
L’incidente, come Greenpeace valutò per prima, venne classificato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) al grado 7, il massimo grado della scala, prima raggiunto solo dal disastro di Cernobyl.
Dal monitoraggio della radioattività svolto da Greenpeace risulta che il 59 percento dei campioni presi in aree ufficialmente decontaminate era ancora oltre la soglia, con i livelli più alti rilevati lontano dalle strade.
Il lavoro di decontaminazione è servito in sostanza solamente a spostare il problema, ma non a liberarsene. Attualmente 120mila persone non hanno ancora fatto ritorno nelle loro case e il processo di decontaminazione sembra non conoscere fine.
Le colline, le montagne e le foreste della Prefettura di Fukushima sono fortemente contaminate. Il risultato è che il materiale radioattivo viene dilavato attraverso i corsi d’acqua e raggiunge anche aree precedentemente decontaminate, ricontaminandole.
I dati dei rilevamenti (i campioni che superano gli 0,23 uSv/h eccedono gli obiettivi di sicurezza del governo giapponese) sono disponibili online; inoltre Greenpeace mette a disposizione i rapporti L’impatto di Fukushima e La crisi del nucleare in Giappone (in inglese) e la scheda Fukushima: la situazione a 4 anni dal disastro in 10 punti (in italiano).





















