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Deposito unico per le scorie radioattive, pubblicata la carta dei siti potenziali

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Foto di enriquelopezgarre da Pixabay

Scorie radioattive: stilata la lista dei 67 siti italiani potenzialmente idonei a ospitare il deposito unico. Ecco di cosa si tratta e le reazioni che hanno seguito l’annuncio

È arrivato nei giorni scorsi il nulla osta dei Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che ha dato il via libera a Sogin, la società di Stato incaricata della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, di pubblicare la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee.

Con questo provvedimento – atteso da anni – si potrà procedere alla sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività.

Stiamo parlando di un totale di circa 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media radioattività provenienti dalle attività – per lo più – mediche e ospedaliere (sostanze radioattive usate per la diagnosi clinica, per le terapie anti-tumorali e da tutte le attività di medicina nucleare).

Per il ministro dell’Ambiente Sergio Costa si tratta di “un atto che il Paese aspettava da tempo. Da troppi anni i rifiuti radioattivi sono stipati in siti provvisori“. Ma, nonostante l’auspicio del ministro, le polemiche non sono mancate, come pure l’immediata attivazione di raccolte firme e promozione di comitati “contro”.

Da un lato si tratta del giusto diritto delle popolazioni interessate a una maggiore informazione e alla trasparenza sui criteri che determineranno la scelta dell’area interessata a ospitare il deposito unico.

Dall’altro è il più classico degli effetti della sindrome Nimby – dall’acronimo inglese “not in my backyard“, che potremmo tradurre con “non vicino a me” – che si manifesta ogni volta che una decisione difficile e con impatti va a cadere su una località (si veda per esempio l’esperienza No Tav).

L’elenco pubblicato da Sogin contiene 67 luoghi in tutta Italia, potenzialmente idonei (non equivalenti tra di loro ma che presentano differenti gradi di priorità a seconda delle loro caratteristiche), che verranno interessati da un percorso pubblico di analisi, discussione e selezione a cui seguirà, infine, la costruzione del deposito unico per la conservazzione delle scorie.

Siamo all’inizio di questa fase decisionale: dalla pubblicazione dell’elenco parte una consultazione dei documenti di due mesi a cui farà seguito quindi, nei 4 mesi successivi, il seminario nazionale, momento di dibattito pubblico aperto alla partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca.

Questo affinché nel processo decisionale, in modo chiaro, informato e trasparente – almeno da quanto si legge nella dichiarazione congiunta dei ministeri coinvolti (e che ci auspichiamo anche noi, ndr) – vengano approfonditi tutti gli aspetti della scelta che verrà effettuata, inclusi i potenziali benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere.

Il deposito nazionale e il parco tecnologico saranno infatti costruiti in un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al Parco; la costruzione avrà una struttura a matrioska che prevede la costruzione di 90 celle in calcestruzzo armato all’interno delle quali collocare i moduli di calcestruzzo speciale che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici contenenti i rifiuti radioattivi già condizionati.

Una realizzazione attesa da anni e mai discussa prima – certamente il tema è poco attraente dal punto di vista elettorale ma di indubbia urgenza ambientale – tanto che nei confronti dell’Italia è aperta una procedura di infrazione europea – nonostante anche la Commissione Ue abbia riconosciuto che, tranne Finlandia, Francia e Svezia, nessun altro Paese europeo abbia adottato misure concrete per la gestione di questi rifiuti.

Oggi in Italia i rifiuti radioattivi vengono conservati in una ventina di siti provvisori diversi, non idonei ai fini dello smaltimento definitivo.

Le aree selezionate e ritenute idonee alla costruzione del deposito unico sono il risultato di un processo di analisi su scala nazionale svolto da Sogin, in conformità ai criteri di localizzazione stabiliti dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, che ha scartato le aree senza i requisiti di sicurezza per la tutela dell’uomo e dell’ambiente necessari.

I presidenti di regione contrari alla dislocazione nelle aree di loro competenza hanno già fatto sentire le loro ragioni, come pure Legambiente e Wwf che invitano a considerare logiche di selezione trasparenti e partecipate.

Fatto che, nel comunicato ministeriale e nelle parole del ministro Costa – “Non è stata assunta alcuna decisione alle spalle delle comunità locali, come qualcuno in malafede sta in queste ore sostenendo” – sembra confermato.

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