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Sacchetti biodegradabili al supermercato: cos’è vero e cosa non lo è

città: Milano - pubblicato il:
sacchetti biodegradabili a pagamento

Una polemica, quella dei sacchetti biodegradabili a pagamento nei supermercati, che a quattro giorni dalla sua applicazione ancora non accenna a fermarsi, causando soprattutto sui social accese discussioni.

La causa principale è l‘incertezza dei consumatori sull’obbligo o meno di usare i sacchetti biodegradabili per acquistare le merci sfuse, pagandone il prezzo – che anche se molto basso ha acceso gli animi più degli aumenti dei pedaggi autostradali.

Ad aumentare la confusione tra gli utenti c’è la contrapposizione tra il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, le associazioni ecologiste e il sindacato dei chimici Filctem che difendono la normativa, e la massa indistinta dei social people e delle associazioni dei consumatori che dai bastioni di Facebook e Instragram, tra ironia e ira, attaccano quella parte del mondo politico che l’ha approvata.

Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza, almeno sui punti più discussi dagli utenti della Rete – tralasciando di entrare nella polemica legata a Novamont, produttrice – non esclusiva – dei sacchetti in mater-bi.

Cosa succede con la normativa sui sacchetti biodegradabili a pagamento

La legge entrata in vigore il 1 gennaio 2018 è stata in realtà approvata in estate; infatti il Parlamento, nel decreto Mezzogiorno (legge di conversione 3 agosto 2017, n. 123) e più precisamente nell’articolo 9-bis, ha approvato il recepimento della direttiva europea 2015/720.

A questa però sono stati aggiunti emendamenti che hanno imposto l’uso esclusivo di plastica biodegradabile per i sacchetti ultraleggeri con i quali si pesano e si prezzano i prodotti sfusi come pane, ortaggi, frutta, per di più a pagamento.

Quindi per legge, tutti i sacchetti utilizzati per il trasporto di merci e prodotti sfusi o come imballaggio primario in gastronomia, macelleria, pescheria, ortofrutta e panetteria – anche quelli leggeri e ultraleggeri, con o senza manici – devono essere biodegradabili e compostabili secondo la norma Uni En 13432 (certificati da organismi accreditati), con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40% (che dovrà diventare il 50% a partire dal 1 gennaio 2020 e il 60% dal 1 gennaio 2021).

Facciamo chiarezza su alcuni punti però.

I sacchetti non si possono riutilizzare al supermercato – per motivi igienici sono monouso – ma potranno essere però usati come sacchetti per l’umido (un piccolo risparmio per l’utente).

Non ha alcun senso mettere gli scontrini su ogni frutto perché – come avveniva in precedenza per la busta di plastica non biodegradabile senza però indicare il costo sullo scontrino – l’addebito avviene durante la pesata e viene adesso indicato obbligatoriamente sullo scontrino. Pesare e prezzare il singolo frutto quindi è anti-economico.

Il Codacons parla di una tassa sulla spesa, ma ciò non è corretto: si tratta al limite di una tassa sui rifiuti e, se servirà a ridurne la produzione, aiuterà l’ambiente.

Le alternative, in ogni caso, ci sono perché alcuni supermercati stanno offrendo gratuitamente le buste di carta, anche queste riciclabili.

La legge ovviamente non è perfetta: non c’è la promozione dell’accettabilità, sia verso i consumatori,sia verso i distributori che si sono dovuti adeguare senza incentivi. Inoltre la norma potrebbe prevedere l’utilizzo di sacchetti biodegradabili riutilizzabili, incentivando retine o sporte utilizzate invece in altri Paesi europei.

Insomma, tanto rumore per quasi nulla… visto che a fronte delle – poche – migliorie della legge i vantaggi per l’ambiente sono tanti e i danni per i consumatori davvero molto pochi.