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Turismo invernale a rischio, come si devono proteggere gli operatori turistici?

città: Milano - pubblicato il:
turismo invernale
foto di Daniel Frank (Pexels)

Temperature sempre più elevate in montagna a causa dei cambiamenti climatici, con conseguente scomparsa della neve, una riduzione dei ghiacciai e, di conseguenza, un impatto economico sul turismo invernale: come possono proteggersi gli operatori turistici?

La situazione climatica è sotto gli occhi di tutti: temperature sempre più alte – nelle scorse settimane si è toccato il record persino negli emisferi Artico e Antartico – con precipitazioni sempre più scarse ma violente.

Lo zero termico si alza sempre più – dato meteorologico che indica l’altitudine in cui la temperatura è di 0°C – e questo è causa della mancanza di neve nelle località turistiche invernali.

L‘impatto ambientale è enorme, perché laddove l’acqua c’è, gli impianti di innevamento artificiale ne utilizzano una quantità enorme per rendere le piste da sci praticabili. Praticabili ma certamente non sostenibili…

Ma anche l’impatto economico non è da sottovalutare; i cambiamenti climatici mettono a dura prova anche le attività degli operatori del turismo invernale, che devono cominciare a pensare a come proteggere i loro profitti dall’aumento delle temperature.

Non è un problema da poco visto che il tema delle perdite economiche dovute ai cambiamenti climatici è rilevante; a questo proposito un nuovo studio della Cass Business School di Londra ha presentato una metodologia per indicare agli operatori del turismo invernale come proteggersi dal rischio di una diminuzione del numero di visitatori verso le destinazioni sciistiche e di una perdita di entrate.

Per Laura Ballotta, docente di Matematica Finanziaria presso la Cass Business School, “il turismo invernale è vitale per le regioni alpine, non solo per quanto riguarda gli impianti per gli sport sulla neve, ma anche per le opportunità di alloggio, ristorazione, intrattenimento e vendita al dettaglio che ne derivano. Le temperature più elevate riducono ogni anno l’altezza della neve, il che potrebbe avere importanti ripercussioni sul turismo in un’area che dipende fortemente dai ricavi che genera“.

Concentrandosi sull’uso dei derivati atmosferici (prodotti finanziari che servono a tutelarsi dalla variabilità metereologica, ndr), lo studio utilizza una serie di modelli – dove gli operatori vendono il rischio ai mercati finanziari per un premio – prevedendo il numero di visitatori e i ricavi in un dato mese.

La metodologia si basa su dati relativi a più di 50 anni di nevicate e temperature registrate in un resort in Austria.

Fra i risultati più significativi troviamo:

  • il numero di visitatori delle stazioni sciistiche varia notevolmente all’interno della stagione sciistica stessa, a seconda del bollettino neve e della temperatura
  • con la diminuzione dell’altezza della neve, le aziende si affidano sempre di più ai giorni tradizionalmente più affollati, come il giorno di Natale e i giorni festivi, le vacanze scolastiche e i fine settimana
  • la consistenza della neve e la temperatura sono importanti anche fuori stagione
  • vista la variabilità del numero di visitatori, i mercati finanziari e gli operatori del turismo invernale dovrebbero basare i contratti dei derivati del clima sulle entrate medie mensili storiche
  • un singolo contratto basato su una caduta di neve cumulativa a fine stagione è altamente rischioso per tutte le parti e attrae la più alta variazione di profitti e perdite tra tutte le opzioni testate

I dati dello studio includono 20.774 osservazioni meteorologiche storiche giornaliere di Sonnblick (Austria), tratte dall’European Climate Assessment (Eca), ipotizzando che la stagione sciistica si svolga ogni anno dal primo dicembre al 15 aprile.

Come soglia critica per il numero di visitatori viene utilizzata la regola dei 100 giorni, con lo studio che considera 30 cm di neve per almeno 100 giorni durante la stagione invernale come requisito minimo per testare l’affidabilità dell’attività sciistica.

La soluzione proposta agli operatori turistici alpini dallo studio londinese è quindi quella di acquistare derivati atmosferici e di pensare in modo più strategico al rischio: “il trattamento delle strutture attraverso l’innevamento artificiale e la sistemazione del paesaggio è costoso e potrebbe rilasciare nell’ambiente additivi potenzialmente dannosi. Diversificare le attività al di là delle tradizionali attività di sci e sport sulla neve può anche avere costi di investimento costosi, per cui crediamo che l’accesso ai mercati finanziari per i derivati atmosferici e la condivisione del rischio sia l’opzione più praticabile” conclude Ballotta.

L’importante è che si salvaguardino ambiente e operatori turistici, evitando di incitare operatori finanziari senza scrupoli a scommettere sul peggioramento del clima.

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