litri/secondo dall’area delle gallerie. La mancata impermeabilizzazione delle gallerie e dei laboratori ha determinato negli anni molteplici problemi, i più gravi dei quali si sono verificati il 16 agosto del 2002 quando una fuoriuscita di trimetilbenzene durante un esperimento condotto nei laboratori determinò la perdita della sostanza nell’acquifero del Gran Sasso e da questa nella rete di distribuzione, e l’8/9 maggio del 2017 quando per due giorni fu vietato il consumo di acqua in gran parte della provincia di Teramo a seguito dell’intervento della ASL che aveva evidenziato problemi nell’acqua proveniente dalle captazioni del Gran Sasso.

A seguito di quest’ultimo incidente il 13 settembre prossimo inizierà un processo presso il Tribunale di Teramo che vede imputati i vertici della Strada dei Parchi SpA, dell’INFN e della Ruzzo Reti. I reati contestati sono l‘inquinamento ambientale (art. 452 bis CP) e il getto pericoloso di cose (art. 674 CP).

L’inchiesta giudiziaria, che porta la firma dei PM Greta Aloisi, Davide Rosati e Stefano Giovagnoni, coordinati dal procuratore Antonio Guerriero, ha visto anche la produzione di una corposa relazione da parte dei periti nominati dalla Procura che descrive una situazione drammatica per la mancanza di sicurezza del sistema.

Recentemente la Strada dei Parchi SpA ha anche annunciato per il prossimo 19 maggio la chiusura delle gallerie autostradali. Una chiusura che isolerebbe l’Abruzzo rispetto a Roma e renderebbe molto più difficile il collegamento tra i due versanti.

A fronte di tale situazione la Regione Abruzzo, con la delibera della giunta regionale del 29 aprile 2019, ha avanzato la richiesta di dichiarazione di emergenza e nomina di un commissario straordinario governativo per la messa in sicurezza del sistema Gran Sasso.

E il Governo, attraverso il Ministero delle Infrastrutture dei Trasporti ha confermato la volontà di accogliere tale richiesta annunciando la predisposizione di un apposito emendamento nella conversione in legge del Decreto Sbloccacantieri.

In realtà, non è la prima volta che si arriva alla nomina di un commissario da parte del Governo. Già a giugno 2003 fu dichiarato lo stato di emergenza socio-ambientale nel territorio interessato dagli interventi di messa in sicurezza del sistema Gran Sasso a cui seguì nel luglio del 2003 la nomina di Angelo Balducci come Commissario straordinario, poi prorogata per anni e chiusa solo nel 2009.

Come ha recentemente attestato anche la richiamata perizia dei consulenti nominati dalla Procura di Teramo, nonostante gli oltre 80 milioni di euro spesi, gli interventi effettuati durante il commissariamento non hanno, se non in minima parte, risolto la mancanza di impermeabilizzazione nelle gallerie e nei laboratori, tanto è vero che, a distanza di anni, il problema è rimasto sostanzialmente invariato e si torna a chiedere un commissario.

Ma l’Osservatorio teme che non sarà sufficiente il Commissariamento: la messa in sicurezza deve essere completa e definitiva.

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Che bello parlare di scienza al bar

pint of science 2019

Portare la scienza nei bar e parlarne come se si discutesse di una partita di calcio (ma con maggiore cognizione di causa): è quanto da 5 anni a questa parte si prefigge di fare Pint of Science.

L’edizione italiana 2019 si svolgerà dal 20 al 22 maggio e vedrà la partecipazione di oltre 300 ricercatori che si alterneranno nei pub di tutta Italia. Si parlerà di microplastiche, nanotecnologie.

Dai buchi neri alla fisica quantistica; dai cambiamenti climatici al deep learning; e poi robotica, biotecnologie, vulcani, social network, staminali, droni volanti e perfino archeologia da strada.

Ce n’è davvero per tutti i gusti: scorrendo la lista degli argomenti trattati dagli speaker ospiti di Pint of Science 2019 c’è davvero l’imbarazzo della scelta. 23 città (erano 6 nella prima edizione nel 2015) hanno aderito all’iniziativa. Oltre 70 i pub coinvolti.

Li trovate ad Avellino, Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Ferrara, Genova, L’Aquila, Lucca, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Pavia, Pisa, Reggio Calabria, Roma, Rovereto, Sarno, Siena, Torino, Trento, Trieste.

Sei le differenti aree tematiche in cui si articolano i talk di Pint of Science: Beautiful Mind (neuroscienze, psicologia e psichiatria), Atoms to Galaxies (chimica, fisica e astronomia), Our Body (biologia umana), Planet Earth (scienze della terra, evoluzione e zoologia), Tech Me Out (tecnologia) e Social Sciences (legge, storia e scienze politiche).

