Home Smart City Ci resta resta poco tempo: unica chance l’azione sfidante delle città sostenibili

Ci resta resta poco tempo: unica chance l’azione sfidante delle città sostenibili

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climate clock - antropocene
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Il Pianeta ha dei limiti e tra questi c’è anche l’essere umano, che continua a provocare danni irreparabili, attraverso la diffusione di materiali tossici e l’utilizzo di plastiche e microplastiche e questo, causa anche l’estinzione di migliaia di specie l’anno.

Una delle soluzioni possibili all’azione nefasta dell’uomo, “è invertire la rotta e passare alla sostenibilità“, come ha spiegato Emilio Padoa Schioppa, professore presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e presidente della Società Italiana di Ecologia del Paesaggio (Siep) intervenendo al convegno Il ruolo dell’Ecologia del Paesaggio nei e per i paesaggi dell’Antropocene all’Università La Sapienza di Roma.

Proprio nella città eterna, la scorsa estate è stato installato un orologio, il Climate Clock, che segna il tempo che resta al mondo, prima che il cambiamento climatico prenda il definitivo sopravvento e tutto finisca.

L’unica chance, ci dice ancora Padoa Schioppa “è l’azione concreta e necessaria di tutte le potenze mondiali, che entrano in gioco per salvare l’umanità e in particolare le generazioni future“.

Più valutazioni ambientali nei nuovi progetti sostenibili

Non un vincolo ma un elemento strutturale di un progetto: la sostenibilità per “irrobustire le valutazioni preventive di impatto ambientale” spiega Gabriele Bollini, architetto e presidente dell’associazione Analisti Ambientali.

La strada è condivisa e segnata a tutti i livelli. In Europa, la necessità di avere un’efficiente valutazione dell’impatto ambientale è un elemento rilevante nel pacchetto di finanziamenti e di azioni che convergono nel Next Generation Ee, declinato poi, tra gli Stati membri, nei vari Pnrr.

Conservare, ripristinare ed espandere gli ecosistemi urbani richiede una migliore pianificazione urbana.

Per capire come funziona il paesaggio – spiega Riccardo Santolini professore presso l’Università degli Studi di Urbinodobbiamo tenere in considerazione il rapporto tra la struttura e la funzione. Quindi, le conseguenze che l’eterogeneità spaziale e la struttura del paesaggio presentano sui diversi livelli di organizzazione“.

Per quantificare la struttura del paesaggio in relazione ai processi e ai cambiamenti, ci dice ancora Santolini, “vengono applicati diversi indici (metriche) che si concentrano o sulle tipologie cartografate o sul paesaggio complessivo“.

Gli elementi che vengono tenuti in considerare dagli esperti, quindi, sono le popolazioni e le meta-popolazioni, le source-sinkrelation, cioè la connessione tra habitat e presenza delle popolazioni; la comunità e l’analisi della diversità al suo interno; i processi eco-sistemici (bio-geo-chimici, idrologici, produttività).

Per fare tutto ciò serve “una cooperazione tra varie competenze, una partnership tra i professionisti dell’ecologia e dell’ambiente e i ricercatori” conferma Serena Baiani professoressa dell’Università La Sapienza di Roma.

Una visione nuova della città, sfidante che deve saper integrare le conoscenze derivate dallo studio e dalla ricerca e le pratiche di gestione ecologicamente valide nella pianificazione urbana per mantenere le aree naturali e promuovere dei nuovi servizi urbani eco-compatibili.

L’Antropocene e le ipotesi della fine del mondo

Ma quando può essere accaduto tutto ciò al Pianeta? Gli scienziati, tra questi in particolare l’olandese Paul Crutzen, che fu un accademico e Premio Nobel per la chimica, sono giunti a cinque ipotesi che spiegano la nascita dell’epoca geologica dell’Antropocene, che ha provocato cambiamenti irreversibili sul Pianeta.

La prima ipotesi si riferisce all’homo sapiens che dall’Africa si sposta in altri continenti, tra i 50 e i 10mila anni fa, diventando cacciatore e iniziando a utilizzare le armi e il fuoco, che hanno portato alla conseguente estinzione dei mammiferi di grandi dimensioni e al cambiamento radicale della vegetazione.

La seconda ipotesi invece ritiene che sia stato l’avvento dell’agricoltura a cambiare il pianeta, tra gli 11 e i 3mila anni fa e che a causa della deforestazione, ha portato a un’alterazione dei cicli climatici, incluso l’aumento della C02 nell’atmosfera.

La terza ipotesi sposta in avanti le lancette del tempo, tra 1492 e il 1600, quando le popolazioni europee arrivarono in America, portando a una conseguente omogeneizzazione biologica globale.

La quarta e la quinta ipotesi, infine, si riferiscono rispettivamente all’avvento della rivoluzione industriale nel 18esimo secolo e a quello dell’energia nucleare, a partire dal 1950.

Tutte le ipotesi, comunque, partono dal presupposto che la presenza dell’essere umano ha avuto un forte impatto sul Pianeta e non sempre positivo.

È necessario quindi un intervento sistematico che provenga dal mondo dell’ecologia. Una governance e una pianificazione strategica e integrata, che si avvalgono anche della partecipazione dei cittadini, arrivando a comunicare in modo semplice ma efficace la complessità dei territori all’interno di un processo di pianificazione.

Una metodologia supportata da strumenti innovativi capaci di individuare concrete soluzioni che permettano di gestire meglio i paesaggi urbani, rendendoli più sostenibili.

Crediti immagine: Depositphotos

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