Approvato il masterplan che fa del paesaggio la trama della città nuova; un documento che sposta il baricentro della città palladiana ben oltre il centro storico, verso una costellazione di nuove centralità nei quartieri a ponente. Ne parliamo con l’assessora allo Sviluppo economico e al Territorio del Comune, Cristina Balbi
Sono quattro i paesaggi cui tiene il Masterplan Vicenza 2030: quello dell’abitare, del sapere e saper fare, dell’acqua, del rapporto città-campagna.
Il Masterplan – recentemente approvato – rinuncia così alla consueta tassonomia per sistemi e reti e adotta la categoria di paesaggio, intesa, come insegna la Convenzione europea, quale esito delle relazioni tra un territorio e chi lo abita.
“Intersezioni descrive prima di tutto un metodo – chiarisce Stefano Recalcati, associate director ed Europe South integrated city planning leader di Arup Italia – i fiumi riguardano contemporaneamente sicurezza idraulica, spazio pubblico e qualità ambientale“.
Suolo, consumo zero
La premessa è un congedo. “Il Pat del 2009 era uno strumento urbanistico superato, concepito nei primi anni 2000 su un modello di sviluppo incentrato prevalentemente sull’espansione territoriale“, osserva l’assessora allo Sviluppo economico e al Territorio del Comune di Vicenza, Cristina Balbi, che rivendica un principio tutt’altro che scontato nel Nordest della dispersione insediativa.
“La pianificazione non deve subire il mercato, ma guidarlo“. Il consumo di nuovo suolo tende a zero; la priorità è la città esistente. Il progettista, sul punto, non concede ambiguità: “Il tema del consumo di suolo è molto netto“, conferma Recalcati.
Sulla de-impermeabilizzazione, tuttavia, la cautela è d’obbligo: nei metaprogetti “lavoriamo sull’aumento delle superfici permeabili, ma il bilancio quantitativo della de-impermeabilizzazione appartiene alle successive fasi progettuali“.
“Ispessire e attivare” il bordo tra città e campagna significa, spiega Recalcati, “attribuire un ruolo più preciso al paesaggio periurbano, anche attraverso il riuso del patrimonio rurale dismesso e l’introduzione di nuove funzioni agro-urbane“. In una formula, “trasformare ciò che già esiste“.
Fiumi da abitare
Lo si misura nei tre metaprogetti, quasi 48 ettari di aree dismesse. Tra viale Trento e via Divisione Julia, attorno all’ex Consorzio agrario, si prevedono il 30% di superficie a verde, rain garden, rogge rinaturalizzate e 1,5 MWp di fotovoltaico.
Al Mercato ortofrutticolo nasce un food district con serre, orti urbani e fitodepurazione dei suoli inquinati. All’ex Lanerossi, 20,2 ettari affacciati sul Retrone, il verde sale al 36% e gli shed diventano un’arena all’aperto, “come avviene per esempio al Carroponte di Milano“, precisa Recalcati.
Il quale concepisce i fiumi come “vere infrastrutture urbane, con le sponde abitabili“, fino all’obiettivo audace della “potenziale balneabilità dei corsi d’acqua“, sull’esempio di Parigi.
Tra le azioni del Paesaggio dell’acqua, l’impegno a “migliorare la qualità ecologica delle infrastrutture verdi e blu esistenti” allude a “dispositivi operativi molto concreti, come la fitodepurazione attraverso le piante“, preziosi per corsi d’acqua segnati anche dai Pfas.
Sponde abitate, d’altronde, Vicenza le possiede, “come accade già alla Spiaggetta sul Bacchiglione, accanto allo Iuav, o alla Spiaggia del Livelon, a nord del quartiere Laghetto, spazi molto cari ai cittadini“.
Quanto agli indicatori su rischio idraulico, isole di calore e continuità ecologica, il progettista rinvia ai progetti successivi, cui spetterà “individuare e dimensionare le soluzioni più appropriate“.
Riusare l’esistente
Ma è sul destino del costruito che il piano rivela la propria postura culturale. Recuperare o demolire? Recalcati rifugge le contrapposizioni ideologiche: “Esiste ormai un lungo repertorio, italiano e internazionale, di trasformazioni del patrimonio produttivo e industriale che mostra come riuso e trasformazione possano convivere“.
