Un’ondata di furti di rame sta colpendo le colonnine di ricarica per auto elettriche, con Roma e il Lazio al centro della tempesta. Bande organizzate, attratte dal valore del metallo, vandalizzano infrastrutture strategiche, causando danni economici e rallentando la transizione ecologica. Forze dell’ordine e operatori corrono ai ripari con tecnologie avanzate e task force, ma il fenomeno solleva interrogativi sulla sicurezza della rete di ricarica italiana
Un’ombra si allunga sulla rivoluzione della mobilità elettrica in Italia: il rame, cuore pulsante delle colonnine di ricarica, è diventato il bottino prediletto di un’ondata di furti che sta scuotendo il Paese.
Soprannominato oro rosso per il suo valore sul mercato nero, il metallo è al centro di un fenomeno criminale che, tra febbraio e marzo 2025, ha registrato circa 200 episodi solo a Roma e nel Lazio, con epicentro nelle periferie sud-orientali della capitale e nei comuni limitrofi come Guidonia e Tivoli.
Un assalto sistematico che non solo compromette le infrastrutture, ma mette a rischio il sogno di un futuro a emissioni zero. Le colonnine di ricarica veloce, quelle in corrente continua da 50 a 250 kW, sono il bersaglio principale.
I loro cavi, che possono contenere fino a 7 kg di rame ciascuno, rappresentano una preda ambita: con un valore di mercato di 9-10 euro al kg, un solo furto può fruttare centinaia di euro.
A differenza delle colonnine in corrente alternata, dove l’utente utilizza un cavo personale, le stazioni Fast e Ultrafast hanno cavi integrati, facili da tagliare e impossibili da proteggere senza interventi strutturali.
I ladri, spesso organizzati in bande, agiscono con rapidità e precisione, sfruttando l’assenza di tensione elettrica nei cavi scollegati per operare senza rischi. Il risultato? Colonnine fuori servizio, utenti a piedi e danni economici che si sommano ai costi di riparazione e ai mancati incassi.
Roma, già alle prese con una rete di ricarica sotto pressione – 64.391 punti in Italia, di cui il 16% inattivi per ostacoli burocratici – è l’epicentro di questa crisi. Ma il fenomeno non risparmia altre regioni, con segnalazioni sparse in Europa e oltreoceano.
A complicare il quadro, il sospetto che dietro questi colpi ci sia la longa manus della criminalità organizzata, capace di orchestrare operazioni su larga scala. Non a caso, anche altre infrastrutture, come il deposito Atac di Portonaccio, a Roma, sono finite nel mirino, con cavi per bus elettrici svaniti nel nulla.
Di fronte a questa escalation, le contromisure non si sono fatte attendere. La Polizia di Stato ha già messo a segno i primi colpi, con l’arresto di una banda di tre persone a Roma, sorpresa con 16 cavi rubati.
Le forze dell’ordine, in sinergia con gli operatori del settore, stanno intensificando i pattugliamenti e sfruttando telecamere con riconoscimento targhe per inchiodare i responsabili. Sul piano normativo, il codice penale non fa sconti: fino a 10 anni di reclusione per furti aggravati a infrastrutture energetiche e pene severe per chi si associa a delinquere per depredare il rame.
“La Pubblica sicurezza ha prontamente acceso un faro sulla vicenda e gli operatori della ricarica si sono messi a disposizione per fornire il massimo supporto attraverso una condivisione di informazioni estremamente proficua – spiega il segretario generale di Motus-E, Francesco Naso, sottolineando che – come associazione noi abbiamo immediatamente dato vita a una task force dedicata alla questione, per monitorare la situazione e diffondere le migliori best practice per la sicurezza delle infrastrutture, a partire dall’utilizzo a tappeto delle telecamere, anche con riconoscimento automatico della targa.
Sul tema è importante essere chiari, per pochi euro di rame si fanno danni ingenti e chi commette questi reati rischia moltissimo, perché la fattispecie può prevedere diverse aggravanti, dal danneggiamento alla sottrazione di materiale da infrastrutture per l’erogazione di energia, che possono comportare pene fino a 10 anni di reclusione“.
Ma la battaglia si gioca anche sul fronte tecnologico. Gli operatori, coordinati da associazioni come Motus-E, stanno correndo ai ripari con soluzioni innovative: telecamere con rilevamento di movimento, cavi antivandalo resistenti al taglio, sensori di manomissione e allarmi acustici.
Alcuni propongono colonnine di nuova generazione, con cavi retrattili o sistemi di sicurezza ispirati ai bancomat, come inchiostri indelebili che rendono il rame rubato inutilizzabile.
Nel frattempo, si sperimentano strategie gestionali, come la sospensione temporanea dell’installazione di cavi nelle colonnine non ancora attive e il posizionamento delle stazioni in aree sorvegliate, dai parcheggi custoditi ai centri commerciali.
La task force tecnica di Motus-E, nata per monitorare il fenomeno, sta mappando le aree a rischio e promuovendo best practice, mentre si studiano misure a lungo termine, come la tracciabilità del rame sul mercato per stroncare la filiera del riciclaggio illegale.
Eppure, ogni colonnina vandalizzata è un passo indietro: un cavo rubato può costare oltre 1.000 euro da sostituire, senza contare le settimane necessarie per il ripristino e l’erosione della fiducia degli utenti nella mobilità elettrica.
Il fenomeno dei furti di rame non è solo una questione di ordine pubblico: è una minaccia alla transizione ecologica, un ostacolo concreto al rafforzamento di un’infrastruttura cruciale per il futuro. Mentre le autorità e gli operatori affilano le armi, il destino della rete di ricarica italiana resta appeso a un filo. Di rame, naturalmente.












