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Industria dell’acqua: superare i suoi paradossi è possibile

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Il 17,5% del Pil italiano non potrebbe essere generato senza l’acqua. 2 milioni le aziende che in modo diverso permettono il funzionamento del ciclo idrico integrato dando lavoro a 87mila occupati. 21,4 miliardi di euro il fatturato in crescita ogni anno. Eppure, i paradossi non mancano

Ci ripetiamo come un mantra che l’acqua è vitale e preziosa. Poi però viviamo in città innegabilmente idrovore, nelle quali le auto vengono ancora lavate con acqua potabile, l’acqua del rubinetto serve tuttora per irrigare i campi da calcio e, in sintesi, consumiamo molta più acqua di quanta potremmo.

Salvo che, quando si tratta di berla, andiamo a comprare l’acqua in bottiglia. Sono alcuni dei tanti paradossi dell’acqua, come ha segnalato Edoardo Borgomeo dell’Università di Oxford durante il forum di presentazione del Libro Bianco 2021 – Valore Acqua per l’Italia, curato da The European House – Ambrosetti e da una Community (*) che raccoglie una quindicina di partner tra gestori idrici, associazioni di categoria, provider di tecnologia.

Una via d’uscita da questi paradossi arriva proprio dal Libro Bianco e dalle sue proposte per un rilancio sostenibile del Paese che punti sul ruolo chiave dell‘industria dell’acqua.

Un settore che – forse per la prima volta – è stato mappato proprio da The European House – Ambrosetti come filiera estesa, ovvero prendendo in esame i dati economici di 2 milioni di aziende che in modo diverso permettono il funzionamento del ciclo idrico integrato.

I numeri del ciclo idrico integrato in Italia

I numeri sono sorprendenti. Se si considerasse il ciclo esteso dell’acqua come un unico settore industriale, sarebbe il secondo in Italia per crescita occupazionale, con 87mila occupati e un trend del +1,7% all’anno dal 2013 al 2019, il doppio della media nazionale.

Il fatturato – aumentato del 4,4% in media ogni anno – oggi vale 21,4 miliardi di euro e mobilita ancora più risorse: secondo il Libro Bianco, il 17,5% del Pil italiano (310 miliardi, tanto quanto l’intero prodotto interno lordo del Sudafrica o la somma tra Grecia e Portogallo) non potrebbe essere generato senza l’acqua.

Basti pensare all’industria, che assorbe letteralmente il 40-48% del prelievo d’acqua nazionale. O all’agricoltura, che nel 2020 ha esportato dalle campagne italiane nel mondo prodotti agroalimentari per un valore di 46 miliardi di euro.

Eppure (tornando ai paradossi) investiamo ancora troppo poco per tutelare una risorsa che continua ad assottigliarsi. Con 40 euro per abitante all’anno (rispetto alla media europea di 100) l’Italia è tra gli ultimi posti in Europa per investimenti nel settore idrico, seguita solo dalla Romania e da Malta.

Cosa manca? Reti nuove che permettano di ridurre le perdite, depuratori efficienti che trasformino i fanghi in energia, contatori smart che comunichino con gli utenti, la diffusione di tecniche di riciclo e riuso delle acque per ridurre il water gap che oggi divide ancora il Nord e il Sud dell’Italia.

Gli investimenti nell’acqua possono essere una grande occasione di rilancio economico anche in termini di sostenibilità” ha spiegato Valerio De Molli, ceo di The European House – Ambrosetti, sottolineando tra l’altro che la tariffa idrica italiana è tra le più basse in Europa (2,08 euro al metrocubo contro i 3,67 della Francia o i 4,98 della Germania) e che basterebbe un aumento di 10 centesimi al metrocubo per sbloccare circa 350 milioni di euro in investimenti nel ciclo idrico.

Sul portafogli di una famiglia inciderebbe per poco più di 8 euro all’anno. L’aggiornamento (al rialzo) delle tariffe per finanziare in modo trasparente gli investimenti sulla rete idrica è proprio una delle quattro direttrici segnalata dalla Community Valore Acqua per l’Italia e da Ambrosetti per il rilancio del settore.

Le altre tre direttrici puntano ovviamente sull’impiego dei fondi Next Generation Ue (che prevedono già circa 20 miliardi di euro proprio per il ciclo idrico), sulla transizione all’economia circolare e sull’avvio di campagne informative per stimolare l’adozione di abitudini di consumo più sostenibili.

Sostenibilità, obiettivo da centrare per l’industria dell’acqua

Perché la sostenibilità resta l’unico vero obiettivo da centrare, per un settore che sta crescendo per addetti, per fatturato e anche per innovazione tecnologica: “Una gestione efficiente e sostenibile dell’acqua può impattare su 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda Onu 2030“, ha ricordato Benedetta Brioschi, project leader della Community

Al momento, di impegno ne serve parecchio: oggi l’Italia è solo al 18esimo posto in Europa nell’indice di sintesi studiato nel Libro Bianco per valutare come la gestione dell’acqua impatti sul raggiungimento degli Sds’s.

Andiamo male sul fronte delle infrastrutture resilienti, ancora peggio nel consumo responsabile (siamo ancora i primi consumatori in Europa di acqua in bottiglia pro capite, oltre a utilizzare il doppio dell’acqua di un cittadino medio europeo tra le mura domestiche) e siamo in coda alla classifica per le azioni messe in campo nel ciclo idrico per contrastare il cambiamento climatico.

Ma di buone notizie ce ne sono. E di buone pratiche anche di più. Il Libro Bianco propone così un vero e proprio decalogo di azioni concrete per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e passare dal 18esimo posto al decimo entro il 2030, investendo appunto nella gestione sostenibile dell’acqua e nella contaminazione tra eccellenze che già esistono.

Come? Condividendo una visione del futuro; attraendo investimenti grazie all’emissione di water bond, alla creazione di incubatori di impresa e allo snellimento degli iter autorizzativi per il rinnovo di reti e impianti.

Razionalizzando gli utilizzi dell’acqua e puntando sempre di più sul recupero e il riuso. Infine, attivando vere forme di consultazione pubblica per la realizzazione delle nuove infrastrutture e avviando campagne di promozione dell’acqua di rete per far crescere la consapevolezza dei consumatori.

Consapevolezza dei consumatori che è poi l’obiettivo dell’operazione trasparenza lanciata pochi giorni fa dall’Authority nazionale, e anticipata da Andrea Guerrini di Arera durante l’evento di lancio del Libro Bianco, a conferma di quanto il settore idrico in effetti sia più frizzante di una minerale.

Sul portale istituzionale dell’ente di regolazione, dalla scorsa settimana, è stata attivata infatti una nuova piattaforma che permette a ogni cittadino non soltanto di conoscere le performance contrattuali dell’azienda idrica del proprio territorio semplicemente digitando il nome del comune di appartenenza, ma anche di confrontare il servizio offerto da due gestori differenti.

La consultazione non è proprio semplicissima, ma gli indicatori consultabili sono molti: arera.it, provare per credere.

*A2a, Celli Group, Mm, Smat, Acquedotto Pugliese, Anbi – Associazione Nazionale Consorzi di bonifica e di irrigazione, Schneider Electric, Sit Group, Fisia Italimpianti – Gruppo Webuild, Soteco, Rdr, Consorzio Idrico Terra di Lavoro, Brianzacque, Padania Acque e Maddalena.

(testo a cura di Federica Maggio)

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