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Fanghi reflui della depurazione, una risorsa da gestire al meglio

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fanghi di depurazione

Energia, compost per agricoltura biologica, ma anche biopolimeri. Se gestiti correttamente i fanghi in uscita dai depuratori potrebbero valere oro. Sempre che normativa e sistemi di controllo rassicurino anche la popolazione

A Treviso li trattano per recuperarne fosforo, ma anche biopolimeri e cellulosa. A Bresso, nel milanese, ne ricavano biometano per le auto. In Emilia li trasformano in compost e fertilizzanti per l’agricoltura, come alternativa ai fertilizzanti chimici.

In molte zone d’Italia, gli investimenti in innovazione e ricerca applicata al servizio idrico si stanno concentrando proprio sul prodotto finale della gestione dell’acqua, i fanghi reflui della depurazione, quello scarto delle nostre abitazioni e delle nostre reti fognarie a cui nessuno pensa mai quando scarica lo sciacquone o aziona la lavatrice, e che pure è destinato a restare un fedele compagno delle nostre città.

Perché la gestione del ciclo idrico funziona al contrario di altri settori: “più a fondo si pulisce l’acqua proveniente dalle fognature, e più fanghi rimangono nei depuratori” come ricorda l’economista Alessandro Marangoni, ceo di Althesys.

Che lo si voglia o no, insomma, la gestione dei fanghi è un tema con cui dovremo convivere. Al meglio.

Fino a qualche anno fa dei fanghi di depurazione si sentiva parlare solo quando erano oggetto di qualche scandalo ambientale o quando finivano al centro di sentenze o ricorsi, come tra il 2017 e il 2018, quando il blocco allo spandimento dei fanghi in Lombardia aveva messo in luce la mancanza di un quadro normativo chiaro, che fosse in grado di rispondere alla doppia esigenza di riutilizzare il più possibile i fanghi di depurazione (come prevedono il Testo Unico ambientale ma anche il Pacchetto economia circolare approvato dal Parlamento europeo nel 2018) e di minimizzare gli effetti nocivi sull’ambiente tutelando la salute dei cittadini.

Oggi sempre più spesso proprio i fanghi sono invece la base di partenza per sperimentazioni innovative e alimentano quelle che sono già state definite vere e proprie bioraffinerie.

Succede da quando si è ribaltata la prospettiva con cui si guarda al prodotto finale dell’attività dei depuratori: secondo lo studio di Althesys presentato qualche giorno fa L’industria idrica e le sfide dell’economia circolare. La gestione sostenibile dei fanghi di depurazione – i fanghi possono essere una straordinaria risorsa per produrre energia e fornire nutrienti all’agricoltura.

Tanto più se pensiamo che nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe toccare i 10 miliardi e per sfamarla servirà aumentare del 30% la produzione agricola e la disponibilità di fertilizzanti, con il fosforo (uno dei principali nutrienti agricoli) che ormai in natura è sempre più difficile da reperire e di cui invece sono ricchi i fanghi che derivano dal processo di trattamento delle acque di fogna.

Ma per avviare davvero una rivoluzione industriale e culturale che permetta il riuso dei fanghi e la loro valorizzazione in sicurezza, serve una strategia nazionale, da attuarsi attraverso una roadmap al 2030, con un quadro normativo chiaro e stabile – conclude lo studio di Althesys – che permetta di ricorrere anche ai fondi messi a disposizione Recovery Fund.

Quanti fanghi di depurazione produciamo in Italia?

In Italia ne produciamo ogni anno 3,1 milioni di tonnellate (ultimo dato ufficiale Ispra del 2018), che diventano però 3,8 milioni secondo una stima di Utilitalia, e la loro gestione costa tra i 400 e i 520 milioni di euro.

La produzione dei fanghi da trattamento delle acque reflue urbane è aumentata di anno in anno fino al 2016, per effetto del miglioramento dei processi di depurazione e dello sviluppo delle reti fognarie.

Da allora il trend è stabile ma la stima di Althesys è di arrivare a 4,2 milioni di tonnellate all’anno nel 2030: da un lato, l’innovazione tecnologica permetterà di produrne di meno; dall’altro lato, l’estensione delle reti fognarie e la depurazione più spinta ne genereranno di più.

