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Cetacei e altre specie marine: ricercatori in campo per tutelare mari e oceani

Cetacei specie marine
Immagine da Pixabay

Contrastare la pesca intensiva, rispettare cetacei e altri abitanti marini, curare mari e oceani: oggi è più che mai il momento di interrogarsi su come procedere per salvaguardare la risorsa acquatica della Terra. Scendono in campo ricercatori italiani e stranieri per la tutela di ogni specie marina.

Ci sono voluti vent’anni di negoziato, ma alla fine le Nazioni Unite hanno raggiunto uno storico accordo. La scorsa settimana è stato stipulato un trattato per la protezione del cosiddetto alto mare, cioè l’area dell’oceano che si trova oltre le acque nazionali e rappresenta il più grande habitat sulla Terra con migliaia di specie animali.

Con il nuovo trattato si studia un percorso per istituire l’Amp (Aree marine protette) e raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Kunming-Montreal di arrivare almeno al 30 percento di protezione degli oceani entro il 2030. Per gli scienziati, si tratta del livello minimo necessario per garantire un oceano sano.

A mediare le parti sono stati la High ambition coalition (Unione europea, Stati Uniti d’America e Regno Unito) e la Cina. Nel nostro continente, l’Italia può fare davvero la differenza con il suo pool di ricercatori.

Studiare i mari per salvaguardare cetacei e specie marine

I ricercatori italiani si sono incontrati di recente con quelli spagnoli, tedeschi e francesi per definire i passi da intraprendere nel progetto Managing sustainable sea Urchin fishery and marine forest conservation (Biodiversa+), in sigla Murfor. Il piano include diverse aree di studio del Mediterraneo.

Dal meeting al Centro di studi avanzati a Blanes (Spagna) è stato registrato che in alcune aree di quel mare la pesca intensiva riduce l’abbondanza del pesce costiero che si nutre di ricci di mare. I quali crescono in maniera incontrollata e spazzano via foreste di macrofite marine, diventando al tempo stesso oggetto di quest’attività commerciale di pesca.

In contrasto a questo deterioramento ecologico causato dalla pesca intensiva, la sfida gestionale è garantire la sicurezza del cibo da risorse naturali. Al tempo stesso, anche mantenere in salute gli ecosistemi di foreste marine e conservare la biodiversità. Compresi cetacei e altre specie marine.

Il progetto avanzerà su due aree di studio: la Sardegna, caratterizzata da una forte raccolta di ricci di mare, e la Catalogna dove il pascolo dei ricci è largamente documentato da decenni.

Un altro studio, condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr Stiima) di Bari che ha collaborato con altri enti di ricerca internazionali, ha sfruttato per la prima volta tecnologie d’intelligenza artificiale per venire a capo dei problemi da risolvere.

Si monitora in particolare lo stato di conservazione di cetacei e altre specie marine, esposti a molteplici stress causati dalle attività umane e ai cambiamenti climatici.

In questo modo è possibile comprendere la situazione e impostare piani di gestione sostenibile della risorsa mare e, al tempo stesso, di conservazione di aree critiche per la fauna marina di interesse comunitario.

ClimateFish è invece il primo database open access che fornisce informazioni sulla presenza, nel Mediterraneo, di quindici specie di pesci sentinella del cambiamento climatico.

Una ricerca che è stata pubblicata su Frontiers e realizzata dal biologo marino Ernesto Azzurro, dell’Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Cnr, in collaborazione con esperti del Centro ricerche Enea di Santa Teresa (La Spezia) e altri istituti internazionali.

In questo database figurano sette specie autoctone (selezionate per ampia distribuzione, sensibilità a condizioni di temperatura e facile identificazione) e otto esotiche provenienti dal Mar Rosso.

Oltre a registrare come il Mediterraneo sia ormai un hot-spot di biodiversità e di cambiamento climatico, con oltre 700 specie ittiche e un tasso di riscaldamento circa tre volte più veloce dell’oceano, il team di ricercatori ha intervistato oltre 500 pescatori con esperienza pluridecennale tra i 28 e gli 87 anni in 95 diverse località sparse in nove nazioni d’Europa.

Gli è stato chiesto quale animale, tra cetacei e altre specie marine, fosse aumentato in abbondanza o percepito come nuovo. Hanno menzionato 75 diverse specie, sia autoctone sia esotiche, che si sono adattate al caldo.

La tutela di mari e oceani

Ad avere più urgente bisogno di misure di conservazione per invertire il trend di declino, tra cetacei e altre specie marine, nel Mediterraneo sono gli squali e le razze. Alcune, come gli squali sega o angelo, si possono addirittura considerare localmente estinte.

Una ricerca frutto del lavoro di 90 biologi marini di varie università ed enti di ricerca, riuniti a Napoli al museo Darwin-Dohrn della Stazione zoologica tra il 28 febbraio e il primo marzo.

Le relazioni scientifiche di 33 ricercatori hanno evidenziato lo stato delle conoscenze su biodiversità, biologia ed ecologia, aree di aggregazione e habitat essenziali, impatti della pesca e importanza di questi organismi negli ecosistemi marini.

È così emersa l’urgenza di finalizzare un piano d’azione nazionale sugli Elasmobranchi (cioè squali e razze) come strumento chiave per la conservazione di queste specie nelle acque italiane.

Si tratta di due, tra cetacei e altre specie marine, che fanno parte della biodiversità dei nostri mari. Fondamentali per la buona salute degli ecosistemi marini, meritano la tutela e la salvaguardia senza se e senza ma.

Porre fine al declino degli animali che popolano mari e oceani è una sfida che l’Italia, così come il mondo intero, devono vincere per avere un corretto ecosistema anche nella parte acquatica del Pianeta.

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