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Che cos’è il consumo di suolo

consumo di suolo in italiaIl consumo di suolo è un fenomeno nato quando l’uomo ha iniziato a diventare sedentario ed è divenuto oggetto di discussione negli ultimi anni, soprattutto a seguito della necessità di soddisfare i bisogni di una popolazione sempre crescente, che in gran parte dipende da ciò che il suolo produce.

Nonostante al giorno d’oggi non esista una definizione unanime a riguardo, l’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (ISPRA) si riferisce al consumo di suolo come a “un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il fenomeno si riferisce a un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative e infrastrutturali“.

Un suolo risulta quindi consumato quando viene impermeabilizzato e, di fatto, non è più in grado di svolgere la propria funzione in quanto tale.

Perché il suolo va salvaguardato e non consumato

Il suolo ci fornisce servizi ecosistemici sui quali si basa la nostra sopravvivenza e svolge numerose funzioni vitali per il benessere dell’ambiente:

  • produzione di biomassa e supporto all’attività agricola e forestale
  • regolazione del ciclo idrologico (immagazzinamento dell’acqua, riduzione del dilavamento, ricarica delle falde)
  • habitat per gli organismi viventi e supporto alla biodiversità
  • regolazione del clima attraverso l’alta inerzia termica
  • accumulo e riciclo di nutrienti e deposito di carbonio
  • fonte di materie prime
  • supporto meccanico per gli organismi e le strutture
  • retaggio geologico, archeologico e culturale

Tuttavia, tale risorsa è fondamentalmente non rinnovabile, in quanto la pedogenesi – ovvero il processo che porta alla formazione del suolo grazie all’azione di fattori fisici, chimici e biologici – è estremamente lenta: sono necessari almeno 500 anni per la formazione di 2,5 centimetri di suolo (Pileri, 2015).

Perciò, una volta che il terreno è stato impermeabilizzato per far posto a strade, case o ad altre attività umane, tutte le sue funzionalità vengono meno e rimuovere la copertura non è sufficiente a ripristinarlo in tempi brevi, di conseguenza diventa essenziale proteggerlo e limitarne il consumo.

Consumo di suolo, perché avviene

Il consumo di suolo è dovuto principalmente all’incremento delle aree insediative, industriali, commerciali e delle infrastrutture. In particolare, in Italia è un fenomeno connesso soprattutto allo sprawl urbano (città diffusa): le città e i paesi invece di utilizzare gli spazi nell’urbanizzato già presente, si sviluppano in modo disaggregato e dispersivo, con espansioni a bassa densità e un elevato consumo di suolo pro-capite.

A ciò consegue, oltre l’incentivo all’utilizzo di mezzi privati, la necessità di sviluppo infrastrutturale e commerciale che comporta ulteriori costruzioni e impermeabilizzazioni.

Inoltre, buona parte degli introiti dei comuni prima della recente crisi immobiliare derivavano dagli oneri di urbanizzazione, quindi le municipalità non hanno mai avuto un vero interesse nel limitare il consumo di suolo e le pianificazioni sono sempre state fatte in un’ottica di crescita con una previsione demografica che ora non è più rispecchiata.

Il consumo di suolo in Italia

Secondo il rapporto ISPRA 2018 sul consumo di suolo, negli anni ’50 in Italia il terreno impermeabilizzato rappresentava il 2,7% della superficie nazionale, mentre nel 2017 è diventato il 7,65%, con 54 chilometri quadrati consumati solo l’anno scorso al ritmo di 2 metri quadrati al secondo.

La superficie urbanizzata totale ammonta a 23 mila chilometri quadrati, un’area equivalente allo spazio occupato dalla Regione Toscana.

Le zone più colpite

Oltre all’aspetto quantitativo, emerge sempre di più l’esigenza di valutare il fenomeno in termini quantitativi, perché non tutti i suoli sono uguali o adatti agli stessi utilizzi.

In particolare, in Italia la maggior parte dei suoli consumati sono seminativi, quindi con sottrazione di terreno alle aree adibite alla produzione agroalimentare: la regione più colpita è la Lombardia (13% del suolo regionale consumato), seguita dal Veneto (12%) e dalla Campania (10%).

