Dario Casalini ha fondato Slow Fiber nel 2022 e, a poco a poco, porta il suo verbo anche fuori dal Piemonte e dall’Italia convinto che sia produttori che consumatori possano invertire la tendenza della moda usa e getta
Imprenditore tessile, ma anche ideatore di Slow Fiber, Casalini è ormai uno scrittore affermato. Il suo libro Vestire buono, pulito e giusto. Per tornare a una moda sostenibile, dopo il lancio in Italia ha trovato fortuna in Francia (con aggiornamenti legislativi dovuti come spiega lui) e a breve dovrebbe fare capolino anche la versione anglosassone.
D’altra parte, si sa, la moda non ha confini. Anche se nella logica di Slow Fiber la responsabilità d’impresa dovrebbe tornare a ragionare sul concetto di “lavare i panni sporchi in casa” o meglio, una volta dismessi, i tessuti non vanno inviati dall’altra parte del mondo, ma smaltiti in casa propria.
Ce lo spiega lui stesso in questa videointervista, che mette al centro l’Epr delle aziende, ma anche dei consumatori.
Ma chi è Slow Fiber e quali sono gli altri obiettivi di questo movimento che nasce nel 2022 dall’incontro fra il movimento Slow Food (Carlin Petrini, a proposito, disse: “Trasferire e applicare i concetti del buono, pulito e giusto, mantra del movimento Slow Food, dal mondo del cibo a quello del settore tessile è quanto di più naturale si possa fare, sempre che si abbia a cuore il futuro del Pianeta che abitiamo“) e alcune aziende italiane virtuose della filiera del tessile.
L’impegno è di creare e promuovere modelli industriali che offrano prodotti belli perché sani, puliti, giusti e durevoli, rispettosi della dignità degli esseri umani e del resto della natura nei suoi delicati equilibri.
La zona geografica di origine è quella piemontese ma, come abbiamo detto, ora non ci sono più confini. Biella comunque rimane al centro del movimento essendo patria appunto del tessile italiano, senza togliere nulla ad altre zone, come Prato.
Qui non si sta con le mani in mano. Anzi: è tutto un fermento di ricerca sui materiali e sull’economia circolare. E così la lumachina verde, simbolo di Slow Fiber, inizia a diffondersi.
Come la consapevolezza di tutti noi che, ogni volta che apriamo il nostro guardaroba, rammentiamo quanto il comparto fashion impatta sul nostro Pianeta con quel 10% di emissioni di CO2, oltre al consumo di acqua, pari al 20% di quella utilizzata nel mondo.
In quei 90 milioni di tonnellate di rifiuti solidi all’anno tracciati c’è sicuramente qualcosa di nostro. Urge un’inversione di tendenza, da parte di tutti noi.












