Almeno due volte all’anno, nelle regioni in cui è necessario passare dagli pneumatici estivi a quelli invernali, passiamo dal gommista per la sostituzione; ci siamo mai chiesti dove finiscono gli pneumatici arrivati a fine vita? Come vengono gestiti, smaltiti o rivalorizzati trasformandoli in Pneumatici Fuori Uso? Non è questione di poco conto, visti i numeri del settore automobilistico
La gestione di questo tipo di rifiuto non è di poco conto ed è importante soprattutto nell’ottica della responsabilità estesa del produttore (la cosiddetta Epr – extended producer responsibility), i cui schemi applicativi sono stati costruiti per la realizzazione di filiere orientate alla prevenzione, al riuso e al riciclo di questi materiali.
Secondo i ricercatori di Laboratorio Ref Ricerche (Andrea Ballabio, Donato Berardi, Antonio Pergolizzi e Nicolò Valle), che hanno realizzato un position paper sull’argomento, è indiscutibile che queste logiche abbiano portato la governance dei rifiuti a una razionalità sconosciuta prima.
Tuttavia, oggi è necessario rafforzare l’azione di promozione della prevenzione e del riutilizzo, valorizzando l’intercettazione dei rifiuti in una dimensione realmente circolare.
Una rifocalizzazione del mandato degli schemi Epr, scrivono ancora i ricercatori, è necessaria per riconciliare il loro intervento con gli indirizzi del Legislatore, come dimostra il caso degli pneumatici fuori uso.
Il fine vita degli pneumatici: una responsabilità del produttore da ripensare
Il fine vita degli pneumatici fuori uso (Pfu) rappresenta a questo proposito un tema rilevante per l’industria della gomma in Italia, un settore fondamentale per l’economia nazionale.
L’Italia, con oltre 530mila tonnellate di Pfu generate nel 2022, è il secondo Paese europeo più significativo per numero di imprese nel comparto gomma e plastica. Questo dato pone interrogativi sulla gestione sostenibile degli pneumatici a fine vita.
Gli pneumatici fuori uso, considerati rifiuti speciali non pericolosi, sono soggetti a uno schema di responsabilità estesa del produttore che obbliga produttori e importatori a gestire la raccolta e il trattamento di una quantità di pneumatici pari a quella immessa sul mercato.
Questo sistema, finanziato tramite un contributo ambientale pagato dal consumatore finale, mira a rendere il ciclo di vita degli pneumatici più sostenibile, favorendo il recupero e riducendo gli accumuli di Pfu presso i gommisti.
Secondo i dati del 2022, l’85,4% dei Pfu viene recuperato come materia prima, mentre una piccola parte, il 3,1%, viene utilizzata per il coincenerimento. Tuttavia, alcune problematiche restano irrisolte.
Gli accumuli di Pfu presso i gommisti, causati da target di raccolta non sempre raggiunti, creano situazioni di emergenza. Per fronteggiare questa crisi, il Ministero dell’Ambiente ha introdotto provvedimenti per aumentare i quantitativi da raccogliere, ma le criticità persistono.
Un altro problema riguarda la concorrenza e la trasparenza nel sistema Epr. Le società consortili dovrebbero operare senza scopo di lucro, ma in alcuni casi la loro missione viene interpretata come un servizio alle imprese, distorcendo la concorrenza.
Inoltre, i modelli Epr non incentivano sufficientemente il riutilizzo degli pneumatici, concentrandosi principalmente sulla raccolta, senza promuovere la prevenzione dei rifiuti.
Tra le altre criticità vi sono la mancanza di tracciabilità dei flussi di Pfu e l’assenza di fidelizzazione tra gestori e gommisti, che potrebbe portare a pratiche commerciali non conformi alle normative. Infine, l’assenza di dati precisi sui quantitativi di pneumatici immessi sul mercato complica la gestione e la regolazione del sistema.
Per migliorare la gestione dei Pfu, è necessario un ripensamento dello schema Epr, con l’obiettivo di favorire l’ecodesign, la prevenzione e il riutilizzo, garantendo al contempo maggiore trasparenza e tracciabilità lungo l’intera filiera.
La conclusione di Ref Ricerche: come intervenire?
Gli autori del position paper, concludono affermando che è necessario tornare al senso profondo dell’Epr, che esclude ogni forma di attività finalizzata a trarre profitto e che garantisce il rispetto della gerarchia dei rifiuti, puntando sulla prevenzione in primis e, quindi, sul riuso/preparazione per il riutilizzo e sul riciclo.
