Home Eco Lifestyle Il problema della microplastica: troppa e ovunque, anche nel sangue

Il problema della microplastica: troppa e ovunque, anche nel sangue

pubblicato il:
microplastiche e batteri
Immagine da Depositphotos

Ne produciamo troppe – per giunta le ricicliamo anche poco – e si sgretolano fino a diventare troppo piccole per poter essere fermate dalle barriere fisiologiche dei nostri corpi. Risultato: le microplastiche sono dappertutto dentro di noi, anche dove si pensava (si sperava) non ci fossero.

Presentati per la prima volta nel 2009, i nove confini planetari e lo spazio operativo sicuro costituiscono uno degli strumenti concettuali più efficaci per analizzare e quantificare gli impatti delle attività umane sul Pianeta.

Il framework dei planetary boundary è stato sottoposto a una prima revisione nel 2015, quando la voce perdita di biodiversità è stata sostituita da cambiamenti nell’integrità della biosfera e inquinamento chimico è stato rimpiazzato da introduzione di nuove entità.

In più, il paper del 2015 evidenziava come il limite di sicurezza fosse già stato superato per quattro confini (cambiamento climatico, perdita di integrità della biosfera, cambiamento nell’uso dei suoli, alterazione dei cicli biogeochimici di fosforo e azoto).

Adesso, uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, che ha valutato la letteratura scientifica in materia, sostiene che, a causa della loro persistenza, della loro mobilità e distribuzione attraverso varie scale e degli impatti potenziali su processi o sottosistemi del sistema Terra, anche le nuove entità potrebbero aver superato il limite dello spazio operativo sicuro.

In particolare, lo studio sottolinea come “il tasso crescente di produzione, il rilascio di volumi maggiori e il numero più alto di nuove entità superano la capacità delle società di condurre valutazioni e monitoraggi relativi alla sicurezza“.

Ci sarebbe quindi una sfasatura tra il ritmo con cui queste nuove entità vengono prodotte e la nostra capacità di monitorarle e tenerne traccia.

In effetti, volendo limitare il discorso alle microplastiche, sembra essere proprio così: in sostanza, si può tranquillamente dire che le microplastiche sono ubiquitarie e che solo quando le si è cercate con le tecnologie e le competenze adeguate, le si è trovate.

Microplastiche, ovunque, anche dove si sperava non arrivassero

Sia fuori, dal Monte Everest alla fossa delle Marianne, sia dentro di noi. Le ultime scoperte in ordine di tempo? A marzo un gruppo della Vrije Universiteit di Amsterdam, guidato da Heather Leslie e da Marja Lamoreem, ha trovato tracce di microplastiche in 17 campioni di sangue su 22 analizzati nello studio, i cui risultati sono stati pubblicati su Environment International.

I ricercatori, che hanno utilizzato dispositivi in grado di individuare particelle di dimensioni fino a 0,0007 millimetri, hanno scoperto che in metà dei campioni era presente il Pet (Polietilene tereftalato), usato per le bottiglie per acqua e bibite, un terzo conteneva polistirene, usato per imballare il cibo e gli altri prodotti, ed erano presenti anche il polietilene e il polimetilmetacrilato.

In un altro studio, accettato per la pubblicazione su Science of The Total Environment a inizio aprile, sono stati invece analizzati tessuti polmonari ricavati da 13 persone sottoposte a interventi chirurgici.

Anche in questo caso, i numeri sono impressionanti: le microplastiche sono state trovate in 11 campioni, con Pet e polipropilene a farla da padroni.

Gli scienziati non hanno ancora evidenze definitive sugli impatti sulla salute umana delle microplastiche e quasi sempre concludono le loro analisi con la frase “servono più ricerche“.

In attesa di capire appieno gli impatti sugli organismi umani, c’è chi ha studiato cosa fanno le varie plastiche ai batteri che vivono in acqua.

In particolare, il Consiglio nazionale delle ricerche di Verbania (Cnr-Irsa), con una ricerca pubblicata sul Journal of Hazardous Materials, ha messo a confronto le comunità batteriche che crescono sul polietilene tereftalato (Pet) ricavato dalle bottiglie, materiale molto abbondante in acqua, con quelle che si sviluppano sulle particelle di pneumatico usato.

Le prime possono ospitare dei batteri che possono causare rischi immediati alla salute umana, mentre le particelle degli pneumatici, che rilasciano materia organica e nutrienti, favoriscono la crescita abnorme dei cosiddetti batteri opportunisti che, pur non costituendo un rischio diretto per l’uomo, causano comunque una perdita di qualità ambientale.

Crediti immagine: Depositphotos

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