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Tecnologie e motivazioni per coltivare al chiuso

coltivazione al chiuso

A causa dell’espansione delle aree edificate a discapito di quelle agricole, la coltivazione di piante al chiuso è divenuta argomento di crescente interesse. Vediamo perché…

A livello globale, la parte della popolazione umana che abbandona le aree rurali per concentrarsi nelle città è in continua crescita. Questo trend comporta l’espansione delle aree edificate all’interno delle zone urbane, nelle quali le aree agricole intercluse vanno scomparendo.

Lo stesso accade per le aree urbane, che tendono a confluire, a scapito delle aree agricole poste tra esse. Così, mentre nel 2008 la popolazione urbanizzata nel mondo ha superato numericamente quella rurale, la coltivazione di piante al chiuso è divenuta argomento di crescente interesse per l’opinione pubblica.

Ora, diciamo chiaramente che la coltivazione al chiuso difficilmente sanerà la fame di masse umane divenute ormai cittadine, ma certamente potrà aiutare a restituire territorio alla produzione di cibo, potrà consentire di produrre cibo negli stessi luoghi in cui esso verrà consumato, potrà rendere gli ambienti edificati psicologicamente meno aberranti per l’essere umano, potrà concorrere a purificare l’aria in ambienti in cui essa è spesso inquinata e, magari, potrà anche attivare nuove filiere produttive capaci di produrre reddito e di generare nuovi posti di lavoro.

Coltivazione al chiuso: le difficoltà di questo metodo agricolo

Allevare con successo piante al chiuso, però, è un obiettivo tecnologicamente complesso, in quanto questi ambienti sono generalmente inadatti alla crescita delle piante a causa della mancanza o dell’inadeguatezza di uno o più dei fattori fondamentali per la crescita vegetale (substrato radicale, luce, temperatura, acqua, flusso d’aria…).

Allo stato attuale, si distinguono tre grandi approcci alle coltivazioni al chiuso in base del tipo di substrato adottato per allevare le radici:

  1. coltivazioni su substrati convenzionali, cioè con gli apparati radicali che crescono in terreni, torbe, terricciati, composte o loro miscele
  2. coltivazioni idroponiche, cioè con gli apparati radicali perennemente immersi in acqua oppure alloggiati in substrati inerti e periodicamente immersi in acqua arricchita di fertilizzanti
  3. coltivazioni aeroponiche, cioè con gli apparati radicali esposti all’aria e periodicamente irrorati con soluzioni acquose contenenti fertilizzanti

coltivare al chiuso

Analisi dettagliate di confronto tra i vari approcci non sono ancora disponibili, probabilmente a causa del fatto che le coltivazioni al chiuso, indipendentemente dall’approccio tecnologico su cui si basano, sono ancora poco diffuse nel mondo, tuttavia, è evidente che i tre approcci differiscono marcatamente tra loro rispetto a:

  • costo di allestimento delle strutture impiantistiche
  • facilità di gestione degli impianti
  • consumo energetico
  • qualità e quantità di fertilizzanti e prodotti fitosanitari immessi nel ciclo produttivo
  • resa produttiva
  • qualità della biomassa prodotta
  • suscettibilità delle piante ad attacchi di patogeni e parassiti
  • qualità e quantità di scarti e rifiuti prodotti
  • possibilità di reintegrare scarti e rifiuti nel ciclo della materia

Mentre la tecnologia aeroponica resta poco diffusa, confinata prevalentemente a esperienze di nicchia, i sistemi idroponici vanno attualmente per la maggiore e bisogna riconoscere che consolidate esperienze sul campo indicano che possono essere anche più performanti in termini produttivi rispetto alle coltivazioni in piena terra.

Questi sistemi, però, prevedono impianti costosi e di non semplice gestione, normalmente poco adattabili a piante dalle architetture diverse.

In aggiunta, richiedono elevata purezza dell’acqua somministrata alle piante e anche la purezza dei concimi disciolti in acqua deve rispondere a standard elevati per prevenire danni alle piante.

Inoltre, creano spesso condizioni ambientali che favoriscono l’insorgenza di problematiche fitosanitarie e generano significative quantità di scarti e rifiuti che non sempre possono essere reintegrati nel ciclo della materia.

È anche rilevante osservare che i sistemi idroponici e aeroponici, data la non presenza del terreno, non consentono di sfruttare quella sinergia che si instaura naturalmente tra apparati radicali e microrganismi del terreno.

Sinergia di cui possono invece beneficiare le piante allevate su substrati convenzionali che migliora l’assorbimento di acqua e nutrienti da parte delle radici, le protegge dagli attacchi dei patogeni tellurici e aiuta l’apparato fogliare a difendersi dai patogeni della parte aerea.

L’insieme di questi motivi ha fatto sì che, dopo decenni di profluvio di tecnologia idroponica, si assiste oggi al ritorno delle coltivazioni al chiuso realizzate su terra o su terricci, coltivazioni che appariranno forse meno scenografiche ma che, nelle mani di coltivatori capaci, possono trovare il giusto equilibrio tra investimento e resa, tra forzatura ambientale e protezione delle piante, tra consumo di risorse e chiusura dei cicli.

La battaglia, però, è solo all’inizio e sicuramente nel prossimo futuro ne vedremo delle belle.

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Luigi d'AquinoLuigi d'Aquino: si laurea in Scienze Agrarie a pieni voti nel 1990. Quindi, diventa dottore di ricerca in Patologia Vegetale nel 1994 presso l'Università di Napoli. Agronomo ed esperto di difesa fitosanitaria, è ricercatore Enea dal 1998 | Linkedin
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