Le disuguaglianze sanitarie sono una delle grandi sfide della sostenibilità globale. Dai cambiamenti climatici alla povertà, fino alle difficoltà di accesso alle cure, il luogo in cui nasciamo può determinare quanto vivremo. L’esperienza di World Friends, che compie 25 anni, dimostra come la cooperazione possa fare la differenza
Quanto pesa il luogo in cui nasciamo sulla nostra aspettativa di vita? Fino a 33 anni. È il divario che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), separa il Paese con l’aspettativa di vita più alta da quello con il valore più basso.
Una distanza impressionante, che non dipende soltanto dalla disponibilità di ospedali, ma anche da reddito, istruzione, condizioni ambientali e accesso ai servizi essenziali.
Perché la salute è anche una questione di sostenibilità. Basti pensare all’inquinamento atmosferico, associato a circa sette milioni di morti premature ogni anno, o ai cambiamenti climatici, che aggravano le condizioni delle popolazioni più vulnerabili.
Di queste disuguaglianze si è discusso a Roma durante il forum La salute non ha confini. La sfida delle disuguaglianze globali, promosso da World Friends Ets e Università Campus Bio-Medico di Roma in occasione dei 25 anni dell’organizzazione.
Dalla povertà all’impoverimento: quando ammalarsi diventa un rischio sociale
Gianfranco Morino, medico e fondatore di World Friends, invita a parlare di impoverimento anziché di povertà: un processo nel quale malattia, perdita del lavoro, difficoltà economiche e discriminazioni si alimentano reciprocamente.
Un circolo vizioso che guerre e crisi climatiche contribuiscono ad aggravare. Africa ed Europa condividono sfide sanitarie sempre più interconnesse. Per questo, come emerso dal confronto tra ricercatori, medici e rappresentanti della cooperazione internazionale, non basta intervenire nelle emergenze: occorre investire in prevenzione, formazione e sistemi sanitari accessibili.
Un esempio concreto arriva da Nairobi, dove World Friends opera attraverso il Ruaraka Uhai Neema Hospital. Secondo i dati dell’organizzazione, la struttura ha assistito oltre 1,5 milioni di pazienti, seguito più di 25.000 nascite e contribuito alla formazione di 26.000 operatori sanitari.
Un modello che integra cure, prevenzione e competenze locali, affiancato da cliniche mobili nelle aree più remote del Kenya. Ma le disuguaglianze non riguardano soltanto l’Africa. A Torino, World Friends promuove educazione alla salute nelle scuole e sostiene le persone fragili attraverso gli sportelli del progetto Ambulatori art. 32.
“Essere realmente presenti lì dove si agisce” è il principio che, ricorda la presidente Silvana Merico, guida l’organizzazione fin dalla nascita nelle baraccopoli di Nairobi.
La lezione è chiara: curare significa rispondere a un’emergenza, costruire salute significa creare futuro. E una società non può definirsi sostenibile finché il diritto a vivere in buona salute dipende dal luogo in cui si nasce.