Durante ognuna delle tre serate, ciascuno dei 74 pub coinvolti ospiterà presentazioni interattive di circa 40 minuti alle quali seguiranno le domande del pubblico, in un’atmosfera resa colloquiale e distesa anche grazie alle birre spillate durante la conversazione.

Il format consiste nel mettere insieme un pubblico di semplici appassionati insieme a ricercatori impegnati in temi di grande attualità nel campo delle scienze. Garantito un linguaggio che al tempo stesso risulti semplice ma non banale.

All’evento di Milano parlerà di neuroscienze e riabilitazione Letizia Leocani (AISM), a Roma sarà la ricercatrice Pia Astone (INFN Sezione di Roma1) a farlo, tra i protagonisti della scoperta delle onde gravitazionali, a raccontare come sono state osservate e come vengono prodotte nelle collisioni tra buchi neri, mentre a Napoli sarà il professor Bruno Siciliano (Università di Napoli Federico II) a raccontare le sue ricerche nel campo della robotica.

Ancora Catania avrà tra i suoi ospiti Isabella Pagano, direttrice del locale Osservatorio Astrofisico, che parlerà delle future missioni spaziali dell’INAF, mentre Matteo Marsili (ICTP) a Trieste tratterà un tema caldo e complesso, ossia il legame tra conseguenze indesiderate e la complessità della nostra società, e a Trento il professor Roberto Battiston (Università di Trento) condurrà gli ascoltatori in un viaggio alla scoperta degli esopianeti.

Inoltre, come negli anni precedenti, in linea con lo spirito di Pint of Science, nelle serate Beautiful Mind sponsorizzate dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) la manifestazione vedrà la presenza di volontari dell’AISM e di persone con sclerosi multipla che sottolineeranno l’importanza della ricerca scientifica e sensibilizzeranno il pubblico su una malattia ancora parzialmente sconosciuta.

Pint of Science è un evento gratuito non a scopo di lucro, che esiste grazie al contributo degli sponsor principali: INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), SIERR (Società Italiana Embriologia Riproduzione e Ricerca).

Inoltre, ogni città si avvale del sostegno di numerose realtà locali senza le quali la manifestazione non esisterebbe.

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Bando LIFE 2019, qualche suggerimento per ottenerlo

bando life 2019

Al bando LIFE 2019 (le cui misure scadono prima dell’estate come evidenziamo più avanti) anche questa volta possono partecipare progetti presentati dagli enti pubblici, che operano per esempio nella gestione di parchi o risorse naturali, dalle organizzazioni non a scopo di lucro, comprese le ONG, impegnate nella difesa e nella tutela dell’ambiente e dalle imprese impegnate in progetti che hanno un impatto positivo sull’ambiente (per esempio il recupero e riciclo di risorse, la riduzione delle emissioni di C02 e la riduzione dell’inquinamento).

Il bando LIFE 2019 finanzia i progetti e le soluzioni con ricadute positive sull’ambiente, per favorire il miglioramento dell’efficienza energetica dei processi produttivi, la riduzione e il riutilizzo dei rifiuti, il risparmio idrico, la riduzione delle emissioni di CO2, l’uso efficiente delle risorse, la mobilità sostenibile, la salute ambientale, la qualità dell’aria.

A disposizione un budget di circa 280 milioni di euro, di cui più di 220 sono dedicati al sottoprogramma per l’Ambiente e 57 per il sottoprogramma Azione per il Clima. I beneficiari non sono obbligati a costituire un partenariato, ma è sicuramente consigliato.

Progetti finanziabili dal bando LIFE 2019

A seconda delle tematiche, vengono finanziate diverse tipologie di progetto:

  • progetti pilota: adottano una tecnica o un metodo non applicato/sperimentato in precedenza o altrove con potenziali vantaggi ambientali o climatici
  • progetti dimostrativi: mettono in pratica, sperimentano, valutano e diffondono azioni, metodologie o approcci nuovi o sconosciuti nel contesto specifico del progetto e potenzialmente applicabili in circostanze analoghe
  • progetti di buone pratiche: applicano tecniche, metodi e approcci economicamente adeguati, all’avanguardia ed efficaci
  • progetti di informazione, sensibilizzazione e divulgazione: supportano la comunicazione, la divulgazione di informazioni e la sensibilizzazione dei sottoprogrammi previsti
  • progetti integrati: interessano solo il sottoprogramma Ambiente e attuano su una vasta scala territoriale (regionale, multi-regionale, nazionale, transnazionale) piani o strategie ambientali/climatici previsti dalla relativa legislazione dell’Unione Europea; promuovono il coordinamento e la mobilitazione di almeno un’altra fonte di finanziamento dell’Unione, nazionale o provata pertinente
  • progetti di assistenza tecnica: interessano solo il sottoprogramma Ambiente e forniscono un sostegno finanziario per aiutare i richiedenti a elaborare progetti integrati e per garantire che tali progetti siano conformi alle tempistiche e ai requisiti tecnici e finanziari del programma
  • progetti di rafforzamento delle capacità: sostengono finanziariamente le attività necessarie al rafforzamento delle capacità degli Stati membri al fine di permettere agli stessi di partecipare in maniera più efficace al programma
  • progetti preparatori: interessano solo il sottoprogramma Ambiente e si rivolgono alle specifiche esigenze per lo sviluppo e l’attuazione della politica e della legislazione ambientale e climatica dell’Unione

