Home Imprese Sostenibili La rivoluzione dei consumi sarà trainata dalle comunità energetiche

La rivoluzione dei consumi sarà trainata dalle comunità energetiche

città: Milano - pubblicato il:
comunità energetiche - energy communities

Condividere localmente la produzione e il consumo di energia rinnovabile non è più un’utopia, neanche in Italia. La spinta rivoluzionaria delle comunità energetiche comincia a farsi sentire, nonostante a livello nazionale manchi un’azione decisa

Non è più un problema tecnologico: la produzione di energia dalle fonti rinnovabili e il conseguente autoconsumo o la distribuzione della quantità residua ad altri è già oggi fattibile senza problemi.

Semmai i problemi sono di natura strettamente giuridica, legislativa e sociale. Problemi che hanno un nome preciso: comunità energetiche!

In Italia se ne parla ancora poco; solo in due Regioni italiane, Piemonte e Puglia, si abbozzano direttive legislative o progetti pilota ma, a livello nazionale, ancora non si prende in considerazione quanto invece a livello europeo è già realtà.

Le comunità energetiche sono definite come “un insieme di soggetti che, all’interno di un’area geografica, sono in grado di produrre, consumare e scambiarsi energia con una governance locale capace di favorire l’utenza in un’ottica di autoconsumo e autosufficienza“.

La Direttiva 2001/2018/UE sullo sviluppo delle fonti rinnovabili – in particolare attraverso gli articoli 21 (che definisce esattamente il concetto di autoconsumo) e 22 (che descrive le diverse modalità di comunità energetica) – pone al centro del progetto europeo di sviluppo di energia distribuita e pulita proprio le comunità energetiche mentre da noi, a differenza di altri Paesi europei – soprattutto del Nord Europa – manca ancora completamente un quadro normativo nazionale.

Le comunità energetiche, i casi piemontese e pugliese

Dove non arriva il Governo nazionale l’iniziativa locale e regionale comincia a sviluppare i primi, interessanti progetti. In prima fila nel recepimento delle comunità energetiche c’è sicuramente il Piemonte che, nella zona del pinerolese – in un’area di 1.350 km quadrati, con una popolazione di 150mila abitanti – lo scorso aprile un gruppo di Comuni ha ufficialmente sottoscritto un protocollo di intesa per creare la prima Oil Free Zone in Italia.

Qui si prevede di sviluppare una progressiva sostituzione dei combustibili fossili con fonti rinnovabili, fino a raggiungere la completa indipendenza.

Territorio Sostenibile, questo il nome assegnato all’iniziativa, è soltanto il primo tassello di una visione più ampia che porterà alla costituzione della Comunità Energetica del Pinerolese, basata su produzione sul posto, autoconsumo e autoscambio di energia pulita.

Evidenti i vantaggi ambientali ma molto più interessanti saranno gli sviluppi che porterebbero risparmi economici ai cittadini e diventerebbero un motore di sviluppo per il territorio.

Tanto evidenti che la Regione Piemonte ha in questi giorni emanato un bando per i Comuni a favore dello sviluppo delle comunità energetiche, mettendo a disposizione 50.000 euro ripartiti sulla base del numero delle manifestazioni di interesse valutate positivamente: a ciascun richiedente sarà destinata una somma non inferiore a 5.000 euro e non superiore a 10.000 fino a esaurimento della dotazione.

Anche la Regione Puglia si è mossa per velocizzare il passaggio alle energie rinnovabili sostenendo la formazione di comunità energetiche con la legge 9 agosto 2019, n. 45 che fornisce indicazioni ai Comuni che intendono procedere alla costituzione di una comunità energetica attraverso criteri che saranno specificati da un futuro provvedimento regionale.

Cui prodest: a chi giovano e in che modo le energy communities

Chi raccoglie i vantaggi che derivano dalla costituzione di una comunità energetica? Sicuramente non soltanto le cosiddette utenze strettamente interessate; i benefici infatti verrebbero estesi alla qualità e alla fornitura stessa di energia in tutto il Paese.

A livello energetico e ambientale grazie a una miglior gestione – meno sprechi e meno emissioni prodotte; a livello economico per una minor dipendenza dall’importazione estera; infine a livello sociale perché i vantaggi delle comunità energetiche verrebbero percepiti anche dai cittadini che ne ricaverebbero benefici economici.

Su quest’ultimo punto nascono però le diffidenze delle utility che non vedono di buon occhio il fatto che diventi possibile prodursi autonomamente l’energia, distribuirla all’interno della comunità energetica e autoconsumarla localmente, risparmiando sui costi della bolletta.

I numeri non sono banali: secondo una ricerca realizzata da Studio Ambrosetti e dal Politecnico di Milano, infatti, il volume d’affari delle comunità energetiche potrebbe toccare i 29 miliardi di euro – due punti di Pil.

Bene per il Sistema Italia in generale ma la generazione distribuita e l’efficienza energetica potrebbero ridisegnare la mappa sociale del Paese: le stime proiettano al 2020 ben 475mila comunità energetiche, formate da diversi soggetti – industrie, condomini, ospedali, centri commerciali, pubbliche amministrazioni – riuniti per autoprodurre e consumare energia a discapito proprio delle utilities, che vedrebbero diminuire di molto i propri introiti.

Risparmio in bolletta e minore impatto ambientale possono davvero scardinare un sistema – quello della distribuzione energetica – sin qui rimasto invariato da decenni.

Chi non vorrebbe approfittare della doppia combinazione benefica? Non ancora la maggioranza degli italiani ma, secondo un’indagine dell’Istituto Piepoli, il 37% degli intervistati “potrebbe essere interessato a partecipare a un progetto di comunità energetica“.

Condividi: