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Stop al consumo di suolo: in vent’anni perso il 16% delle campagne

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consumo di suoloL’Italia è sempre più in balia del consumo di suolo. Mentre la cementificazione avanza senza sosta, l’agricoltura continua a perdere terreno. In meno di vent’anni la superficie edificata ha mangiato oltre 2 milioni di ettari coltivati, cancellando il 16% delle campagne, e lo scippo procede tuttora a ritmi frenetici: più di 11 ettari l’ora, quasi 2.000 a settimana, circa 8.000 in un mese.

Ma non mettere un freno al consumo di suolo e difenderlo dalle aggressioni indiscriminate significa continuare a sottovalutare quella che è una risorsa strategica del Paese. E non solo per fattori ambientali e paesaggistici, ma soprattutto per motivi economici e alimentari.

È quanto emerso al convegno Suolo, paesaggio, cambiamenti climatici e agricoltura, organizzato a Firenze, a Palazzo Vecchio, dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori, alla presenza dei ministri dell’Agricoltura e dell’Ambiente Maurizio Martina e Gian Luca Galletti, e inserito nel ciclo di iniziative pre Expo Il territorio come destino.

L’estensione della superficie agricola, ha evidenziato la Cia, è legata direttamente alla sicurezza alimentare. Ed è per questo il consumo di suolo coltivato rischia di riflettersi sulle cifre dell’approvvigionamento alimentare in Italia, dove a oggi si arriva a coprire il fabbisogno di cibo di tre cittadini su quattro.

Dovendo ricorrere alle importazioni per coprire questo deficit produttivo. D’altra parte, però, gli italiani credono nell’agricoltura e l’88 percento di loro si dichiara preoccupato per l’abbandono delle campagne e per la crisi del settore, che paga non solo gli effetti del maltempo e dell’embargo russo ma anche le scelte della politica, a partire dall’Imu.

“Se da una parte cresce la domanda di cibo, dall’altra diminuiscono le terre coltivate. Una contraddizione che va fermata e affrontata” ha spiegato il presidente nazionale della Cia Dino Scanavino “Altrimenti si rischia di aumentare la nostra dipendenza dall’estero nel capitolo agroalimentare, in un contesto globale in cui le stime di Fao e Ocse parlano per i prossimi anni di un rallentamento della crescita produttiva mondiale, a cui si affianca però la costante crescita demografica che ci porterà nel 2050 a superare la soglia dei 9 miliardi di abitanti nel Pianeta”.

Non solo. Perdere terreno agricolo vuol dire anche mettere a rischio un patrimonio paesaggistico che, tra turismo rurale e indotto legato all’enogastronomia tipica, vale più di 10 miliardi di euro l’anno. Proprio nelle pieghe del paesaggio agricolo infatti si nascondono quei 4.813 prodotti tradizionali italiani che rappresentano la storia e la spina dorsale dell’agroalimentare nazionale. Prodotti tipici, locali e biodiversi che da un lato rendono il made in Italy così ricercato sui mercati stranieri, ma anche così necessario per la ripresa dell’economia interna, e dall’altro però sono anche i più vulnerabili di fronte alla minaccia del consumo di suolo.

Inoltre, non si può dimenticare che la mancata manutenzione del territorio, il degrado, l’incuria, la cementificazione selvaggia e abusiva, l’abbandono delle zone collinari e montane dove è venuto meno il fondamentale presidio dell’agricoltore, contribuiscono a quei fenomeni di dissesto idrogeologico del Paese che sono alla base di tragedie anche recenti.

Tra frane, alluvioni, smottamenti e piene, l’Italia ha il triste primato in Europa per il maggior rischio idrogeologico, un pericolo che coinvolge quasi il 10% della superficie nazionale e riguarda ben 6.633 comuni, ovvero l’82% del totale. Quindi tutelare il suolo significa proteggere il Paese dalla minaccia del dissesto e in questo senso il ruolo degli agricoltori è fondamentale. I terreni coltivati, infatti, giocano un ruolo essenziale per stabilizzare e consolidare i versanti e per trattenere le sponde dei fiumi, grazie anche alla capacità di assorbimento e di riduzione dei tempi di corrivazione. Ogni forma di coltivazione obbliga a un corretto regime delle acque e questo comporta una sensibile diminuzione dell’esposizione dei versanti al rischio di smottamenti e dei fondovalle al pericolo di allagamenti.

Non ultimo, l’impatto sui cambiamenti climatici: come ha confermato l’Ispra nel suo ultimo rapporto, la cementificazione galoppante ha comportato l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2 solo tra il 2009 e il 2012, per un costo complessivo stimato intorno ai 130 milioni di euro.

“Ecco perché ora c’è bisogno di un radicale cambio di passo sul tema” ha detto Scanavino “Sono tanti i motivi per cui oggi servono nuove e adeguate politiche di prevenzione del territorio, a partire dalla legge salva suolo, un provvedimento urgente e necessario che però, tra proposte ferme in Parlamento, modifiche del testo e iter mai conclusi, non riesce ancora a vedere la luce”.

A misure del genere bisogna poi affiancare una puntuale azione di vigilanza e controllo delle situazioni a rischio, che deve coinvolgere necessariamente gli operatori agricoli.

“Gli agricoltori devono esercitare un ruolo di primo piano nella difficile impresa di tutela del territorio” ha aggiunto il presidente della Cia “Gli strumenti esistono e si attuano tramite le convenzioni tra le amministrazioni locali e le imprese agricole, che in un’ottica di sussidiarietà possono esprimere multifunzionalità e pluriattività”.

Insomma, ha chiosato Scanavino al termine dei lavori, non c’è più tempo da perdere. Occorre porre immediato riparo e lavorare in tempi veloci per costruire un sistema ambientale realmente sostenibile, valorizzando il ruolo dell’agricoltura quale volano di riequilibrio territoriale, produttivo e sociale che metta un argine al consumo di suolo.

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