Ci sono libri che cercano di convincerti. Poi, ci sono libri che provano, più ambiziosamente, a spiegarti perché su un certo tema abbiamo finito per convincerci di qualcosa. È il caso di Avete rotto l’atomo. Il libro che non ti farà cambiare idea sul nucleare, di Matteo De Piccoli e Giovanni Montagnani. L’abbiamo letto per raccontarvelo
Avete rotto l’atomo. Il libro che non ti farà cambiare idea sul nucleare, di Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani (edizioni People, 384 pagine, 18,00€) è un libro che non cerca di convincerti, ma di spiegarti la faccenda nucleare.
Ovviamente, il titolo è una provocazione, ma anche una dichiarazione di metodo: gli autori non promettono una conversione pro o contro l’atomo. Promettono piuttosto di mettere in discussione il modo con cui costruiamo le nostre convinzioni.
Il nucleare diventa così il caso di studio attraverso cui osservare una questione molto più ampia: quanto le nostre scelte energetiche siano determinate da dati, tecnologia ed economia e quanto, invece, da memoria, paura, ideologia, identità e percezione del rischio.
È un’impostazione particolarmente efficace in un Paese come l’Italia, dove il nucleare è stato per decenni oggetto politico e culturale, piuttosto che una tecnologia energetica.
Il libro ricostruisce questa storia partendo dalla fisica dell’atomo e arrivando alla geopolitica, dalla nascita dell’industria nucleare ai referendum italiani, da Černobyl e Fukushima fino alla nuova stagione degli Small Modular Reactor (n.d.r. che ancora sul piano pratico non esistono) e al dibattito sulla sostenibilità dell’atomo.
Non chiedere al lettore di conoscere il nucleare prima di parlarne
Fissione, isotopi, neutroni, arricchimento, reattori termici e veloci, ciclo del combustibile, scorie e sicurezza vengono introdotti progressivamente. Le metafore, dai ballerini della festa di paese alla pista da ballo, sono spesso divertenti e sorprendentemente efficaci.
Raramente un testo divulgativo riesce a spiegare concetti fisici complessi senza cadere né nel tecnicismo né nella banalizzazione. Il libro cambia ritmo quando dalla fisica passa all’economia e alla sostenibilità ed emerge una tesi precisa: il problema del nucleare contemporaneo non è tanto stabilire se la fissione sia fisicamente possibile o se produca elettricità a basse emissioni, quanto capire a quali condizioni economiche, temporali, industriali, ambientali e istituzionali questa tecnologia possa contribuire realmente alla transizione energetica.
È una distinzione fondamentale. Gli autori non negano il contributo climatico del nucleare. Mettono però sotto esame la sua promessa industriale. I casi di Olkiluoto 3, Flamanville 3, Vogtle e Hinkley Point diventano esempi concreti di un problema che va oltre il singolo cantiere: grandi reattori, tempi lunghi, enormi investimenti iniziali, rischio finanziario, dipendenza dalla capacità dello Stato di assorbire o trasferire parte del rischio.
È probabilmente la parte più forte del libro, perché porta il dibattito fuori dalla domanda ideologica “nucleare sì o no?” e dentro una domanda molto più manageriale: quanto costa realmente decarbonizzare un sistema energetico e quali rischi siamo disposti a trasferire nel futuro?
Lo stesso approccio viene applicato alle scorie. Anche qui il libro evita una delle semplificazioni più frequenti: non sostiene che i rifiuti nucleari siano un problema irrisolvibile, ma mostra che la loro gestione richiede infrastrutture, competenze, continuità istituzionale e una responsabilità che attraversa tempi enormemente superiori a quelli normalmente considerati nella pianificazione industriale.
Lo definirei un punto molto Esg, forse più di quanto il libro stesso sottolinei. La sostenibilità, infatti, non coincide con la sola intensità carbonica. Significa anche guardare alle esternalità (n.d.r. cosa che fanno assai in pochi), alla governance, alla sicurezza, alla disponibilità delle risorse, alla resilienza delle filiere, all’equità intergenerazionale e alla capacità delle istituzioni di mantenere nel tempo gli impegni assunti.