I progetti selezionati dalla Commissione Europea riceveranno un contributo a fondo perduto in percentuale variabile, in base alla tipologia di intervento. Il cofinanziamento europeo per i progetti tradizionali potrà essere al massimo pari al 55% dei costi ammissibili.

Per i progetti Natura e biodiversità, in alcuni specifici casi, il cofinanziamento europeo potrà arrivare fino al 75%. I progetti integrati riceveranno un cofinanziamento europeo fino a un massimo del 60%.

In caso di approvazione i progetti del sottoprogramma Ambiente potranno iniziare a partire dal 1° settembre 2020, mentre i progetti del sottoprogramma Azione per il Clima potranno iniziare dal 1° giugno 2020.

Per presentare la candidatura, attenzione alle scadenze delle misure del bando LIFE 2019, che differiscono in base alle diverse tipologie di intervento ammissibili, entro il 12 giugno, il 17 giugno, il 19 giugno e il 5 settembre 2019 per le proposte relative al sottoprogramma Ambiente.

Sono previste invece le scadenze del 12 giugno, del 5 settembre e del 12 settembre 2019, per i progetti relativi alle specifiche del sottoprogramma Azione per il Clima.

Maggiori informazioni sono disponibili sul sito di Easme.

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Se è plastic free lo vendi meglio

#plasticfree - italiani cercano sostenibilità

Buono per il pianeta, buono per me: la filosofia del #noplastic o #plasticfree e della sostenibilità a tutto tono è oggi un vero e proprio trend di mercato. E sembra proprio che tenerne conto faccia bene anche alle imprese.

Sono i dati di una ricerca condotta da Ipsos (realizzata – spiegano – sulla base di diversi studi e indagini di mercato condotte dall’Istituto stesso) a mettere in luce la tendenza.

Lo studio Ipsos sul gradimento verso sostenibilità e #plasticfree

Un primo dato: il 52% dei consumatori italiani vorrebbe che fossero le aziende a fare la differenza in termini di sostenibilità. A riporre questa fiducia nelle aziende è quindi una fetta considerevole di consumatori.

Nel 68% pare che gli italiani sarebbero disposti a spendere di più per un prodotto o un servizio erogato seguendo criteri di sostenibilità: consumare responsabilmente sta diventando un’aspirazione.

infografica #plasticfree - italiani cercano sostenibilità

Ma dove viene ricercata maggiormente la sostenibilità, dal consumatore? Anche questo aspetto è stato indagato da Ipsos, che ha scoperto come il basso impatto ambientale (77%) e le migliori condizioni lavorative dei dipendenti (50%) siano i due fattori che più vengono considerati all’atto della valutazione del cliente circa la sostenibilità di un prodotto.

Chi decide di investire in questo senso se ne accorge: gli investimenti in circular economy sono associati a un aumento del 58% in più del fatturato rispetto al 55% delle aziende che non lo fanno, ma anche a un +48% dell’export e +41% dell’occupazione, contro rispettivamente un +33% e un +34% del resto del mercato.

Investire in sostenibilità significa poter disporre di una reputazione aziendale molto più forte.

Molto spesso investire in sostenibilità significa fare i conti con il packaging, il quale porta alla produzione di milioni di tonnellate di rifiuti plastici e/o non riciclabili ogni anno.

Considerando che ben due consumatori su tre faticano a capire dove buttare i vari packaging, trovando poco comprensibili le indicazioni stampate sugli stessi, vien da sé che questo sia uno degli ambiti con più margine di manovra per quegli imprenditori che vogliono intraprendere la strada della sostenibilità.

Il packaging è ritenuto oggi il primo fattore di sostenibilità su cui viene valutato un brand.

Secondo gli italiani, un’azienda per essere considerata rispettosa dell’ambiente deve Utilizzare materiali da imballaggio eco-sostenibili (41%), Ridurre al minimo gli scarti di produzione (39%), Ridurre l’imballaggio dei prodotti (34%), Essere molto efficiente riducendo gli sprechi di materiale (33%)” commenta Diego Persali direttore Divisione Marketing Understanding Ipsos.

Il nuovo cittadino-consumatore è pronto ad agire anche in prima persona quando l’imballaggio non è eco-sostenibile. Il 53% degli italiani dichiara di acquistare prodotti realizzati con materiali riciclati, il 48% di fare riutilizzo degli articoli monouso, il 41% di smettere di acquistare beni con imballaggi non riciclabili e il 24% di smettere di andare nei negozi che usano molti imballaggi non riciclabili.