All’ex Lanerossi si propone dunque “di conservare alcune parti che possono assumere un nuovo ruolo“, mentre il corpo destinato all’Innovation Hub verrà demolito e ricostruito in sagoma, i due casolari recuperati e Villa Milan Bertolini riqualificata.
Il valore, avverte, non risiede nel singolo manufatto: il recupero degli edifici “è parte di un progetto più ampio, che mette in relazione nuove funzioni produttive e culturali, residenze temporanee, spazi pubblici, il quartiere Ferrovieri e il Parco Retrone“.
Rimane in ombra, però, il tema del carbonio incorporato.
Un piano evolutivo
Anche il lessico è un atto di progetto. “Abbiamo scartato l’aggettivo resiliente, termine ormai abusato, per sostituirlo con evolutivo“, confessa il progettista: una città che muta per processo continuo, non soltanto per reazione agli shock. Gli altri due aggettivi scelti? Trasversale e operativo.
Sul clima, l’assessora Balbi annuncia un parallelo Masterplan del verde con “obiettivi quantitativi ambiziosi sulla forestazione urbana” e avverte che l’arrivo della Tav “dovrà trasformarsi in un’occasione strategica di ricucitura urbana, rigenerazione e compensazione ambientale e non in un fattore di consumo ulteriore“.
Sul fronte sociale, quote vincolate di edilizia a canone calmierato e investimenti sul patrimonio di circa 1.500 alloggi comunali, perché “la rigenerazione urbana non deve mai trasformarsi in un fattore di esclusione sociale“.
Resta la questione del tempo, che i progettisti affrontano con onestà. Il 2030 non è il traguardo dei cantieri, i cui effetti fisici sono attesi al 2040, ma il momento in cui la visione dovrebbe farsi “un modo ordinario di progettare la città“. È, a ben vedere, la sfida più ardua: non costruire edifici, ma cambiare abitudini.
La visione della nuova Vicenza, nelle parole dell’assessora Cristina Balbi
Lei ha detto che con questo documento l’amministrazione intende riappropriarsi del proprio ruolo di guida e orientamento dello sviluppo territoriale. Riappropriarsi, fa pensare che questo ruolo fosse stato perso. Negli ultimi anni chi ha deciso, di fatto, come cambiava Vicenza? E che cosa il Masterplan permette di fare che il Pat e il Piano degli Interventi non consentivano già?
Il Pat del 2009 era uno strumento urbanistico superato, concepito nei primi anni 2000 su un modello di sviluppo incentrato prevalentemente sull’espansione territoriale.
Da allora lo scenario economico e sociale è profondamente cambiato, così come la sensibilità ambientale, testimoniata dall’applicazione rigorosa della legge regionale sul consumo di suolo, che ci ha visti stralciare quasi del tutto le previsioni espansive del passato.
Il tema di una nuova visione strategica era sul tavolo da quindici anni: la nostra amministrazione ha scelto di affrontarlo con un approccio ampio e organico.
Il Masterplan non è un rigido strumento urbanistico tecnico, ma una bussola condivisa per trasformare le sfide contemporanee in opportunità di sviluppo e rigenerazione. La pianificazione non deve subire il mercato, ma guidarlo. Non è sempre stato così in passato.
Il Masterplan è un documento di indirizzo strategico, le cui indicazioni dovranno trovare applicazione attraverso gli strumenti urbanistici e la progettazione dei singoli interventi. In sé quindi non vincola nessuno. Con quali atti concreti, con quali risorse di bilancio e con quali indicatori di monitoraggio la Giunta si impegna a renderlo operativo? E chi ne risponderà ai cittadini se le previsioni resteranno sulla carta?
L’approvazione del Masterplan è avvenuta in parallelo all’avvio delle procedure urbanistiche per recepirne gli indirizzi, a partire dalla priorità assoluta della rigenerazione delle aree dismesse e sottoutilizzate.
Questo percorso si sta concretizzando attraverso gli strumenti previsti dalla legge regionale del Veneto, come il documento programmatico del Sindaco. È importante sottolineare che le trasformazioni prefigurate non saranno sostenute esclusivamente dalle risorse di bilancio del Comune.
La forza del Masterplan sta proprio nell’essere un quadro di riferimento chiaro e autorevole capace di attrarre e orientare sia i capitali dei soggetti privati, sia i finanziamenti degli altri enti istituzionali e territoriali chiamati ad accogliere gli indirizzi dell’Amministrazione.
