La transizione energetica non deve essere considerata soltanto un obbligo ambientale, ma un’opportunità per rendere più efficienti e competitive le imprese agricole e alimentari. Aiutandole a ridurre i costi energetici: ecco cosa dice la ricerca Rse
La rivoluzione energetica dell’agroalimentare comincia dai campi: produrre meglio consumando meno. Come fotovoltaico, elettrificazione dei macchinari e recupero degli scarti possono aiutare a tagliare i costi.
Le indicazioni arrivano da una ricerca di Rse – Ricerca sul sistema energetico. Ma per accelerare la transizione occorre superare un ostacolo: la difficoltà delle piccole imprese a investire nell’innovazione.
Con il diesel che costa sempre di più, ci viene naturale una domanda: quanto costa, in termini energetici, portare un prodotto agricolo dal campo alla nostra tavola? Soprattutto, quanta energia potremmo risparmiare ripensando il modo in cui coltiviamo, trasformiamo e conserviamo gli alimenti?
Sono domande tutt’altro che secondarie per il futuro dell’agroalimentare italiano, chiamato a confrontarsi contemporaneamente con l’aumento dei costi produttivi, la crisi climatica e la necessità di ridurre le emissioni.
A offrire indicazioni concrete è Rse, che nel documento Transizione energetica e settore agroalimentare analizza le opportunità di innovazione di un comparto strategico per l’economia nazionale.
Il punto di partenza è chiaro: la transizione energetica non deve essere considerata soltanto un obbligo ambientale, ma un’opportunità per rendere più efficienti e competitive le imprese agricole e alimentari.
Sommando agricoltura e industria alimentare e delle bevande si superano i 21mila GWh di consumi elettrici annui. Un valore che non comprende tutta l’energia termica e i carburanti utilizzati lungo la filiera.
È dunque evidente che migliorare l’efficienza energetica può produrre benefici economici e ambientali significativi.
Dal fotovoltaico ai trattori elettrici: dove intervenire
Secondo Rse, una delle principali opportunità riguarda l’autoproduzione di energia rinnovabile. Impianti fotovoltaici sulle strutture aziendali, sistemi agrivoltaici compatibili con le coltivazioni e accumuli energetici possono contribuire a ridurre la dipendenza dalla rete e dalle oscillazioni dei prezzi.
Ma produrre energia pulita non basta: occorre anche utilizzarla meglio. L’elettrificazione dei macchinari agricoli, l’ottimizzazione delle pompe per l’irrigazione, il miglioramento dei processi termici negli stabilimenti e il recupero energetico dei sottoprodotti rappresentano alcune delle soluzioni individuate.
Un ruolo crescente spetta all’agricoltura di precisione. Sensori, sistemi digitali e strumenti di monitoraggio consentono di distribuire acqua e altri input produttivi in funzione delle effettive necessità, limitando sprechi e consumi.
Il principio è semplice: non consumare energia dove non serve e produrla, quando possibile, direttamente dove viene utilizzata.
Il vero ostacolo? Il 40% delle aziende non investe in innovazione
La ricerca, che comprende indagini realizzate con Bva Doxa, mette però in evidenza una contraddizione: mentre le tecnologie diventano sempre più accessibili sul piano tecnico, la loro diffusione resta limitata.
Il 40% delle imprese esaminate dichiara di non aver investito in innovazione negli ultimi cinque anni. Tra gli investimenti effettuati prevalgono quelli in macchinari, mentre l’efficientamento energetico e l’autoproduzione di energia occupano ancora uno spazio marginale.
Eppure, proprio l’energia rappresenta una delle voci di costo più rilevanti. Nella filiera dell’olio di oliva, il 55% delle aziende intervistate la indica tra i principali fattori che incidono sul prodotto finito.
La soluzione può arrivare anche dai contoterzisti agricoli
Uno degli approfondimenti più interessanti riguarda le imprese agromeccaniche che offrono servizi alle aziende agricole. Nell’indagine Rse su 100 contoterzisti, quasi il 60% dichiara di utilizzare almeno una tecnologia di precisione.
Tra quelli che hanno introdotto queste soluzioni, quasi sei su dieci riferiscono di aver ottenuto risparmi, dall’energia all’acqua, fino a fertilizzanti e sementi. È un’indicazione importante soprattutto per le aziende di piccole dimensioni: non sempre è necessario acquistare direttamente una tecnologia costosa.
Condividere macchinari e competenze attraverso servizi specializzati può diventare una strada concreta per accelerare la transizione.
La sostenibilità energetica deve diventare anche sociale
Rse individua quattro pilastri per la trasformazione dell’agroalimentare: energia, innovazione, sostenibilità economica e sostenibilità sociale.
Quest’ultimo aspetto è decisivo in un Paese dove il 74% delle aziende agricole presenta una dimensione economica inferiore a 25mila euro, secondo i dati del Censimento agricolo 2020 riportati nello studio.
Senza strumenti finanziari adeguati, formazione e collaborazione tra imprese, il rischio è che la transizione proceda a due velocità, lasciando indietro proprio i produttori più piccoli.
La conclusione che emerge dalla ricerca è dunque anche una questione di politica industriale: per produrre cibo più sostenibile non basta aumentare la disponibilità di energia rinnovabile. Occorre riprogettare l’intero sistema produttivo, rendendo l’efficienza energetica accessibile a tutte le aziende.
Perché il futuro del Made in Italy agroalimentare dipenderà anche dalla capacità di conservare la qualità dei prodotti consumando meno risorse, riducendo gli sprechi e mantenendo economicamente sostenibile il lavoro di chi li produce.
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