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Sostenibilità e moda: un connubio possibile e necessario

Ormai da tempo si sta evolvendo la moda sostenibile, un trend che vede ogni anno il lancio di collezioni speciali, nuovi materiali e azioni concrete da parte degli stilisti.

Uno dei settori a maggiore impatto ambientale, quello del tessile moda, secondo solo al petrolchimico, sta infatti cambiando rotta. Le tematiche della sostenibilità stanno diventando parte integrante delle strategie aziendali a cominciare da alcuni brand del lusso fino alle catene del fast fashion.

moda sostenibile

Da qualche anno il settore si sta interrogando su come introdurre politiche green e filiere controllate per ridurre l’impatto, investendo nella ricerca su materiali, lavorazioni, finissaggi, impianti, smaltimento dei rifiuti, riciclo e riuso.

La moda sostenibile ha sviluppato la ricerca verso nuovi materiali derivati da scarti vegetali come ananas e arance, sono nate collezioni realizzate con tessuti ecologici, spesso recuperati dalla tradizione, derivati da fibre di ortica, ginestra, canapa, bamboo e molte altre. Si sta diffondendo inoltre l’utilizzo di tessuti derivati dal riciclo di materiali particolarmente inquinanti come la plastica.

Per i finissaggi come l’impermeabilizzazione o l’effetto used dei tessuti è stato diminuito l’utilizzo della chimica e molte aziende hanno ridotto le emissioni e il consumo di acqua particolarmente abbondanti in questo settore.

A conferma di questo impegno le principali manifestazioni del tessile e della moda (fiere, dibattiti e fashion week) negli ultimi anni stanno dedicando spazi sempre più importanti a questo argomento.

L’ultima edizione della Milano Fashion Week dello scorso settembre si è conclusa con Green Carpet Fashion Awards, evento allestito sontuosamente in Piazza della Scala con la presenza di testimonial d’eccezione fra le celebrità internazionali più famose dello spettacolo e della moda.

L’edizione 2019 del Milano Fashion Global Summit organizzato da Class Editori dal 2002 come momento di incontro tra i più importanti protagonisti nazionali e internazionali della moda e del lusso ha puntato i riflettori sulla sostenibilità, sempre più elemento di business e competitività.

L’evento intitolato Sustainable Fashion, Sustainable Lifestyle, ha ospitato Diego Della Valle, Carlo Capasa, attuale presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana, Brunello Cucinelli, Marie Claire Daveu di Kering, Claudio Marenzi presidente di Herno, Andrea Rosso di Diesel e Matteo Marzotto.

La moda sostenibile ed etica piace anche alle celebrity. Quest’estate in occasione del suo matrimonio Chiara Ferragni ha scelto per le damigelle abiti firmati Ferretti realizzati con materiali di riuso fra cui la seta georgette, le zip e i tessuti per le fodere interne proveniente dalle giacenze di magazzino della collezione 2014. Peccato che i media non ne abbiano dato notizia.

Da un lato ci sono i marchi storici, gli stilisti, le grandi catene i produttori di tessuti e filati che accolgono le istanze della sostenibilità e le inseriscono nella loro rinnovata strategia di business dall’altra nascono nuove realtà di brand di moda, alcune ad alto contenuto creativo e qualitativo, con piccole collezioni ecologiche, sostenibili e spesso cruelty free che però fanno ancora fatica a investire in comunicazione e a crearsi un mercato.

Infatti il sistema distributivo, spesso costoso, ostacola e penalizza i piccoli i cui canali distributivi privilegiati sono il web, temporary shop, piccoli show room o eventi locali di vendita diretta al pubblico.

Promuovere la sostenibilità e la sensibilità

Questa evoluzione del sistema moda è stata e continua a essere stimolata dalle diverse associazioni ambientaliste e animaliste che in questi anni hanno chiesto direttamente ai produttori di intervenire. Un impulso importante è stato dato dalla campagna Detox di Greenpeace che dal 2011 ha chiesto alle aziende di moda in tutto il mondo di eliminare entro il 2020 le sostanze chimiche nocive dalla catena di produzione.

Questa campagna cui hanno aderito ad oggi 80 grandi aziende è stata particolarmente efficace in quanto in parallelo alla sensibilizzazione delle aziende c’è stato anche un forte coinvolgimento dell’opinione pubblica e della stampa attraverso azioni spesso spettacolari.

Un altro tema caldo di cui si sta svelando l’entità del problema è il degrado degli oceani inquinati soprattutto dalla plastica. Moltissime aziende e marchi come Speedo, H&M, Levi’s, Adidas, Elemet, G-Star, Wrangler, Parley, North Sails, Reef, Save the Duck producono collezioni realizzate con materiali derivati dal riciclo della plastica che sta soffocando i mari come denunciato dal WWF che ha istituito l’8 giugno la Giornata Mondiale degli Oceani.