Dove finiscono oggi?

Oggi in Italia il 42% dei fanghi viene trasformato in compost e il 25% viene reimpiegato in agricoltura, previo trattamento di stabilizzazione e igienizzazione.

Della quota restante, il 22% finisce in discarica e circa il 6% viene incenerito nei termovalorizzatori. A livello europeo la situazione è molto differente: in media viene reimpiegato in agricoltura il 45% del totale dei fanghi prodotti, con punte che superano l’80% in Irlanda o in Portogallo, mentre la Finlandia trasforma in compost il 75% dei suoi fanghi e l’Olanda e la Svizzera li trattano al 100% in inceneritori.

Le possibilità di riuso quali sono?

Lo studio di Althesys, sviluppato con il think tank Water Strategy e in collaborazione con Utilitalia e Fise Assoambiente e con i gestori idrici Acea, Gruppo Cap, Hera, Mm, Smat, Veolia, sottolinea le potenzialità generate dal riuso dei fanghi in chiave di economia circolare.

Ma elenca anche le criticità e i ritardi che in Italia stanno ostacolando l’adozione di una strategia nazionale di valorizzazione dei fanghi, a partire dai dati ampiamente noti: la carenza infrastrutturale, la vetustà delle rete fognaria, la frammentazione in 1.900 differenti gestioni, che comportano la presenza di depuratori spesso troppo piccoli per sperimentare soluzioni innovative ed efficienti, con differenze sensibili tra una regione e l’altra o un territorio e l’altro.

E propone una roadmap al 2030 che vada oltre la gestione delle emergenze periodiche, e che parta da un quadro di regole chiaro, stabile e aggiornato per permettere il riuso sicuro dei fanghi in agricoltura, prevedendo anche un ventaglio di alternative come il compost, la termovalorizzazione o il biometano.

Nella tavola rotonda di qualche giorno fa non sono mancati gli esempi concreti di riuso efficace.

Il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti ha concordato che i fanghi idonei al riuso in agricoltura sono una risorsa da non sprecare, ma ha sottolineato l’urgenza di una normativa più chiara e di sistemi di controllo efficaci nella classificazione dei fanghi, mentre per i fanghi non idonei all’uso agricolo ha segnalato le esperienze interessanti avviate anche in Lombardia nella produzione di biometano, da utilizzare sia come carburante sia per essere immesso in rete.

Il direttore di Assoambiente, Elisabetta Perrotta ha ricordato che il conferimento in discarica è destinato a diventare residuale, limitato alla quota di fanghi che non hanno alternative di recupero.

Mentre il professor Fabrizio Adani, dell’Università Statale di Milano, ha sottolineato l’urgenza di sfamare il pianeta: “Migliorare la qualità dei fanghi di depurazione diventa un imperativo per consentirne l’uso nell’agricoltura biologica, puntando sull’innovazione tecnologica“.

Bioagricoltura dai fanghi, ma come?

L’accettabilità sociale del riuso in agricoltura dei fanghi, in Italia, è senz’altro un problema. E alcuni scandali degli ultimi anni legati a traffici illegali di rifiuti o allo sversamento abusivo di fanghi tossici nei campi non aiutano a superare la diffidenza.

Per questo anche lo studio di Althesys si conclude con l’invito a risolvere il gap comunicativo e a costruire un confronto su basi tecniche e scientifiche: “Emerge però chiaramente che la diffidenza degli utilizzatori dipenda fortemente dalla scarsa fiducia nel sistema di gestione dei sistemi di trattamento. Se non si interverrà in modo sistematico su questo aspetto, sarà complicato incrementare in modo significativo il riutilizzo dei fanghi in agricoltura“.

Perché sarà anche vero che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono fiori” ma per fiori bio occorrono fanghi certificati e magari a km zero: è inutile spostarli su grandi camion per chilometri e chilometri. Meglio lavorarli e sfruttrali sul posto magari autorizzando impianti di trattamento on site almeno per quanto riguarda gli impianti più grandi.

(testo a cura di Federica Maggio)

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