Home Imprese Sostenibili C’è un modo per limitare i detriti edili abbandonati? Sì, c’è

C’è un modo per limitare i detriti edili abbandonati? Sì, c’è

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detriti edili

ll 70% dei rifiuti inerti deriva dalle piccole ristrutturazioni ed è spesso abbandonato da imprese che non vogliono pagare il conferimento in discarica. Affrontiamo il problema con Paolo Barberi, presidente di Anpar, Associazione Nazionale Produttori Aggregati Riciclati associato Fise

Detriti edili, provenienti da ristrutturazioni, abbandonati ai bordi delle strade e non conferiti in discarica. Tutta Italia vive questo grave problema e non c’è Regione che abbia trovato soluzione.

E sì che dipende molto da noi: il 70% dei rifiuti inerti deriva dalle piccole ristrutturazioni – ci conferma la Fise, l’associazione delle imprese di raccolta, trattamento e riciclo dei rifiuti.

Dicevamo non c’è Regione o Comune che non sia coinvolto, ma come ci racconta Paolo Barberi, presidente di Anpar, Associazione Nazionale Produttori Aggregati Riciclati, esistono già  iniziative nate dall’accordo tra enti pubblici e aziende private, grazie alle quali sono stati raggiunti ottimi livelli di recupero di rifiuti, anche in termini di quantità che di qualità.

Da molti anni a Roma – suggerisce Barberile norme tecniche per l’edilizia impongono a ogni inizio lavori che il titolare del progetto dichiari la quantità e la qualità dei rifiuti che saranno prodotti dall’attività che si avvierà e dove si intende conferire tali rifiuti.

Per la successiva chiusura amministrativa della pratica edilizia, bisognerà presentare certificato dell’avvenuto regolare conferimento dei rifiuti prodotti presso un impianto di recupero“.

Ma la cosa non finisce qui: “Contestualmente – riprende Barberila stessa Amministrazione ormai da più di dieci anni ha consentito e incentivato l’uso dei prodotti inerti riciclati derivanti da questi conferimenti e, opportunamente preconfezionati in malte cementizie, per il riempimento degli scavi stradali per la costruzione delle reti tecnologiche (acqua, luce, gas), garantendo così che ogni anno circa 500.000 metri cubi di aggregati riciclati trovino una loro collocazione in opere pubbliche e private su suolo pubblico, considerando inoltre che dalla demolizione di tali opere si produrranno rifiuti nuovamente riciclabili“.

Alla base di questo tema c’è quella che ormai definiamo città circolare, dove gli scarti – anche quelli legati all’edilizia – si recuperano evitando inquinamento e gli si dà nuovo valore.

Ma Barberi avvisa. “Perché la definizione di città riciclabili non sia solo un’utopia, è necessario accettare gli impianti presso cui riciclare le città, ritenerli necessari e realizzarli e gestirli, nel pieno rispetto della salute delle persone e dell’ambiente, nel territorio dove i rifiuti vengono prodotti“.

È questo lo scoglio più grande? Forse. Per Barberi serve “un nuovo patto sociale tra chi costruisce (le imprese), chi utilizza e consuma producendo rifiuti (cittadini) e chi i rifiuti li gestisce rendendoli di nuovo materia pronta per il mercato.

Questo nuovo patto sociale deve essere sostenuto da un’efficace comunicazione da parte delle aziende che riciclano, della politica che deve trovare il coraggio di raccontare ai cittadini ciò che serve realmente perché si sviluppi una vera economia circolare e dei media che spesso, alla ricerca della notizia sensazionale, elevano il particolare a universale accomunando agli sporadici casi di mala gestione dei rifiuti l’intera categoria dei riciclatori“.

Ma non ci si può tirare indietro, anche perché in effetti è una grande opportunità: “Oltre il 90% di un edificio – fa notare ancora il presidente – è composto da materiali inerti di origine minerale che danno origine alla produzione di rifiuti inerti che attualmente sono riciclabili al 99%.

Le parti rimanenti degli edifici, circa il 10%, sono composte da arredi a base di legno, serramenti e infissi in metallo o Pvc e reti tecnologiche per il recapito di acqua, luce, gas, dati e fonia (tutti riciclabili totalmente)“.

Molto è rilavorabile, ma non tutto, vero Barberi?

Le criticità tecniche in questo contesto sono causate dai cosiddetti materiali poliaccoppiati o compositi, in questo momento per esempio in cui si parla di agevolazioni fiscali per l’efficientamento energetico degli edifici (ecobonus), ci preoccupano i materiali che vengono utilizzati per l’isolamento termico delle pareti.

Infatti, se è possibile il riciclo di un laterizio per la produzione di aggregati riciclati, quando questo è stato riempito (insuflaggio) di materiale isolante, una volta arrivato a fine vita, non sarà più possibile separare la parte inerte da quella insufflata, se non con costi molto alti.

Quindi l’intera massa di rifiuto prodotto dovrà necessariamente trovare nella discarica la sua destinazione.

Quanto, dunque, può contare studiare a monte materiali per le costruzioni riciclabili/riutilizzabili? Qual è il vostro punto di vista, i vostri consigli ai ricercatori?

Sicuramente progettare materiali a basso costo ambientale è indispensabile e possibile, soprattutto tenendo conto della disponibilità ormai su tutto il territorio nazionale di prodotti circolari, probabilmente le risorse maggiori devono essere impiegate per trovare un utilizzo alle frazioni dei rifiuti oggi difficilmente impiegabili, quali per esempio il mix di plastiche che l’attuale industria del riciclaggio non riesce a trasformare in nuova materia.

Oltre allo studio dei materiali, è necessario che venga sviluppato anche il settore della ricerca tecnico-amministrativa perché siano emanate norme tecniche quali capitolati e prezzari che contentano il più largo utilizzo dei prodotti circolari in tutti i settori in cui è tecnicamente possibile.

Mi preme inoltre ribadire che per parlare di città riciclabili è necessario riconoscere la necessità degli impianti di riciclaggio, soprattutto perché mentre parliamo di città riciclabili abbiamo la necessità di riciclare i rifiuti che le città producono oggi.

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