A partire dal prossimo dicembre il brand di alta moda Ermanno Scervino ha annunciato l’introduzione di un nuovo packaging 100% sostenibile e made in Italy. Si tratta di shopping bag e confezioni che racchiudono calzature, borse e accessori interamente realizzate in fibra di cellulosa vergine ECF (Elementary Chlorine Free), un materiale riciclabile e biodegradabile proveniente da fonti gestite in maniera responsabile certificate FSC (Forest Stewardship Council).

Tra i testimonial di una nuova sensibilità, ultimo in ordine di tempo, come già tanti suoi illustri colleghi, lo stilista Jean Paul Gaultier ha annunciato di rinunciare all’uso delle pellicce nel rispetto della vita degli animali come da anni chiedono la PETA e le più importanti associazioni animaliste internazionali.

La moda con il suo ruolo di portavoce dei cambiamenti culturali e sociali, oggi offre diversi esempi di promozione del rispetto dell’ambiente e di sensibilizzazione alla lotta ai cambiamenti climatici, i cui effetti sono sempre più evidenti in ogni parte del mondo.

Pochi giorni fa Leonardo Di Caprio, da anni attivo per l’ambiente, ha lanciato una collezione di t-shirt e felpe in tessuti bio e riciclati cruelty free, in collaborazione con il Jane Goodall Institute, l’organizzazione fondata dall’etologa che ha dedicato la sua vita alla salvaguardia degli scimpanzé.

I proventi delle vendite di questa capsule collection che dureranno solo una settimana sono destinati alla protezione di questa specie in via di estinzione a causa della distruzione del suo habitat a opera di attività umane come il disboscamento, l’agricoltura, l’estrazione mineraria, la costruzione di dighe e strade.

Moda sostenibile: rispetto per i lavoratori

Il paradigma della sostenibilità non può non includere il rispetto per i lavoratori. L’industria della moda deve fare i conti con le condizioni contrattuali e di sicurezza ambientale che, non solo nei Paesi svantaggiati come Bangladesh, Cina, Cambogia, ma anche in Italia non sono sempre regolamentate.

Qualche anno fa si è parlato molto delle malattie professionali dei lavoratori nelle aziende del denim dove si pratica la sabbiatura con il silicio che causa una malattia polmonare molto grave. Da allora molti marchi hanno eliminato questa pratica utilizzando soluzioni alternative.

Ed è rimasta nella memoria di tutti la strage di lavoratori in Bangladesh nel 2013 quando persero la vita oltre mille lavoratori tessili a causa del crollo del Rana Plaza, un edificio di otto piani in cui si producevano abiti per importanti brand e catene di abbigliamento internazionali.

Più recentemente, in occasione dell’ultima edizione della Milano Fashion Week, è sorta una polemica innescata dal New York Times con un’inchiesta realizzata in Puglia che racconta di donne che cuciono e ricamano in casa per massimo 2 euro l’ora per conto di alcuni laboratori locali a loro volta fornitori di grandi marchi.

I casi di scarsa tutela dei lavoratori nel mondo sono numerosi anche in proporzione all’elevato numero di addetti (solo in Italia nel 2015 erano oltre 400.000 gli occupati) e solo alcuni vengono denunciati e riescono ad arrivare alla cronaca. Il settore della moda purtroppo ha ancora tanti lati oscuri, fra questi molti casi di sfruttamento e di mancata tutela degli addetti.

La sostenibilità è anche solidale

Un altro aspetto della sostenibilità è quello della moda solidale. Ci sono collezioni di abiti e accessori realizzati in vari Paesi del mondo, dall’Africa al Sud America, su progetti di ong, associazioni o privati che offrono opportunità lavorative alle popolazioni locali adeguatamente remunerate. Queste produzioni uniscono al design più attuale la sapienza e la cultura del luogo, i tessuti, le tinture, le lavorazioni artigianali e le decorazioni.

La moda sostenibile ha anche il pregio di valorizzare l’artigianalità e il fatto a mano recuperando il patrimonio di tradizioni locali da abbinare con creatività alle tecnologie più evolute.

Particolarmente interessante in Italia l’esperienza di Altromercato che sotto la direzione artistica della stilista Marina Spadafora ha creato la linea Auteurs du Monde realizzata in oltre 15 Paesi del Sud del mondo.

Un altro esempio rilevante è Cangiari, l’unico brand eco-luxury italiano presente da anni sulle passerelle internazionali, nato su iniziativa della cooperativa sociale Goel.

La produzione avviene nella Locride in Calabria con filati ecologici di elevata qualità, tessuti con antichi telai nel solco di un’antica tradizione da persone a cui è offerta un’opportunità occupazionale in una terra purtroppo ancora infestata dalla ‘ndrangheta.

