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Plastica e riciclo: ecco i problemi da risolvere prima che sia troppo tardi

riciclo della plastica
Immagine da Depositphotos

L’industria europea del riciclo della plastica è sotto pressione. Costi elevati, concorrenza internazionale, incertezze normative e prodotti difficili da recuperare rischiano di compromettere la transizione circolare. Assolombarda indica le priorità per rilanciare il settore, mentre una ricerca del Cmcc mette in luce un’altra contraddizione: ricicliamo sempre di più, ma spesso lo facciamo lontano da casa

Il problema del recupero e riciclo della plastica non è soltanto ambientale. È industriale, economico e politico. Lo ha evidenziato Assolombarda, che il 21 ottobre 2026 ha presentato a Milano un documento elaborato dal proprio Gruppo di Lavoro Sostenibilità Ambientale, con il coordinamento scientifico del professor Fabio Iraldo della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e di Ergo.

Troppa plastica vergine, troppo poca riciclata

I numeri spiegano perché occorre intervenire rapidamente. Nel 2024 la produzione mondiale di plastica ha superato i 459 milioni di tonnellate, per oltre l’84% ottenute da materie prime fossili.

In Europa il riciclo meccanico post consumo ha rappresentato il 14,5% della produzione di materie plastiche. I trasformatori hanno utilizzato 7,9 milioni di tonnellate di materiali circolari, pari al 15,1% delle plastiche complessivamente trasformate. Ma circa un quinto di questi materiali arriva dall’estero.

La prima preoccupazione riguarda proprio la competitività. Quando la plastica vergine costa meno di quella riciclata (come abbiamo più volte evidenziato) il mercato delle materie prime seconde entra in difficoltà.

A complicare la situazione intervengono le importazioni a prezzi difficilmente sostenibili per i produttori europei. Il rischio è perdere gli impianti di riciclo, proprio mentre l’Europa chiede di riciclare di più.

Le regole incerte frenano gli investimenti

Un secondo problema riguarda la normativa. Le imprese chiedono chiarezza sulla definizione di riciclo chimico, sui criteri End of Waste, che stabiliscono quando un rifiuto cessa di essere tale e sull’applicazione del mass balance, il sistema di contabilizzazione delle quote di materiale riciclato nei processi produttivi.

Senza regole condivise diventa difficile programmare investimenti industriali di lungo periodo. Il riciclo meccanico rimane prioritario per le plastiche compatibili, mentre quello chimico può offrire soluzioni aggiuntive per materiali contaminati, eterogenei o multistrato.

Ma le due tecnologie devono essere valutate anche in base ai consumi energetici, alle emissioni e alle effettive quantità recuperate. Non basta, insomma, chiamare un processo riciclo per garantirne la sostenibilità.

Il riciclo comincia dalla progettazione

Un’altra criticità riguarda gli oggetti che immettiamo sul mercato. Imballaggi multistrato difficili da separare, additivi problematici e pigmenti che ostacolano il riconoscimento ottico rendono complesso, quando non impossibile, il recupero dei materiali.

Per Assolombarda la risposta deve partire dall’ecoprogettazione, coerentemente con i nuovi regolamenti europei Ppwr ed Espr. Un prodotto dovrebbe nascere pensando anche alla sua fine: essere facilmente separabile, recuperabile e trasformabile in nuova materia prima.

Questo significa superare una visione della sostenibilità concentrata esclusivamente sulla raccolta differenziata. Se un oggetto è progettato male, anche il migliore sistema di raccolta può non bastare.

E se il riciclo avviene dall’altra parte del mondo?

Alle preoccupazioni industriali si aggiunge un interrogativo sollevato da una ricerca della Fondazione Cmcc, pubblicata sul Journal of Applied Economics.

Ogni anno, dal 2010, tra 170 e 200 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili attraversano i confini nazionali. Tra il 2018 e il 2021, una quota compresa tra il 10 e il 13% del riciclo degli imballaggi dell’Unione europea è avvenuta fuori dai confini comunitari.

Il commercio internazionale dei materiali recuperabili non è necessariamente negativo. Tuttavia, esportare rifiuti può significare trasferire altrove anche gli impatti ambientali, senza sviluppare una filiera industriale europea sufficientemente autonoma.

La ricerca segnala inoltre che alcune politiche di incentivazione del riciclo possono favorire le esportazioni anziché il recupero sul territorio.

È quindi indispensabile conoscere la destinazione dei materiali, verificarne l’effettivo trattamento e creare una domanda industriale stabile di materie prime seconde.

La fiducia dei consumatori è un’altra sfida

C’è infine una questione che riguarda direttamente cittadini e territori: la credibilità delle dichiarazioni ambientali.

Un prodotto realizzato con plastica riciclata deve poter dimostrare quanto materiale recuperato contiene e quali benefici ambientali genera. Analogamente, gli impianti devono comunicare in modo trasparente le proprie prestazioni e i possibili impatti.

Senza informazioni verificabili aumenta il rischio di greenwashing e diminuisce la fiducia nell’economia circolare. La vera urgenza, dunque, non è soltanto riciclare più plastica, ma creare le condizioni perché riciclarla sia ambientalmente utile ed economicamente possibile.

Servono regole certe, investimenti, progettazione intelligente, controlli sulle importazioni e mercati capaci di valorizzare i materiali recuperati. Ma serve anche ridurre la plastica superflua e privilegiare il riuso quando rappresenta una soluzione praticabile.

Crediti immagine: Depositphotos

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M.Cristina Ceresa M.Cristina Ceresa: giornalista professionista dal 1991, si occupa di Sostenibilità anche per Il Sole24Ore. Laureata in filosofia si dice ottimista nella possibilità che un'inversione di rotta sia ancora possibile. Perché le soluzioni tecnologiche ci sono, basta adottarle... velocemente | Linkedin
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