Il #plasticfree sarà quindi la tendenza di mercato del futuro… per forza di cose: ce lo impone la situazione ambientale!

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Le zanzare “dolci” non pungono più

zanzare zucchero

Che fossero le zanzare femmine a pungere si sapeva. E si diceva anche che in quel modo nutrissero le uova. Ma se si nutrono di dolce dello zucchero non pungono più. Lo afferma una ricerca coordinata da Paolo Gabrieli, ora al Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Milano.

Questa mostra, infatti, che se le zanzare si nutrono di zucchero, non pungono più. Il dato è alquanto interessante: ridurre il numero di punture delle zanzare non solo ci solleverebbe da un fastidioso problema ma ridurrebbe la trasmissione di numerose malattie, come malaria, la febbre Dengue e Zika, che ogni anno provocano 700.000 morti nel mondo, con miliardi di persone che vivono a rischio di contrarre queste malattie mortali ogni giorno.

La ricerca, condotta da Gabrieli quando era ancora al Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Pavia, si è basata sullo studio della zanzara tigre Aedes albopictus, una specie aliena in Italia e in Europa diffusasi a partire dagli anni ’90.

E attraverso questa si è potuto dimostrare che nei primi giorni dopo aver ingerito delle soluzioni di zucchero, un alimento che in natura gli insetti trovano nel nettare delle piante e che usano per vivere e volare, le zanzare non cercano di pungere l’uomo.

Lo zucchero induce un accumulo di molte riserve di grasso e zuccheri nelle zanzare e induce una vasta regolazione trascrizionale di molti geni, inclusi quelli coinvolti nella sintesi delle sostanze proteiche accumulate nelle uova (vitellogenine).

Il fatto che questi geni venissero regolati ci è sembrato subito molto intrigante, perché si sa che questi stessi geni vengono espressi ad altissimi livelli dopo che le zanzare hanno ingerito il sangue e che le proteine codificate servono per la formazione delle uova” dice Jessica Dittmer, primo autore dello studio.

Sopprimendo l’espressione di questi geni in vivo con tecniche di biologia molecolare dell’RNA interference, gli autori sono stati in grado di dimostrare che l’espressione di almeno uno di questi geni delle vitellogenine regola effettivamente lo stimolo a pungere nelle zanzare.

Questo apre nuove interessanti prospettive, sia dal punto di vista evolutivo e biologico, sia per il controllo delle zanzare. Era già stato dimostrato che le l’espressione delle vitellogenine controlla il comportamento in insetti sociali, come api e formiche, ma si pensava che questo fosse legato alla socialità di queste specie” spiega Paolo Gabrieli, corresponding author “Se consideriamo che conosciamo bene come controllare l’espressione di questi geni anche con insetticidi oggi già presenti sul mercato, potete immaginare che saremmo in grado, implementando le giuste strategie, di ridurre la voglia delle zanzare di pungerci” conclude.

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La carta di Amalfi si produceva in pura economia circolare

museo della carta di amalfi

Nei tempi antichi la carta di Amalfi era pregiata e prodotta con certosina cura e passione utilizzando gli scarti della lavorazione di altre materie prime… un primo vero esempio di economia circolare

La bell’Amalfi che fu pure repubblica marinara, divenne anche patria della carta e delle cartiere. Qui si produceva la carta chiamata bambagina.

Che nasceva dagli scarti della stoffa (naturale e quindi di cotone, canapa o lino); utilizzando l’urina (anche questa recuperata addirittura dai vespasiani) e lavorata anche con una colla che era prodotta con gli scarti dei conigli.

L’energia per produrla la dava l’acqua, quella che passava per la ruota del mulino. La bambagina era, quindi, due volte pregiata. Ancora più naturale perché prodotta senza alcuna materia prima. Fatta solo di scarti. Che dava lavoro anche a una filiera del recupero ante litteram.

Ad Amalfi ora c’è un museo, il Museo della carta, che testimonia il bel processo di questa lavorazione. Il direttore del museo è Emilio De Simone che ci accompagna nella scoperta di un mestiere antico che anticipava i buoni principi dell’economia circolare.

La storia di questa questo museo che ha al suo interno macchinari originali ancora oggi funzionanti a energia idraulica” ci racconta De Simone mente ci fa strada nei meandri di un antico edificio “si intreccia per ovvi motivi con la storia del magister in arte cartarum Nicola Milano, ultimo discendente della storica famiglia di cartari amalfitani che ha cessato di produrre carta nel 1969. È una storia a tratti tristi poiché con la morte di Nicola Milano avvenuta nel 2003 questa antica famiglia di cartari si è estinta“.