Da questo punto di vista, il passaggio sulla Tassonomia europea e sul principio Do No Significant Harm è particolarmente interessante: costringe il lettore a confrontarsi con una domanda che nel dibattito pubblico viene spesso elusa.
Una tecnologia può essere utile alla decarbonizzazione e, nello stesso tempo, generare altri rischi ambientali o sistemici che devono essere valutati? La risposta, evidentemente, non può essere binaria.
Premetto di non essere un fan del nucleare, pur riconoscendone dei vantaggi, ma nel libro, pur dichiarando di voler superare le tifoserie, in alcuni passaggi la forza della critica al nucleare diventa più marcata della simmetria con cui vengono analizzate le alternative.
La parte dedicata alle energie rinnovabili e all’evoluzione del sistema elettrico costruisce un quadro nel quale fotovoltaico, eolico, accumuli, elettrificazione e flessibilità appaiono come il percorso principale e il nucleare come possibile risposta a una porzione residuale del problema.
È una posizione argomentata, non uno slogan. Ma proprio per questo avrebbe meritato, in alcuni passaggi, un confronto ancora più sistematico con gli scenari nei quali il nucleare mantiene una quota significativa della generazione elettrica (n.d.r. in Francia la quota supera il 70%, mentre Stati Uniti, Corea del Sud, Svezia e diversi Paesi dell’Europa orientale mantengono quote comprese tra il 20% e il 50%. In generale la quota globale è intorno al 9-10%): non tanto per dimostrarne la superiorità, quanto per misurare con la stessa granularità costi, infrastrutture, materiali, reti, accumuli, capacità di backup e rischi di sistema delle diverse configurazioni.
È invece particolarmente convincente quando affronta gli Smr. Qui gli autori fanno una cosa necessaria: separano ciò che è tecnicamente concepibile da ciò che è industrialmente disponibile.
È una distinzione fondamentale in un settore nel quale il confine tra innovazione reale e PowerPoint engineering può diventare molto sottile. E credo che, forse, sia la lezione più importante del volume.
Il nucleare non viene né assolto né condannato: viene sottoposto a due diligence
Tecnologica, economica, ambientale e soprattutto istituzionale. È un approccio che dovrebbe diventare normale anche nel resto della transizione ecologica. Lo stesso rigore applicato agli atomi dovrebbe valere per batterie, idrogeno, cattura della CO2, biocarburanti, crediti di carbonio, rinnovabili e qualunque altra tecnologia venga presentata come sostenibile.
Una tecnologia non diventa sostenibile perché appartiene alla categoria giusta: lo diventa quando riesce a dimostrare, dati alla mano, benefici, rischi, costi ed esternalità lungo l’intero ciclo di vita.
Da questo punto di vista Avete rotto l’atomo è un libro molto più interessante di quanto suggerisca il suo titolo, non perché risolva definitivamente la questione nucleare. Non lo fa e probabilmente non potrebbe farlo.
Restituisce però al lettore una cosa oggi sorprendentemente rara: il diritto di sospendere il giudizio prima di prendere posizione. La vera ambizione del libro è quindi democratica prima ancora che energetica.
Chiede di sostituire il tifo con la comprensione, l’identità con l’analisi, lo slogan con il dato e la promessa tecnologica con la verifica della sua reale capacità di scalare. In tempi nei quali anche la sostenibilità rischia di trasformarsi in un nuovo territorio di appartenenze, non è poco.
Credo che il messaggio più maturo che resta dopo le oltre trecento pagine è proprio questo: non abbiamo bisogno di amare il nucleare e nemmeno di odiarlo. Abbiamo bisogno di sapere quanto costa, cosa risolve, cosa non risolve, quali rischi produce, chi li sostiene e su quale arco temporale.
È una domanda molto meno spettacolare di pro o contro l’atomo. Ma è esattamente la domanda che dovremmo porci davanti a qualsiasi promessa di sostenibilità.
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Christian Sansoni: astrofisico per la sostenibilità, cerca di unire It ed Esg per aiutare le aziende a misurare, secondo le norme Iso, i loro impatti sul Pianeta. Collabora con GreenPlanner per rendere gli ambiti Esg alla portata di tutti | Linkedin