Come fatto presente anche dal Wwf nel documento Caring for our soil, il continuo consumo di suolo causa una modifica costante nei paesaggi agrari, affiancata da un’occupazione di zone a rischio idrogeologico, che, visto il contesto di fragilità del territorio a livello italiano, può avere importanti conseguenze per la sicurezza.

Infatti, l’acqua che non viene assorbita dal suolo impermeabilizzato finisce direttamente nei fiumi che si ingrossano e non sono più trattenuti dagli argini: sono stati stimati 200 milioni di metri cubi di acqua in più da gestire per ruscellamento dovuti all’impermeabilizzazione dei suoli tra il 2012 e il 2017.

A tal proposito, l’11,9% del suolo consumato ricade in zone a pericolosità da frana, l’11,6% a pericolosità idraulica e il 37,7% a pericolosità sismica.

Conseguenze del consumo di suolo sul cambiamento climatico

A livello locale, il suolo si comporta da regolatore termico; infatti, già intorno ai 15-20 cm di profondità, le variazioni di temperatura sono molto limitate e ciò permette al terreno di agire come volàno.

Inoltre, le aree in cui il suolo è stato consumato e quindi cementificato o asfaltato tendono a immagazzinare e sprigionare molto calore nei mesi estivi, diversamente da quelle coperte da vegetazione, che, grazie all’evapotraspirazione delle piante, garantiscono un abbassamento di temperatura.

In aggiunta, il suolo agisce come un immenso immagazzinatore di carbonio, tramite l’accumulo di materia organica e la fissazione della CO2 per opera delle piante: contiene circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio non-fossile, secondo solo all’oceano.

Una volta impermeabilizzato, il suolo non può più fissare carbonio, sia tramite la vegetazione sia dall’aria.

Soluzioni e problemi

Per proteggere il suolo, l’Unione Europea si è espressa tramite la Strategia tematica dedicata del 2006, a cui poi ha fatto seguito la comunicazione nel 2011 (COM(2011) 571) che invita gli stati membri a puntare a un azzeramento netto di consumo di suolo al 2050, quindi con un’urbanizzazione che preservi il rapporto tra aree impermeabilizzate e aree libere, utilizzando aree dismesse oppure compensando con la bonifica di suoli o la riqualifica di zone degradate, anche se questi processi, come già visto, risultano molto lenti.

La Commissione Europea ha inoltre stilato delle linee guida per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo. Tuttavia, non è presente una direttiva vincolante né una legge a livello nazionale che indirizzi in modo univoco la gestione del problema.

Due disegni di legge per limitare il consumo di suolo sono in discussione in parlamento, ma al momento non hanno ancora ricevuto l’approvazione.

Inoltre, la complessità discende anche da un’alta frammentarietà di poteri e spesso da un’assenza di coordinamento dei comuni, i cui piani di gestione del territorio hanno un impatto immediato sulla possibilità o meno di edificare o urbanizzare un’area.

Uno dei punti chiave messi in risalto dai testi proposti in parlamento è la necessità di spingere verso il riutilizzo dell’esistente e la rigenerazione urbana, strumenti che possono rispondere alle esigenze insediative senza dover costruire del nuovo e che ricevono un forte incentivo dalle detrazioni fiscali previste per le ristrutturazioni.

In mancanza di una norma nazionale, diverse regioni hanno preso l’iniziativa e stanno emettendo leggi per affrontare il problema; ciò nonostante, se da un lato tali riferimenti possono andare nella direzione di proteggere un bene come il suolo, dall’altro non c’è omogeneità di definizioni e procedure.

In Lombardia, per esempio, la legge 31/2014 per la riduzione del consumo di suolo riguarda esclusivamente la conversione di terreni da agricoli a edificabili secondo gli strumenti di pianificazione e non alla conversione come modifica effettiva della copertura fisica del suolo, con un approccio molto diverso da quello dell’ISPRA o della Commissione Europea.

ha collaborato Francesca Rosa