La carta di Amalfi veniva prodotta a mano foglio per foglio. “Oggi si parla molto di riciclo” continua De Simonema, prima era la norma, non si sprecava nulla. Infatti, oltre agli stracci si utilizzava per la collatura del foglio il carniccio che è uno scarto della lavorazione del coniglio. Anche l’urina veniva, con i dovuti accorgimenti, recuperata e utilizzata per la pulitura e la sbiancatura degli stracci“.

Tutte le cartiere di Amalfi utilizzavano l’acqua come fonte energetica. “L’acqua era di tutti e nessuno” spiega il direttore “Ecco perché veniva utilizzata e restituita al fiume affinché altri la utilizzassero ancora“.

Ma non solo: il cartaro doveva avere anche nozioni di falegnameria e faceva anche il fabbro e il carpentiere: perché chi lavorava la carta doveva saper riparare, costruire gli attrezzi necessari al proprio lavoro.

Se oggi in questo museo abbiamo dei macchinari così antichi” fa notare il nostro cicerone “dobbiamo ringraziare proprio questa loro arte di continua quasi spasmodica attività di riparazione“.

In realtà ci sentiamo in dovere di ringraziare anche questo caparbio direttore del museo della carta. Lui ci dice: “Io umilmente gestisco e dirigo questo museo dal 2000 nella consapevolezza di voler preservare questo patrimonio culturale, nella speranza che giovani possano appassionarsi a questa tradizione trovando, chissà, una fonte di sostentamento. Il mio è un tentativo, un esempio di attaccamento al mio territorio, alla mia gente e alle mie tradizioni“.

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Si chiude la dodicesima edizione di Fare i conti con l’Ambiente!

Fare i conti con l'ambiente 2019

La dodicesima edizione di Fare i conti con l’Ambiente, il festival formativo organizzato a Ravenna, si chiude. Green Planner ha seguito come media partner questo evento e vi presenta il resoconto finale della manifestazione.

Sono stati oltre 50 i momenti di incontro gratuiti a cui ha partecipato il pubblico delle grandi occasioni: focus sugli approfondimenti e la condivisione della conoscenza sulle nuove tecnologie e sui processi industriali, coniugando cultura e solidarietà e offrendo eventi d’arte e spettacolo.

Approfondimenti tematici sviluppati in collaborazione con reti esterne (associazioni, enti ed aziende), con il contributo del mondo delle università, dei ricercatori, dell’impresa, dei mass-media e del no-profit dedicati sia al mondo tecnico amministrativo sia ai cittadini.

Il programma si è dimostrato ancora una volta variegato e di grande qualità. Si è parlato di green economy, riqualificazione energetica, inquinamento da plastica, filiere del riutilizzo, sostenibilità ambientale nelle costruzioni, green public procurement (appalti verdi), fanghi di depurazione e acque reflue, digital transformation, blue growth, certificazione ambientale dei distretti produttivi, rifiuti inerti (e relativi Stati Generali), reati ambientali.

E poi, nelle conferenze, si sono affrontati temi come i cambiamenti climatici, la gestione del territorio, acqua e inquinanti, decomissioning, giornalismo ambientale, economia circolare e startup.

Da Ravenna parte anche un invito a un approccio diverso al giornalismo ambientale, che faccia della cura degli elementi tecnici il cuore di uno storytelling funzionale alla corretta informazione: a lanciarlo sono Antonio Pergolizzi (giornalista, scrittore, ricercatore), Emanuele Bompan (Giornalista Ambientale e Direttore di Materia Rinnovabile), Donato Berardi (Economista e ricercatore di Ref-Ricerche), Francesco Loiacono (giornalista e Direttore de La Nuova Ecologia) e Marco Fratoddi (editor in chief Sapereambiente, segretario generale FIMA).

L’inquinamento informativo – per i promotori – è pericoloso quanto quello ambientale, forse anche peggiore, essendo più subdolo e penetrante. Siamo infatti alle prese con uno storytelling di maniera, ancora troppo naïf, strumentale, infarcito di pressapochismi e leggende che alimentano facili campagne demagogiche giocate sulla pelle del paese.

Grande successo ha riscosso anche il progetto G100 lanciato da labelab, per offrire opportunità di formazione (ammissione gratuita alle Scuole di Alta Formazione) e relazione per 100 giovani neo-laureati nel corso di 5 anni.

Un investimento molto importante, in termini economici e organizzativi, che pone l’accento sulla formazione come strumento fondamentale per acquisire maggiori conoscenze e competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro.

Per competere in un ambiente contraddistinto da cambiamenti sostanziali e continui, è fondamentale acquisire un bagaglio culturale e personale che sia utile ad entrare in maniera qualificata e qualificante nel mondo del lavoro.

