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Cuori a rischio: il Safe Hearts Plan europeo e le sue ricadute organizzative in Italia

malattie cardiovascolari
Immagine da Depositphotos

Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia e in Europa. Non è una novità ma, per la prima volta, l’Unione europea ha una strategia organica per affrontarle – e l’Italia si candida a essere tra i Paesi capofila nella sua attuazione

Sessantadue milioni di persone nell’Unione europea convivono con una malattia cardiovascolare. Ogni anno, queste patologie causano 1,7 milioni di decessi nel continente, con un costo economico stimato dalla Commissione europea in oltre 280 miliardi di euro tra cure, ospedalizzazioni e perdita di produttività.

In Italia il quadro è ancora più netto: le malattie cardiovascolari sono responsabili di circa il 44% di tutti i decessi, con una prevalenza che cresce con l’età ma che interessa sempre più frequentemente anche fasce di popolazione più giovani.

Cardiopatia ischemica e malattie cerebrovascolari dominano il carico di mortalità e disabilità, con ricadute pesanti tanto sulla qualità della vita quanto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Il Safe Hearts Plan: la prima strategia europea

Il 16 dicembre 2025 la Commissione europea ha presentato il Safe Hearts Plan, la prima strategia organica dell’Ue per la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura delle malattie cardiovascolari.

L’obiettivo centrale è ambizioso ma misurabile: ridurre del 25% la mortalità cardiovascolare prematura entro il 2035. Il Piano è costruito attorno a tre assi – prevenzione primaria, screening sistematici e presa in carico integrata lungo tutto l’arco della vita.

Il recepimento in Italia non è automatico. Richiede coordinamento istituzionale tra Ministero della Salute e Regioni, adeguamento dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta) e un dialogo strutturato con la ricerca e l’innovazione.

Il modello operativo proposto dal Safe Hearts Plan punta sulla prevenzione primaria come leva strutturale, non come campagna occasionale. Al centro ci sono gli screening mirati su colesterolo Ldl (lipoproteine a bassa densità), pressione arteriosa e glicemia nelle popolazioni a maggiore rischio.

Il razionale clinico è chiaro: le malattie cardiovascolari si sviluppano su esposizione cumulativa nel tempo a fattori causali – colesterolo elevato, ipertensione, diabete, obesità, fumo, sedentarietà – che raramente si manifestano con sintomi nelle fasi iniziali, ma che agiscono silenziosamente sull’apparato circolatorio per anni.

Le linee guida della European Society of Cardiology (Società Europea di Cardiologia) indicano la misurazione del colesterolo Ldl come elemento centrale di un approccio risk-based e treat to target: intervenire prima, con obiettivi terapeutici definiti, piuttosto che attendere l’evento acuto.

Il modello Safe Hearts promuove una collaborazione stretta tra medici di medicina generale, specialisti cardiologi e strutture territoriali – incluse le farmacie – per l’identificazione precoce dei soggetti a rischio e l’adozione di interventi personalizzati su stile di vita e terapia.

Il nodo irrisolto: le disuguaglianze territoriali

Il punto di maggiore frizione nell’attuazione italiana del Piano non è clinico, ma organizzativo. L’accesso agli screening cardiovascolari, la qualità dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali e la disponibilità di specialisti variano in modo significativo tra le Regioni, con un divario Nord-Sud che il Piano europeo non può colmare per via normativa, ma che deve essere affrontato attraverso scelte politiche esplicite di redistribuzione delle risorse.

Il Consensus Paper che l’iniziativa Cuori Sicuri – un’iniziativa dell’intergruppo parlamentare Prevenzione e Riduzione del Rischio – si propone di costruire ha l’obiettivo di definire standard condivisi – indicatori di esito, protocolli di screening, soglie di intervento – applicabili uniformemente sul territorio nazionale.

Senza questo livello di standardizzazione, il rischio è che il Safe Hearts Plan produca risultati frammentati, migliorando la prevenzione nelle aree già meglio presidiate e lasciando invariate le disuguaglianze nelle zone più vulnerabili.

Vaccini e prevenzione cardiovascolare: un binomio sottovalutato

Un elemento che emerge dal dibattito e che raramente entra nel discorso pubblico sulla salute cardiovascolare riguarda le coperture vaccinali negli adulti.

Le evidenze scientifiche indicano che la vaccinazione contro pneumococco e influenza riduce il rischio di complicanze cardiovascolari acute nei soggetti con patologie pregresse o con profilo di rischio elevato.

Integrare le campagne vaccinali nella strategia di prevenzione cardiovascolare significa allargare il perimetro dell’intervento preventivo oltre il solo controllo dei fattori di rischio metabolici – un’estensione logica in un modello di sanità territoriale davvero proattivo.

La sfida per il Sistema Sanitario Nazionale nei prossimi anni non è identificare le priorità – le malattie cardiovascolari lo sono già da tempo – ma costruire gli strumenti operativi per passare da un sistema che gestisce la malattia a uno che la anticipa, con continuità, equità e basi cliniche solide.

Crediti immagine: Depositphotos

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