Riforma del Codice della Strada, i tanti incidenti stradali che coinvolgono pedoni e ciclisti, la totale incuranza dei limiti sulle strade -urbane ed extraurbane – e la mancanza di percezione del pericolo che chi guida un mezzo a motore ha nei confronti della velocità: il nostro esperto, Marco Fardelli, tira le somme in questo fine 2024
Siamo arrivati a fine anno, con una pessima riforma del Codice della Strada che ci si augura venga fortemente corretta per non perdere tutto quel poco che era stato avviato in favore della mobilità leggera, specie in città dal 2020 fino a oggi.
Una fine d’anno nella quale per contro entrano con un certo fragore i primi dati della città di Bologna. Quella Bologna30 apertamente osteggiata dal Ministro Salvini.
Possiamo snocciolare i freddi numeri, ma si tratta di numeri tutti con il segno meno davanti, perché sono diminuiti gli incidenti gravi e quelli leggeri (si tratta sempre di collisioni); sono diminuiti i feriti, sono diminuiti i morti.
Poi ci sono i numeri positivi, con più biciclette, più passeggeri sui bus. Ma nelle note dal segno meno si legge un importante segnale positivo: “più gente che vorrebbe andare anche a lavorare, che può farlo davvero perché non è finita sotto le ruote di un mezzo a motore. La diminuzione dei morti e feriti in strada deve essere letta con questo criterio: più gente che può andare anche a lavorare“.
Una fine d’anno in cui entra anche la città di Lodi per aver istituito la città 30. Come sempre per non lasciare spazio alle polemiche ignoranti e sterili, occorre ribadire che città 30 è un progetto complesso, fatto anche di limiti di velocità, ma soprattutto di opere per la redistribuzione e la razionalizzazione dello spazio pubblico in città.
Città che a oggi sono ancora apertamente disegnate a misura di automobile. Strano a dirsi, le città storiche, costruite nei secoli scorsi, quando delle auto non se ne intravedeva neppure l’invenzione, abitate dalle persone ma ridisegnate negli ultimi decenni dal secondo dopoguerra in poi, solo per le automobili.
Strade dritte e larghe in cui chi si sposta a piedi è fortemente marginalizzato, quasi ghettizzato, su marciapiedi striminziti, spesso al di sotto del minimo stabilito per legge, su cui altrettanto spesso trova automobili parcheggiate, strade dove è facile ignorare il Codice della Strada, anche nella versione inutilmente e fortemente repressiva della ultima riforma in cui si paventano “punizioni divine per i trasgressori” senza mettere in opera alcunchè per fare in modo che il trasgressore non trasgredisca.
Nessuna prevenzione. E senza poter contare su risorse in grado di prevenire con controlli capillari. Una riforma in cui gli autovelox vengono anch’essi marginalizzati e dove chiunque può fare ricorso avanzando inesattezze sulla loro omologazione.
Invece abbiamo bisogno di città inclusive dove ciascuno possa scegliere autonomamente come spostarsi e dove ci sia la possibilità anche per chi non sceglie un’automobile di viaggiare in sicurezza.
Compresi quelli che per impedimenti fisici devono usare una bicicletta a 3 ruote. Torniamo a Bologna. Ma solo per dire che è un peccato che a oggi abbia pochissimi seguaci.
Dice Andrea Colombo, che di Bologna30 è uno degli artefici: “Bologna Città 30 può essere letta anche come misura per ridurre la cosiddetta povertà dei trasporti: l’inaccessibilità alla mobilità (sostenibile) infatti non è solo legata a ragioni economiche o di carenza di servizi e infrastrutture di trasporto, ma, nel caso delle città, anche all’insicurezza sulle strade che disincentiva gli spostamenti sostenibili a piedi e in bicicletta“.
Un augurio che il 2025 possa tornare a essere un anno di cambiamenti in positivo. Per attuare i cambiamenti occorre agire, anche in prima persona, anche con qualche rinuncia, ma soprattutto con grande maturità e volontà di cambiare paradigma.
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