Non si tratta di fare tutto subito né di agire in solitudine, ma di mobilitare in modo coordinato risorse pubbliche e private per attivare uno sviluppo della città che sia equilibrato, sostenibile e duraturo
Il Paesaggio dell’acqua prevede superfici capaci di lasciar filtrare l’acqua, spazi che possano trattenerla temporaneamente e interventi per affrontare precipitazioni intense. Vicenza ha ancora negli occhi l’alluvione del 2010. Vi siete dati obiettivi misurabili, per esempio ettari da de-impermeabilizzare o alberi da piantare entro il 2030? C’è poi una tensione tra l’azzeramento del consumo di suolo e primato assoluto della rigenerazione annunciato nel Documento del Sindaco e temi come gli effetti della Tav e l’utilizzo dei crediti edilizi. Come intende tenerli insieme?
La transizione ecologica a Vicenza non parte oggi: abbiamo già a regime strumenti avanzati come il prontuario del verde urbano, i criteri per i crediti edilizi e indicatori stringenti come il bilancio di CO2 e l’indice di riduzione dell’impatto climatico.
Parallelamente al Masterplan Vicenza 2030, stiamo definendo il Masterplan del verde, che affronterà in modo specifico la qualità ambientale dello spazio pubblico introducendo obiettivi quantitativi ambiziosi sulla forestazione urbana.
L’arrivo della Tav è una sfida per il governo del territorio: dovrà trasformarsi in un’occasione strategica di ricucitura urbana, rigenerazione e compensazione ambientale, e non in un fattore di consumo ulteriore.
Un passaggio fondamentale di questo percorso è l’allineamento operativo delle nostre aziende partecipate, che faranno proprie queste strategie: la gestione delle reti, dei servizi pubblici e delle infrastrutture territoriali dovrà recepire pienamente gli obiettivi ambientali e climatici del Comune, trasformando la visione del Masterplan in un indirizzo vincolante per l’intera governance pubblica locale.
L’emergenza abitativa è una delle nove macro aree di approfondimento del piano. Il Masterplan parla di un’offerta abitativa rivolta a esigenze differenti: famiglie, studenti, lavoratori temporanei, anziani e persone in condizioni di fragilità. Quando un quartiere come i Ferrovieri viene rigenerato, il rischio è che salgano affitti e valori immobiliari e che chi ci vive oggi sia spinto altrove. Quali garanzie darete, per esempio quote vincolate di edilizia a canone accessibile, perché la rigenerazione non diventi espulsione?
Vicenza ha bisogno di nuovi spazi per l’abitare. L’emergenza abitativa è una priorità non solo per i soggetti fragili, ma anche per fasce di popolazione che non trovano alloggi adeguati in città.
L’aumento del valore del patrimonio immobiliare legato al miglioramento dei servizi, del verde e del trasporto pubblico è un fenomeno fisiologico, ma la rigenerazione urbana non deve mai trasformarsi in un fattore di esclusione sociale.
Per contrastare questa dinamica agiremo su tre livelli. Una quota sociale vincolata nei nuovi interventi: il Piano vigente utilizza già lo strumento della perequazione per imporre quote di edilizia residenziale sociale e a canone calmierato nei nuovi interventi di rigenerazione.
Potenziamento e recupero dell’Edilizia Residenziale Pubblica (Erp): La migliore risposta pubblica alle distorsioni del mercato immobiliare privato è l’offerta diretta. Vicenza vanta un patrimonio di circa 1.500 unità abitative comunali, sulle quali stiamo investendo ingenti risorse per ristrutturare e rimettere rapidamente sul mercato gli alloggi sfitti.
Tutela della comunità di quartiere e dei servizi, migliorando la qualità urbana complessiva: servizi di prossimità, spazi collettivi, aree verdi e un nuovo sistema di trasporto pubblico rapido e sostenibile.
L’obiettivo non è attrarre mere speculazioni, ma consolidare la trama sociale dei quartieri, garantendo un’offerta abitativa differenziata capace di proteggere le fasce deboli, i lavoratori temporanei e i giovani nuclei familiari.
Per l’ex Lanerossi, su 20,2 ettari, il Masterplan propone un polo per ricerca, innovazione e nuove imprese. Molte città italiane hanno costruito incubatori e hub che sono rimasti contenitori vuoti. Su quale domanda reale si basa questa previsione? Ci sono già università, aziende o investitori impegnati, oppure lo spazio viene prima disegnato e poi si cerca chi lo riempia?