La moda sostenibile inizia dalla progettazione

Un aspetto fondamentale che sta prendendo sempre più piede anche nella moda è quello dell’eco-design, ovvero la capacità di partire dalla progettazione in un’ottica cradle to cradle (dalla culla alla culla) e di pensare un capo dalla sua nascita fino al suo smaltimento.

Questo approccio già consolidato in altri settori come l’automotive consente di progettare tessuti o capi realizzati con materiali sostenibili riciclabili o biodegradabili, con riduzione degli scarti di lavorazione, impiego di chimica verde per lavorazioni e finissaggi.

Gli stessi stabilimenti si stanno orientando verso il risparmio energetico e idrico, la riduzione delle emissioni, la riduzione degli sprechi e dei rifiuti e sono progettati per creare un ambiente di lavoro salubre.

Questa nuova consapevolezza è stata accolta negli ultimi anni dagli imprenditori che hanno capito che la sostenibilità, oltre a ridurre i costi, è un’importante leva competitiva e di sviluppo, ambito di ricerca, creatività e di evoluzione tecnologica in tutti i processi produttivi. In particolare può diventare segno distintivo e occasione di rilancio del made in Italy.

Nuovi scenari di mercato

L’industria della moda, come altri settori, si sta confrontando con nuovi i modelli di business dell’economia circolare per organizzare e razionalizzare i propri processi produttivi limitando gli sprechi e cogliendo le nuove opportunità offerte dall’utilizzo degli scarti di altri settori (per esempio dall’agro-alimentare) in una logica di sostenibilità ambientale.

C’è poi tutta l’innovazione spinta da Industria 4.0 che permette una maggiore integrazione dei processi tra di loro, scambiare dati e informazioni anche con il consumatore finale. È ormai realtà l’utilizzo di tecnologie sempre più evolute come quella dei cobot, i robot collaborativi a supporto del lavoro umano in alcune fasi delle lavorazioni.

L’innovazione tecnologica consente sempre di più di utilizzare macchine e sistemi di produzione intelligenti per gestire ogni fase dalla progettazione alla movimentazione delle merci.

Grande impulso è stato fornito anche dalle tecnologie digitali e dalla stampa 3D che ha tra le altre cose limitato l’utilizzo di sostanze chimiche nocive per ambiente e salute che oltretutto ostacolano il riciclo dei tessuti trattati.

Non è facile prevedere l’impatto in termini occupazionali derivati da questa rivoluzione industriale. Il dibattito è aperto e molti concordano sul fatto che saranno sempre più necessarie figure professionali ad elevata formazione. Nel 2016 Legambiente ha stimato che in Italia grazie all’economia circolare sono stati creati 200.000 nuovi posti di lavoro Molti studi in tutto il mondo stanno valutando le nuove opportunità occupazionali offerte dai green job.

Uno studio svolto da Centrocot e LIUC – Università Cattaneo sul settore moda ha individuato diverse figure professionali green: progettisti ed eco-designer, addetti all’ufficio acquisti, responsabili qualità, gestori del rischio chimico, tecnici, responsabili degli impianti, responsabili di ricerca e sviluppo fino a chi gestisce i progetti charity.

Come sempre oltre a chi produce anche il consumatore deve fare la sua parte. Con le nostre scelte di acquisto (oltre che di stile di vita) possiamo contribuire a premiare chi opera nel rispetto della natura e del nostro bellissimo Pianeta.

Possiamo scegliere di acquistare prodotti di qualità realizzati con materiali eco-friendly, facendo attenzione alla provenienza e alle etichette (Icea, Ocs Organic Content Standard, Gots Global Organic Textile Standard,Grs Global Recycle Standard, Fairtrade Textile Standard).

Inoltre stanno nascendo app per informare il consumatore sulla moda etica. Fra queste in fase di sviluppo c’è la startup italiana Dress the change una piattaforma digitale per conoscere i marchi e le loro proposte. Un’altra app già attiva Good on you creata dall’australiano Gordon Renouf propone circa 300 marchi etici e sostenibili e nel contempo diffonde informazioni su ambiente, rispetto per i diritti umani e tutela degli animali.

La parola d’ordine dunque è informazione. Per fare scelte consapevoli dobbiamo informarci sul produttore e su come lavora sapendo che un capo etico ha un valore aggiunto che potrà gratificarci limitando il nostro volume di acquisti. Il fast fashion ci ha indotto ad acquisti frequenti e a basso costo per capi con una vita breve.

Ricordiamoci che il basso costo ha sempre un costo elevato in termini di sfruttamento del lavoro, di riduzione della qualità e purtroppo spesso di inquinamento ambientale.

Concedere una vita più lunga ad abiti e accessori di qualità permette di ridurre gli scarti che spesso finiscono in discarica. Possiamo alleggerire la nostra impronta su questo pianeta fin troppo calpestato. La moda sostenibile arriva per quello…

articolo realizzato da Silvia Massimino