Home Curiosità Non esiste economia circolare senza prevenzione

Non esiste economia circolare senza prevenzione

pubblicato il: - ultima modifica: 6 Agosto 2020
sostenibilità e green planner news
Foto di anncapictures da Pixabay

economia circolareLe risorse contano, eccome, altrimenti non è possibile dare vita all’economia circolare di cui tanto si parla.

Merito della campagna europea Make resources count, secondo l’associazione nazionale Comuni Virtuosi, è principalmente quello di mettere in luce lo spreco di materia, un tema che non riceve la giusta attenzione da parte di governi, pubblica opinione e media.

La mobilitazione coincide con la consultazione aperta dalla Commissione europea per raccogliere pareri che serviranno per formulare la tanto discussa normativa attesa per fine anno sul pacchetto economia circolare.

“L’associazione Comuni Virtuosi plaude all’iniziativa e condivide in pieno i contenuti della campagna promossa dall’Environmental Europea Bureau che rispecchiano i temi che hanno animato diverse iniziative promosse sul territorio dall’associazione negli anni. Anche le campagne nazionali a partire da Porta la Sporta lanciata nel 2009 sono nate proprio all’insegna della prevenzione”.

Per prevenire lo spreco complessivo di risorse non esiste altra via che intervenire a monte per cambiare alla radice il sistema attuale di produrre, commercializzare e, infine, gestire il fine vita dei beni, inclusi imballaggi e articoli usa e getta.

È ora di spostare l’attenzione, come ribadisce la campagna europea, alla fase di progettazione dei beni. Se si vuole tutelare per davvero ambiente ed economia la fase progettuale deve diventare l’oggetto su cui intervenire con legislazioni appropriate. Secondo i dati dell’EEB, l’80% dell’impatto ambientale di un prodotto viene predeterminato proprio nella fase del suo design.

Questo significa che l’80% della responsabilità sull’impatto ambientale dipende dalla scelte che sono a capo dell’industria. Sulla base di questo assunto la quantificazione del contributo ambientale che l’azienda produttrice dovrà versare come copertura dei costi di gestione del fine vita dei beni dovrebbe tenere conto della congruità con cui è stata gestita quella fase in linea con i principi stabiliti in sede comunitaria della responsabilità estesa del produttore e di chi inquina paga.

Volendo misurare il grado di responsabilità dei soggetti coinvolti è evidente che il più alto livello di responsabilità è quello di un governo che non legifera in merito e, quindi, non governa quei processi. Poi viene la responsabilità dell’industria, dei circuiti commerciali e distributivi.

Poi quella che attiene alla politica locale, ai vari livelli, (regione, provincia e comune) quando non assolve ai propri compiti. Infine si arriva alle responsabilità che attengono al cittadino consumatore. Quest’ultimo è però,comunque, quello che paga sempre il conto finale. Sia quando fà la cosa giusta (riducendo i rifiuti, differenziando, comprando prodotti più sostenibili), che quando si comporta in modo irrispettoso per l’ambiente.

Appurato che il modello economico lineare attuale (estrai-fabbrichi-butti) che esternalizza impatti e costi su ambiente e comunità non è più perseguibile per i limiti fisici del pianeta, spetta ai governi e all’industria costruire le premesse per uno sviluppo sostenibile.

Una drastica riduzione del consumo di materia, e non solamente di energia, è un’urgenza che invece aziende e governi non prendono per ora sul serio, quando non avversano. Forse perché il degrado che consegue allo sfruttamento intensivo delle risorse avviene lontano dai nostri occhi, oppure perchè viene superficialmente associata a una decrescita economica.

Niente di più sbagliato sia sul piano ambientale che economico. Ambientalmente parlando perchè in natura tutto è connesso, come stiamo imparando a capire dalle conseguenze del cambiamento climatico. Anche sotto l’aspetto economico/occupazionale studi internazionali attendibili come quelli della Fondazione Ellen McArthur hanno quantificato gli impatti positivi sul breve e lungo termine qualora si adottasse un’economia circolare.

La prevenzione è uno dei cardini dei modelli economici circolari e rappresenta la vera innovazione di cui il mondo ha bisogno. Solamente facendo pagare di più chi maggiormente inquina e meno chi produce prodotti più sostenibili si potrà orientare il mercato in senso ecologico premiando quelle aziende che fanno vera innovazione ambientale.

