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Faggeti, scoperto il segreto della loro resilienza

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Immagine da Depositphotos

I faggi sanno adattarsi in modo esemplare ai cambiamenti climatici e soprattutto alla disponibilità di acqua. Vediamo come, attraverso uno studio del Cnr

Lunga vita ai faggi, bellissimi alberi che stanno dimostrando di saper utilizzare in modo efficiente l’acqua a loro disposizione e adattarsi al meglio alle diverse condizioni meteorologiche.

Lo afferma anche uno studio portato avanti da un pool di ricercatori capitanati dal Consiglio nazionale delle ricerche attraverso l’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo (Cnr-Isafom) di Perugia e l’Istituto per la bioeconomia (Cnr-Ibe) di Sesto Fiorentino (Firenze), condotto in collaborazione con l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e la libera Università di Bolzano.

I faggeti presi inconsiderazione nell’arco di circa cinquanta anni hanno dimostrato di saper chiudere o aprire gli stomi in maniera molto efficiente in presenza di più o meno acqua.

Lo racconta Paulina Puchi (Cnr-Isafom e Cnr-Ibe) prima autrice del lavoro: Se, durante un periodo di siccità, gli alberi chiudono i loro stomi per ridurre la perdita di acqua durante la fotosintesi, questo è segno di un aumento dell’efficienza intrinseca nell’uso dell’acqua, ma può portare alla morte della pianta a causa della carenza di carbonio nel lungo termine, perché, con gli stomi chiusi, l’ingresso del biossido di carbonio (CO2) necessario per la fotosintesi è limitato e si riduce la capacità della pianta di produrre carboidrati e altre sostanze essenziali per la sua crescita e sopravvivenza.

Viceversa, una diminuzione nell’efficienza intrinseca comporta un aumento nella traspirazione come meccanismo di sopravvivenza durante la siccità, ma può causare la formazione di bolle d’aria (embolie) nella struttura idraulica dello xilema, cioè l’insieme dei tessuti vegetali adibiti al trasporto di acqua e altre sostanze.

Queste bolle d’aria bloccano i vasi dello xilema, interrompendo il trasporto efficiente di acqua e nutrienti all’interno dell’albero, con conseguenze negative sulla salute e sulla sopravvivenza a lungo termine della pianta“.

La sfida ambientale affrontata dai nostri faggeti

Strategie diverse che mostrano come le nostre faggete stiano affrontando la crescente suscettibilità alla mortalità a causa di siccità estreme e dell’incremento della temperatura, trend che nel corso degli ultimi decenni sono diventati sempre più evidenti.

In particolare, aggiunge Giovanna Battipaglia, docente di ecologia forestale presso l’Università della Campania L. Vanvitelli: “I risultati mettono in luce la diversità delle strategie di utilizzo dell’acqua impiegate dai boschi di faggio per adattarsi alle diverse condizioni meteorologiche, così come la variabilità nella risposta alla siccità tra le diverse popolazioni analizzate lungo un transetto latitudinale della penisola italiana“.

Uno degli esiti più significativi riguarda l’identificazione di foreste che in apparenza risultano essere in buono stato di salute, ma nelle quali i ricercatori hanno rilevato segnali precoci di stress a seguito di eventi climatici estremi, come la siccità del 2003, segnali che indicano una perdita di resilienza in alcuni gruppi: l’effetto più drastico è stato rilevato in Trentino Alto Adige, dove si è osservata anche una maggiore riduzione della crescita degli alberi rispetto ad altri siti più a sud come il Lazio, la Campania e l’area del Matese.

Nelle regioni meridionali prese in esame non abbiamo osservato una drastica riduzione nella crescita delle piante, come invece abbiamo rilevato in quelle settentrionali – aggiunge Daniela Dalmonech (Cnr-Isafom) – Non solo: sempre al Sud è stato evidenziato un aumento dell’efficienza nell’uso dell’acqua, suggerendo una migliore risposta di adattamento di questi boschi alle condizioni ambientali più estreme“.

Oltre a marcare un importante risultato dal punto di vista scientifico, la scoperta ha implicazioni significative per la gestione forestale.

Crediti immagine: Depositphotos

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