E a proposito di crescita personale e professionale, si sono svolte con successo a Ravenna la settima edizione del Corso Residenziale di Alta Formazione sulla Bonifica dei siti contaminati; la Scuola di Alta Formazione sulla Gestione dei Rifiuti (5^ Ed.); la Scuola di Alta Formazione sulla Gestione dei Sistemi Idrici (terzo anno); la Scuola sui Servizi Pubblici Locali (secondo anno): l’organizzazione ringrazia gli ordini professionali, impeccabili nel supporto.

L’evento ha ospitato anche la dodicesima edizione di Emergenze Creative, rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche ambientali, curata da Silvia Cirelli, che ha utilizzato ancora con successo gli strumenti della public art in chiave performativa.

I tre giorni del festival, all’interno di un palcoscenico particolare come il centro storico della città, hanno permesso” affermano Giovanni Montresori e Mario Sunseri, direttori della manifestazione “di ragionare in maniera collettiva e trasversale su contenuti dall’alto valore tecnico-scientifico e di particolare complessità. Il tutto continuerà attraverso la messa a disposizione in rete del materiale prodotto sul nostro sito e arrivederci a Ravenna 2020 che si terrà sempre a Ravenna a maggio 2020“.

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Eon Italia, accordo con la Bcc abruzzese

boschi eon

Banca, energia, alberi. Sono questi in estrema sintesi gli ingredienti di un nuovo accordo siglato tra la Bcc ed Eon Italia. Obiettivo è facilitare la sottoscrizione di un contratto luce e gas verde anche ai clienti della Banca di Credito Cooperativo Sangro Teatina.

L’operazione è due volte verde perché oltre a garantire luce proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili, i clienti della Bcc avranno una pianta messa a dimora nei boschi Eon con buona pace dell’ambiente.

A Oggi sono 26 i Boschi Eon e contano più di 83.000 alberi su una superficie complessiva di 69 ettari. E così si calcola che sia stata compensata la CO2 per un totale di circa 55.000 tonnellate.

Si allarga così all’Abruzzo la proposta di Eon che già copre le sedici filiali della banca in provincia di Chieti, Isernia e Campobasso. In precedenza l’utility aveva già siglato un accordo simile con Bcc CentroEmilia, Bcc CentroVeneto, Bcc CrediFriuli, Bcc FriulBanca, Bcc Brescia, Bcc S. Biagio, Bcc Romagna, Bcc Malatestiana, Bcc Banca Anagni. Segno che la collaborazione sul territorio funziona.

Tra i vantaggi anche quello di avere un unico interlocutore e semplificare ulteriormente la domiciliazione delle bollette. Anche questa volta, il potenziale per Eon non è banale: 4mila sono i soci Bcc e oltre 23mila i clienti della Banca di Credito Cooperativo Sangro Teatina.

Con la piantumazione, Eon può definire anche la fornitura di gas verde perché ogni albero messo a dimora consente di assorbire parte delle emissioni di CO2 derivanti dai consumi di gas naturale per riscaldamento o cottura delle famiglie, migliorando le condizioni di vita dell’ecosistema circostante.

Gli alberi sono piantumati nei Boschi Eon dal 2011. AzzeroCO2 garantisce la perfetta rispondenza degli interventi di forestazione ai principi etici e alle eventuali metodologie per la certificazione.

I Boschi Eon sono situati tutti in Italia, in 26 aree, prevalentemente visitabili, localizzate in prossimità dei territori di maggiore concentrazione dei clienti Eon. Per i clienti abruzzesi si sta studiando una piantumazione limitrofa.

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Dietro a una mela cosa ci sta? Il caso Melinda

consorzio melinda - i magazzini

La ricchezza di un semplice melo sta nella pianta, ma anche nell’organizzazione della filiera che ci sta attorno. È una case study quella di Melinda, il consorzio delle mele dal bollino blu che quest’anno è al suo trentesimo genetliaco.

440mila tonnellate di mele prodotte in media ogni anno nelle Valli di Non e Sole. Il bollino blu che le certifica rappresenta un brand che in Italia vanta il 99% di riconoscibilità.

Dietro, ci sono 4mila aziende agricole familiari consorziate in 16 cooperative, che coltivano globalmente circa 6.700 ettari di meleti. Si stima che 1.300 addetti siano impegnati in questa economia locale: il 70% rimane investito in Regione (Trentino Alto adige – ndr).

Ma quanto vale un melo e quanto dura? Ce lo racconta Andrea Fedrizzi, responsabile marketing di Melinda svelando anche alcuni segreti che stanno dietro al successo del consorzio trentino.

Quanto vive una pianta di mele? E dopo quanto tempo è redditizia?

La situazione oggi è molto diversa rispetto al passato. Una volta i meli avevano una vita che poteva arrivare fino ai 100 anni e davano i primi frutti soltanto dopo una decina d’anni. I tempi si sono notevolmente ridotti.

Parliamo, quindi, di una vita media che si attesta intorno ai 20 anni; il melo comincia a produrre frutti dopo un paio d’anni ed esprime tutto il suo potenziale dopo circa 5-6.

