Una ricerca firmata da Università di Trieste e Sapienza scopre la radice biologica del perché umani e animali preferiscono suoni consonanti
Le consonanti hanno più appeal delle vocali nella comunicazione. E non solo tra umani. Suoni secchi, diretti e con radici che ci legano all’ambiente. E ora c’è anche una spiegazione scientifica tanto da essere intesi come veri e propri segnali sociali.
I ricercatori del Dipartimento di Scienze della vita dell’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, hanno infatti scoperto che la preferenza delle specie animali, umane e non umane, per i suoni consonanti sarebbe in parte determinata fisiologicamente.
L’ipotesi all’origine dello studio, condotto su centotrenta pulcini implumi, è che gli elementi costitutivi delle capacità musicali – di umani e animali – abbiano una radice biologica, condivisa tra specie anche filogeneticamente distanti e non dipendano già solo dalla cultura e dall’esperienza musicale.
Quindi non vale solo nell’addestramento dei cani, ma sarebbe una tendenza trasversale tra l’altro collegata a un richiamo dei suoni ambientali.
Secondo Andrea Ravignani, professore ordinario di psicologia generale presso il Dipartimento di Neuroscienze umane della Sapienza Università di Roma il segreto sta nel fatto che “gli intervalli consonanti vengono prodotti in segnali sociali di tipo acustico“.
E tra l’altro, come precisa Cinzia Chiandetti, professore associato di psicobiologia presso il Dipartimento di Scienze della vita dell’Università degli Studi di Trieste: “Oggi sappiamo che i richiami più armonici sono quelli emessi nelle situazioni più piacevoli“.
Il futuro è roseo e la Chiandetti precisa che a breve “potremo arrivare a comprendere lo status emotivo dell’animale associato al contesto in cui si trova: non siamo poi così lontani dal poter immaginare dispositivi in grado di registrare i richiami e restituire il livello di comfort o stress dell’animale che ci troviamo di fronte, anche dei polli che, come direbbe lo scrittore Andrew Lawler, sono gli uccelli che hanno alimentato la civiltà“.
I dettagli della ricerca
La ricerca è stata condotta su centotrenta pulcini implumi; una volta schiusi, i pulcini – che non necessitano di alcuna cura parentale, né per sviluppare il repertorio vocale né per deambulare – sono stati allevati per quattro giorni, a coppie, in gabbie rettangolari a temperatura ambiente controllata.
Per ogni pulcino sono stati registrati in arene insonorizzate i seguenti richiami:
- i richiami di contatto, lasciando soli i pulcini nell’arena vuota dopo averli separati dal compagno di allevamento e dall’oggetto per l’imprinting
- i richiami di covata, inserendo un oggetto per l’imprinting al centro dell’arena dopo l’isolamento iniziale
- i richiami di cibo, posizionando un piatto di cibo al centro dell’arena dopo aver rimosso l’oggetto per l’imprinting
Questi richiami fanno parte di un complesso codice vocale che i pulcini sviluppano dalla schiusa all’età adulta per comunicare i loro bisogni agli altri conspecifici e per esprimere la natura positiva o negativa di una situazione che stanno vivendo.
I ricercatori hanno stimolato la produzione di ciascun tipo di richiamo da parte dei pulcini ricreando gradualmente la situazione naturale associata a ciascuno di essi.
Analizzati i picchi minimi e massimi delle frequenze fondamentali e calcolatone il rapporto, lo studio ha rivelato una prevalenza di consonanza perfetta in tutti i tipi di richiamo, a conferma dell’idea che i suoni consonanti siano intrinsecamente presenti nella comunicazione animale.
Le sole dissonanze registrate sono state rinvenute in situazioni di particolare di stress, quali per esempio contesti di isolamento.
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