“L’Epr dovrebbe essere l’inizio di un lungo percorso di sostenibilità, non il percorso in sé, così come la riduzione della produzione dei rifiuti dovrebbe essere il vero obiettivo, non un corollario. – si legge nel rapporto – Per incentivare la transizione ecologica della nostra economia,servono quindi strumenti di politica industriale e scelte coraggiose soprattutto sul lato dell’offerta, per esempio costruendo nuovi sbocchi e nuovi mercati per i prodotti di riciclo, laddove gli schemi di Epr dovrebbero servire prevalentemente a rispondere a
esigenze di tutela ambientale.
È altrettanto evidente che la costruzione di un mercato regolato dai meccanismi dell’Epr genera, specularmente, la sua nemesi nella nascita di mercati paralleli, dove anche il mancato rispetto delle regole diventa strategia di penetrazione economica e di concorrenza sleale.
Pratiche rispetto alle quali occorre approntare tutte le soluzioni idonee per scoraggiarle e reprimerle, a partire da un’estensione delle filiere coperte dai meccanismi di responsabilità estesa in quanto tali sistemi costituiscono anche un presidio di legalità nel trattamento dei flussi di rifiuti.
Inoltre, le risorse raccolte con il contributo ambientale dovrebbero essere destinate a sostenere proprio quei segmenti della filiera che non reggono la prova del mercato, in quanto ritenute meno convenienti dagli operatori, sulla base delle normali condizioni di domanda e di offerta.
Le tensioni geopolitiche (Ucraina, Medio Oriente) e i rincari dei prezzi (materie prime, fonti energetiche, beni di consumo), in un contesto generalizzato di mercati che non riescono a svolgere il loro ruolo di efficienza allocativa a causa delle esternalità ambientali, stanno facendo emergere molte contraddizioni e/o criticità nel campo della transizione ecologica, compreso il settore dei rifiuti e i flussi regolati, appunto, da schemi di Epr.
In un tale framework, non si può desistere dalla ricerca continua delle modalità migliori per assicurare l’efficienza economica ed ambientale nella gestione dei flussi, in aggiunta alla leva del contributo pagato dai consumatori finali.
In tal senso, gioverebbe indubbiamente un’estensione della diversificazione del contributo ambientale, alla stregua di quanto già adottato per gli imballaggi in carta e cartone e in plastica.
La diversificazione contributiva, infatti, ha il pregio di favorire l’ecoprogettazione dei beni e, conseguentemente, un loro trattamento maggiormente ottemperante con la gerarchia dei rifiuti (preparazione per il riutilizzo, riciclo).
Più numerose sono le filiere con un contributo ambientale diversificato, maggiori sono i quantitativi di beni che non diventano rifiuti e, in subordine, di rifiuti che vengono gestiti in maniera ambientalmente efficace.
Parimenti, andrebbero ridotte le asimmetrie informative nei confronti delle autorità di controllo, a partire dal Mase. Infine, tutti gli schemi di Epr prevedono – come già si è detto per gli Pfu – che la responsabilità dei produttori possa essere assolta in forma collettiva, cioè attraverso delle società consortili appositamente costituite dai produttori stessi, oppure in forme individuali.
Questa scelta ha generato, concretamente, almeno due percorsi distinti. Il primo, quello dei consorzi, che svolgono il proprio ruolo in maniera pubblica, assoggettandosi a forme di controllo interne ed esterne, e che si reggono su appositi statuti e procedure formali aperte e condivise e sulla pubblicità delle informazioni in merito alla loro attività.
Il secondo, quello dei Sistemi Individuali, che invece agisce in maniera meno conosciuta e che risponde individualmente del proprio operato, al di fuori dei circuiti pubblici attivati dai primi.
Così, se il Mase e, in generale, l’opinione pubblica può disporre di almeno una parte delle informazioni che i consorzi mettono a disposizione nei propri canali istituzionali, come accade per gli annuali Report ambientali, le poche informazioni delle forme individuali transitano solo verso il Mase.
Pertanto, andrebbe chiuso il gap informativo sulla conoscenza dei dati e delle informazioni più rilevanti, che ancora interessa diversi meccanismi di responsabilità estesa. Senza un’adeguata raccolta e un’opportuna analisi, non si può favorire il rispetto trasversale delle regole e, di conseguenza, il sostegno alla mission ambientale sottesa a tali sistemi“.
Crediti immagine: Depositphotos