Quante mele produce in media un albero?

A pieno regime un melo produce intorno ai 20 kg che corrispondono a circa 120 mele di dimensione media. Chiaramente parlando di prodotti naturali, non industriali, non possiamo che esprimerci in termini di stime che poi sono soggette a variabilità dovuta a molti fattori: quanto è adulto il melo, quanto è grande e quale sesto di impianto viene utilizzato dall’agricoltore.

Quest’ultimo fattore, che determina la distanza tra singoli alberi e tra filari, comporta che piante vicine abbiano dimensioni più contenute e producano meno frutti e viceversa.

Quanta acqua richiede in media una mela?

L’acqua è una componente importantissima. Pensiamo che una mela di dimensioni medie pesa più o meno, 170 grammi: l’80%, quindi 135 grammi circa, è costituito da acqua.

Il nostro è un frutto che richiede quotidianamente acqua e, uno dei motivi per cui le mele Melinda sono eccellenti è anche lo speciale territorio in cui crescono, caratterizzato dalla presenza dei vicini ghiacciai che permettono un approvvigionamento costante tramite l’irrigazione a goccia, un sistema di estrema precisione che abbiamo adottato da diversi anni ed è decisamente più sostenibile del precedente.

Quale sono le mele più richieste in Italia?

Certamente la Golden Delicious: oltre il 50% di quelle sulle tavole degli italiani ha il nostro bollino blu.

Quali all’estero (a proposito Melinda quanto esporta?)

Per Melinda l’export si attesta intorno al 25-30%. In generale i consumatori non italiani cercano le mele con colori vivaci, in particolare quelle a buccia rossa.

Tra le più esportate ci sono le Gala e le Fuji. Un’eccezione ci sentiamo di farla per la Spagna che per Melinda è un Paese target molto importante: qui i consumatori hanno gusti più affini ai nostri e confermano la preferenza per la Golden Delicious.

Agli italiani la mela piace fresca o la preferiscono lavorata?

L’Italia – per fortuna – è uno dei Paesi in cui si consuma più frutta fresca in assoluto e la mela risulta oggi il frutto più consumato.

Detto questo è anche il frutto che maggiormente si presta alla lavorazione grazie alla sua ottima resa e duttilità. Questo vale sia per l’impiego domestico, sia per la destinazione alla trasformazione industriale.

Un esempio di successo è la Melinda Mousse – 100% Mela Golden Melinda – è uno dei trasformati a base mela più distribuiti in assoluto: ne vengono consumate oltre 30 milioni di confezioni ogni anno.

C’è la possibilità che il consorzio Melinda si apra anche ad altri territori? Ad altri consorziati?

No, assolutamente. La Val di Non è nel Dna delle nostre mele e la territorialità è il loro elemento distintivo. Le valli del Noce (Val di Non e Val di Sole) in cui crescono e danno frutti i nostri meli sono vocate naturalmente alla produzione melicola per svariati motivi, dalla vicinanza ai ghiacciai, all’esposizione al sole, all’altitudine.

Tutto in queste valli contribuisce a rendere le nostre mele Melinda, uniche al mondo, inimitabili: non potrebbero davvero avere origine altrove.

Per quanto riguarda l’adesione di altri consorziati possiamo dire che, sostanzialmente, non si pone il problema: quasi la totalità dei produttori della Val di Non è membro della grande famiglia Melinda.

Questo ci rende particolarmente orgogliosi del progetto che portiamo avanti: essere soci di un consorzio non è una scelta obbligata e prevede, naturalmente, un impegno collettivo nel raggiungimento di obiettivi comuni.

Il lavoro del singolo è sempre legato ai risultati di tutti, e viceversa. Il fatto che circa il 99% dei melicoltori nonesi abbia scelto di far parte del Consorzio Melinda è un attestato importante di validità e credibilità del nostro sistema.

Su cosa state puntando la vostra attenzione rispetto alle prossime tecnologie produttive?

La sostenibilità un tema oggi più che mai urgente: per Melinda da sempre è un focus fondamentale. Questo a partire da una valutazione molto concreta: l’impegno per la tutela del territorio, oltre ad avere un generale risvolto etico, è anche un obbligo che ogni coltivatore sente nei confronti del luogo in cui vive e in cui vivranno i suoi figli e nipoti.

Nel corso degli anni sono stati fatti continui investimenti in termini di riduzione dell‘impatto ambientale con tecnologie per il risparmio energetico e idrico, ma anche con iniziative per la tutela del suolo in superficie che, di fatto, è una risorsa da proteggere e che rientra in quella logica di valorizzazione di un territorio a grande vocazione turistica.

Anche questa è sostenibilità ed è stato uno dei tanti risvolti positivi che ha garantito la scelta di conservare le mele all’interno delle celle ipogee, anziché in nuovi magazzini costruiti ad hoc.