Pur mantenendo la dovuta prudenza, evidenziamo che fin dalla pubblicazione del Masterplan abbiamo registrato manifestazioni di interesse concrete da parte di attori chiave dell’innovazione e del mondo accademico-imprenditoriale.
Vicenza possiede già le premesse e le competenze per questa crescita; il nostro compito come amministrazione è fare da facilitatori per accelerare l’incontro tra investitori, università e categorie economiche.
Agli Stati generali del 15 gennaio i cittadini potevano seguire soltanto la prima parte in streaming. I quattro tavoli sui Paesaggi si sono svolti in forma riservata agli stakeholder che parteciperanno in presenza. Il primo incontro del percorso ha coinvolto rappresentanti delle categorie economiche, del lavoro, degli ordini e dei collegi professionali. Lei parla di un metodo di partecipazione e condivisione, ma dove sono stati i residenti dei quartieri interessati? Non è stata, più che una partecipazione, una consultazione delle categorie organizzate?
La partecipazione è il pilastro di ogni pianificazione seria, ma va distinta per livelli. Negli ultimi due anni abbiamo condotto laboratori di quartiere e incontri pubblici aperti a tutti i singoli cittadini per raccogliere istanze sulla qualità urbana e sui servizi.
Per il Masterplan, che tocca dinamiche macroeconomiche e di sviluppo urbano complesse, è stato necessario coinvolgere in prima battuta le forze sociali ed economiche organizzate, affiancate comunque da strumenti aperti come questionari digitali e il contributo dei consigli di quartiere.
Nelle prossime settimane apriremo una nuova fase di partecipazione capillare nei quartieri per declinare il piano sul territorio e raccogliere ulteriori contributi e riflessioni.
Il piano nasce per il recupero delle aree dismesse secondo modelli di pianificazione che favoriscano la coesione sociale e la sostenibilità ambientale. Eppure in uno dei tre ambiti prioritari, quello di viale Trento, nel rapporto dei Metaprogetti compaiono la (nuova) clinica Villa Margherita all’ex Baronio, cioè una struttura sanitaria privata su un’area di proprietà di un fondo. Nel frattempo il Comitato Albera chiede alla giunta Possamai di ricavare uno spazio verde pubblico per i residenti in una zona molto trafficata. Il Masterplan ha orientato le scelte dei privati, o si è limitato a recepirle? E che cosa otterrà concretamente il quartiere in cambio, in metri quadrati di verde pubblico e di servizi?
Per l’area ex Baronio il Masterplan delinea un assetto coerente con il disegno generale della città e con la destinazione d’interesse generale dell’area, già vocata a servizi collettivi (ex istituto scolastico).
La nuova destinazione sanitaria risponde alle esigenze del territorio e si integra con le proposte del promotore privato. Il progetto dovrà tuttavia garantire un rigoroso equilibrio tra accessibilità, connessioni di mobilità dolce anche con i quartieri retrostanti, sviluppo e tutela di una quota adeguata di verde urbano
L’incarico ad Arup prevedeva una spesa di 115.000 euro e un cronoprogramma nell’arco di nove mesi. L’affidamento è del febbraio 2025, il report finale è arrivato ad agosto 2026 e l’approvazione con la Delibera di C.C. n. 78 del 17 settembre 2026. Inoltre il mandato scade nel 2028. Che cosa vedranno concretamente i vicentini, un cantiere aperto o un’area restituita, prima delle prossime elezioni?
La portata profondamente innovativa del Masterplan Vicenza 2030 non risiede in una semplice sommatoria di progetti sulla carta, ma nell’introduzione di un nuovo metodo di governo del territorio.
L’orizzonte del 2030 dovrà necessariamente essere esteso per vedere effetti concreti sulle trasformazioni urbane. Tuttavia è già in atto una trasformazione nell’approccio di pianificazione, che sta iniziando a guardare alle intersezioni tra i diversi paesaggi per progettare la città.
Il recupero delle aree dismesse o sottoutilizzate è in già in corso con questa direzione. Lo strumento strategico dovrà necessariamente guidare anche le prossime amministrazioni per raggiungere gli obiettivi indicati.













