Home Eco Lifestyle Rammendare è buona cosa, contro lo stile “vesto e getto”

Rammendare è buona cosa, contro lo stile “vesto e getto”

rammendo
Immagine da Depositphotos

Ago e filo per ridare dignità a un capo: rammendare vuol dire creatività ma anche rispetto ambientale. Ne parliamo con alcuni esperti, mentre anche il fast fashion si rende conto come sia utile insegnare ai propri clienti l’arte del rammendo.

La buona pratica del rammendo torna in voga, evviva, grazie a mani esperte di chi frequenta i laboratori tessili. Rammendare – è ovvio – è l’unico modo per salvare un capo dal cassonetto.

Anche Aurora Magni, esperta di pratiche legate all’industria tessile ed editorialista di Greenplanner.it, lo consiglia con la presentazione di un testo non recente, ma importante: A Refashioning Manual and Manifesto, di Kate Sekules.

“Praticamente – afferma la Magni – un elogio e una guida alla riparazione di capi tessili. Meglio ancora con un tocco di creatività“.

Il rammendo ha anche un impatto ambientale e ce lo ricorda Ta-Daan un content e-commerce di artigianato contemporaneo: secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), infatti, nel 2020, il settore tessile è stato la terza fonte di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo.

In quell’anno, sono stati necessari in media nove metri cubi di acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 chilogrammi di materie prime per fornire abiti e scarpe per ogni cittadino dell’Ue.

Il recupero dei tessuti, la rilavorazione, l’applicazione del rammendo creativo e del Sashikoo (che poi è la versione cucita del kintsugi) possono attutire la pesante ombra ambientale del Fashion.

Continua la Magni: “Se un tempo un abito rammendato era indice di povertà e veniva indossato con disagio, oggi è sinonimo di rispetto ambientale (faccio durare di più un capo così non compro cose nuove) e di riconoscimento della storia del capo, storia  spesso non priva di emozioni e ricordi“.

Secondo Kate Sekules un capo rattoppato comunica molto della persona che lo indossa e del messaggio che intende lanciare. Non a caso cita un articolo di Vogue del 1915 che, mostrando un paio di pantaloni pesantemente rattoppati, sottolineava come riparare abiti fosse “una proclamazione di generosità verso un’Europa sofferente” durante il periodo della prima guerra.

“Il lavoro artigianale è intrinsecamente sostenibile perché valorizza il recupero dei materiali e la manutenzione degli oggetti, punta sulla qualità rispetto alla quantità e da vita a pezzi unici, custom-made e duraturi, il tutto nel rispetto dei tempi di realizzazione e di una remunerazione dignitosa” è il parere di Roberta Ligossi, Ceo di Ta-Daan.

Gli artigiani che vogliono entrare in Ta-Daan devono rendere pubblici i diversi criteri di sostenibilità e trasparenza nella realizzazione delle proprie creazioni, come per esempio: produzione plastic free, recupero e riciclo dei materiali, assenza di utilizzo di sostanze tossiche o sintetiche e impiego di materie prime di origine naturale.

Workshop da Primark

Intanto anche il fast fashion si sta accorgendo che bisogna prendere una nuova strada rispetto al vesto e getto.

Segnaliamo per esempio le iniziative di rammendo di Primark workshop gratuiti organizzati in selezionati negozi italiani che insegneranno ai clienti come amare i propri abiti più a lungo.

I prossimi a Firenze (19 ottobre) e Roma (26 ottobre) presso gli store. Una buona pratica di riparazione che Primark aveva già attivato nel Regno Unito, in Irlanda, Germania, Francia e Paesi Bassi.

Evviva, è arrivata anche in Italia e per questo Antonietta Circolo, stilista e conduttrice dei workshop di Via Torino, ha aggiunto: “I corsi forniranno ai partecipanti nozioni di cucito di base, ma estremamente importanti, che gli permetteranno di indossare i loro abiti tanto amati ancora più a lungo“.

Crediti immagine: Depositphotos

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