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L’architettura in tempo di biofilia

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ruolo dell'architettura
Foto di Alex Azabache da Pexels

Nuovi modi di vivere si affacciano con gli architetti che sperimentano con gusto la voglia di vivere in maniera diversa più a contatto con la natura per appagare il nostro senso di biofilia

Marco Visconti, architetto e fondatore dello studio Mv Architects di Torino ha un’idea ben chiara di quello che deve essere il suo mestiere in tema: “Il lavoro dell’architetto si rivolge alle discipline ambientali e a quelle progettuali, applicate al contesto edificato e naturale, al risparmio energetico e all’utilizzo flessibile e ottimale degli edifici“.

Così, Visconti traccia una sorta di memorandum. Fatto di vari punti e spunti.

Alla base il fatto che ogni progetto deve prefiggersi la riduzione dell’inquinamento promuovendo il massimo risparmio energetico con l’applicazione diffusa di metodologie bioclimatiche. “Penso – riflette – a edifici fluidi e la cui finalità d’uso sia facilmente trasformabile per adattarsi ai cambiamenti (climatici, sociali, ecc.)“.

Ogni intervento, poi, dovrà essere accompagnato da un ripensamento corretto degli spazi privati, di quelli pubblici dedicati all’aggregazione (piazze, parchi) o ai servizi di quartiere e di quelli legati alle attività del terziario.

Le amministrazioni comunali, infatti, dovranno inevitabilmente affrontare anche il tema della fame di spazi, una delle piaghe delle nostre città“.

Stop allo sfruttamento di nuovo suolo. Piuttosto sarà fondamentale puntare sulla riqualificazione delle numerose aree comuni che a oggi sono scarsamente fruibili a causa dell’obsolescenza o della mancata manutenzione.

Al tempo stesso sarà necessario riportare in primo piano il ruolo delle periferie, valorizzandone la vicinanza con il contesto rurale e naturale.

E in quest’ottica sarà inevitabile puntare a una maggiore sinergia con le imprese private – afferma l’architetto – Solo così sarà possibile rigenerare, a livello urbano e sociale, anche tutti quei quartieri spuntati dal nulla durante il boom economico, cresciuti come appendici delle fabbriche e successivamente abbandonati a loro stessi nell’era post industriale“.

Detto questo, Visconti apre anche all’architettura di condivisione. Ovvero al cohousing che può essere un’ottima soluzione anche per il recupero dei borghi dismessi e le aree interne abbandonate.

Esempio è Casa Giaglione, una ex baita, dotata di unità abitative autonome ma con fruizione di spazi comuni come sala cinema, alla palestra, dal deposito per gli sci all’area per la ricezione dei pacchi postali, ripensati per dare vita a locali condivisi aggregabili tra loro attraverso modalità cohousing per il tempo libero e per lo smart working.

Situata in Val di Susa a circa 600 msl, svetta in un territorio montano dove solitamente a prevalere sono modelli abitativi legati solo alla permanenza temporanea. Insomma, le classiche seconde case.

Intanto, anche  l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ha sollecitato l’attenzione degli architetti. Il lavoro da remoto può essere svolto ovunque, previa connessioni sicure.

Visconti riflette: “Questi luoghi di montagna hanno dimostrato la validità dei loro modelli di vita (maggiore contatto con la natura, minor rischio di assembramenti, possibilità di spazi abitativi più ampli). Sono convito che il Covid abbia gettato le basi per un ripopolamento di queste aree. A patto che le direttive governative puntino a un rafforzamento delle infrastrutture necessarie: dalla copertura Internet alla predisposizione di un’adeguata rete di trasporti pubblici, purtroppo a oggi ancora molto carenti“.

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