Ma l’impegno in sostenibilità ha tante forme, anche in campo: dagli impianti di irrigazione a goccia che, in assoluta precisione, evitano la dispersione d’acqua, alle pedane semoventi alimentate elettricamente di cui si sono dotati i melicoltori.

L’ultimo anello è quello della vendita: anche in questo caso siamo attivamente impegnati in un progetto di riduzione della plastica impiegata negli imballaggi per arrivare a soluzioni più green.

E il bio? Come lo intendete voi di Melinda?

Il bio è una delle due filosofie produttive di Melinda, insieme con l’integrato, entrambi orientati alla sostenibilità. Melinda, anche a fronte di un trend in crescita della richiesta di prodotti bio da parte dei consumatori, ha definito un piano che prevede nei prossimi 3-4 anni di arrivare ai 500 ettari convertiti alla produzione biologica. Questo significa circa il 10% delle nostre produzioni.

Già attualmente siamo i produttori trentini con i maggiori volumi di mele biologiche.

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Oggi inizia l’Overshoot Day: il budget datoci dalla Natura è finito qui

overshoot day 2019

Oggi, 10 maggio, siamo nell’Overshoot Day 2019, ovvero, nella data odierna, considerato lo stile di vita che conduciamo in Europa, possiamo considerare di aver esaurito il budget che la Natura ha messo a nostra disposizione.

Alcuni dati che spiegano la situazione critica: la popolazione europea rappresenta solo il 7% di quella globale e l’Unione Europea usa il 20% della biocapacità (la capacità degli ecosistemi di rinnovarsi) del Pianeta.

Per vivere abbiamo bisogno di quanto ci viene fornito dalla Natura: cibo, fibre, legname, capacità di assorbimento del carbonio e terreni dove poter costruire infrastrutture.

Tuttavia, se tutte le persone in tutto il mondo condividessero lo stesso stile di vita di cui godiamo nell’Unione Europea, a oggi, 10 maggio 2019, avremmo già sfruttato tutta la capacità che gli ecosistemi hanno di rinnovarsi durante l’anno.

Questo vale per l’Europa, per l’Italia invece, nonostante la crisi della nostra economia e la recente recessione, l’Overshoot Day cadrà il 15 maggio prossimo.

Mathis Wackernagel, fondatore e presidente del Global Footprint Network, avverte che “”.

Overshoot Day: qual è il suo significato?

La valenza simbolica di questa scadenza serve a far riflettere sull’eccessivo consumo di risorse che i Paesi più sviluppati stanno facendo: a questi ritmi infatti sarebbero necessarie 2,8 Terre per sostenere la domanda di risorse naturali richieste dal livello del consumo medio del cittadino europeo.

Inoltre l’impronta ecologica pro capite – ovvero l’ammontare di risorse naturali terrestri e marine consumate nell’Unione Europea – è la più alta del Pianeta insieme a quella degli Stati Uniti.

Per questi motivi in vista delle elezioni europee 2019 (che si svolgeranno in Italia il 26 maggio) il Wwf ha rivolto un appello a tutti i leader e ai rappresentati delle forze politiche dei 28 Paesi Membri dell’Unione Europea per stilare un Patto europeo per la Sostenibilità che contempla obiettivi e azioni sui cambiamenti climatici, la tutela della natura e lo sviluppo sostenibile per i prossimi cinque anni di legislatura comunitaria, con il fine di far diminuire l’impronta ecologica dell’Unione Europea, in modo che non solo siano rispettati gli impegni derivanti dall’Accordo di Parigi sul clima, ma per proteggere la stabilità, la sicurezza e la prosperità europea a lungo termine.

L’Earth Overshoot Day, cioè la data entro la quale l’umanità può considerare di aver utilizzato tutte le risorse ecologiche degli ecosistemi dell’intero pianeta, è caduta con un certo anticipo l’anno scorso il primo di agosto. Per il resto dell’anno, l’umanità opera sull’esaurimento del capitale naturale. Questo eccesso nell’utilizzo di risorse naturali è chiamato, appunto, overshoot.

Per Ester Asin, direttrice dell’Ufficio per le politiche europee (EPO) del Wwf “L’Overshoot Day dell’UE costituisce un duro promemoria sul fatto che il consumo dell’UE sta contribuendo al crollo ecologico e climatico del Pianeta. Questo non è solo irresponsabile, è addirittura pericoloso. Per questo chiediamo ai leader europei di riconoscere questa emergenza dimostrando la volontà politica di costruire un futuro sostenibile per l’Europa, mettendo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite al centro dell’azione dell’UE e stringendo un Patto europeo per la sostenibilità, da adottare dopo le prossime elezioni, che comprenda azioni concrete e coordinate sul clima e la natura proteggendo ciò che è vitale per tutti noi“.

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