Una vera innovazione, secondo l’associazione dei Comuni Virtuosi è quella che non esternalizza su altri livelli e operatori della filiera il proprio impatto o gli effetti collaterali, ma è quella che migliora ed efficientizza il sistema in cui si va a inserire.

L’iniziativa mirata a imballaggi e articoli usa e getta Meno rifiuti più benessere trasmette dal 2012 il messaggio che non esiste una soluzione di imballaggio (ma anche un bene) che sia sostenibile a prescindere e pertanto adatto per tutti i continenti e latitudini. Ogni scelta di packaging (o di messa in vendita di prodotti senza packaging) deve tenere conto del contesto.

Di come tale contesto può metabolizzare al meglio le caratteristiche di ogni materiale, tenendo conto del suo intero ciclo di vita: dall’estrazione della materia prima al suo fine vita. Per fare un esempio concreto, una scelta responsabile che l’industria del beverage avrebbe potuto compiere quando ha cominciato a commercializzare le proprie bevande in paesi dove il riciclo è inesistente, qualche decennio fa, sarebbe stata quella di supportare il sistema del vuoto a rendere e del deposito su cauzione per i contenitori.

In questo modo le aziende multinazionali del beverage, che solitamente fanno un uso intensivo delle risorse acquifere avrebbero potuto restituire, con la creazione di occupazione, parte dei loro guadagni alle popolazioni locali. Il vuoto a perdere, applicato a tutte le tipologie di imballaggio, con una popolazione della classe media in crescita risulterà sempre più insostenibile nei prossimi decenni.

L’innovazione vera di cui abbiamo bisogno è quella che sarà capace di prendere gli esempi validi del passato e re-inventarli nel nuovo contesto tecnologico. Girarci intorno sostituendo piccole tessere del puzzle del consumo insostenibile, cambiando qualche dettaglio come il materiale con cui sono fatte le tessere, è un puro esercizio di marketing tinto di verde. Niente più che un palliativo rispetto alle sfide economiche ed ambientali che ci attendono.

In Italia, e non solo, tutta l’attenzione è concentrata sulla fase finale, quella in cui i beni diventano rifiuti. Questo approccio ha mostrato ovunque i suoi limiti perchè occuparsi dei beni solamente in questa fase è una battaglia persa sia a livello ambientale che economico. Neanche la raccolta differenziata, che nell’immaginario collettivo (spesso anche dei media) coincide con il riciclo, può correggere il tiro di una progettazione insostenibile.

La differenziata è solamente uno strumento, l’atto finale di un processo che rischia di essere vanificato proprio dalle caratteristiche progettuali di beni ed imballaggi prima che dai limiti strutturali e impiantisitici delle fasi finali di raccolta, selezione e riciclo.

Senza l’apporto dei soggetti che determinano a monte il contesto attuale, i Comuni non possono realizzare una reale gestione sostenibile e circolare dei rifiuti come risorse. A meno di non disporre di una bacchetta magica e ingenti risorse finanziarie. Guardando a quei Comuni europei che hanno un sistema di gestione degli imballaggi simile al nostro, si possono rilevare i molti problemi comuni di una gestione dei rifiuti da affrontare in una situazione di scarsissime finanze.

Per esempio in Francia i Comuni lamentano di ricevere una copertura dei costi per la raccolta differenziata degli imballaggi pari al 55%. Nel nostro paese non solamente non si arriva al 40% ma ai Comuni, diversamente dalla Francia, non arrivano neanche i proventi della vendita dei materiali raccolti in modo differenziato, poiché ceduti gratuitamente al sistema Conai. Una sfida importante da raggiungere al 2020 per i paesi membri è quella di arrivare a riciclare il 50% dei rifiuti come carta, legno, plastica e vetro provenienti dai nuclei urbani. Particolare preoccupazione destano gli imballaggi di plastica che sono i meno riciclati e i più termovalorizzati.

Per cambiare rotta ci vuole pertanto un’azione decisa dal basso che influenzi le legislazioni dei governi, come si prefigge di fare la campagna Make resouces count a livello europeo. Questo perchè non ci si può, ovviamente, aspettare che sia l’industria a fare gli interessi dei cittadini e degli enti locali.

Condividi: