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Ridurre gli imballaggi in circolare: alcuni progetti virtuosi

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Versatile, efficiente, economico. Sono molti gli aggettivi che si possono associare al packaging, uno degli elementi che più ha contribuito alla crescita della società dei consumi. Ma non bisogna dimenticare l’esito finale del suo utilizzo, l’enorme e crescente quantità di rifiuti. Uno spreco di risorse a cui occorre porre rimedio al più presto

Semplificando, ma non troppo, si potrebbe dire che ogni oggetto che ci circonda è stato, in almeno una fase della propria vita, contenuto in un imballaggio.

O, se è molto grande, allora a essere imballate sono state le sue componenti. Imballiamo di tutto e se gli imballaggi si sono dimostrati preziosi per proteggere le merci imballate e per trasportarle senza danneggiarle, per comunicare e dare informazioni sui prodotti, negli anni la quantità di imballaggi in circolazione è diventata tale da trasformarsi in un problema.

Lo è per la crescita dei volumi complessivi, solo in Europa la domanda di plastica è di 50 milioni di tonnellate all’anno, di cui poco più di 20 vengono usate per il packaging.

E se c’è un settore in cui questo problema è particolarmente evidente è quello dell’alimentare, che da solo genera circa il 70% della plastica non riciclabile.

Coordinato dal Dipartimento di ingegneria civile e industriale dell’Università di Pisa, il progetto europeo Ecofunco ha l’obiettivo di selezionare proteine, polisaccaridi, polifenoli, carotenoidi e acidi grassi da biomasse facilmente reperibili e poco valorizzate.

Si innesca così un processo di economia circolare, in cui gli scarti agroalimentari vengono usati per produrre materiali sostenibili che possono sostituire le confezioni di plastica non biodegradabile.

Giusto per fare un paio di esempi, dalla buccia del pomodoro e dal melone si estrae la cutina, mentre dall’esoscheletro dei crostacei si ricava la chitina (oltre a integratori come il chitosano, che serve a ridurre l’assorbimento del colesterolo e dei grassi presenti negli alimenti).

Il packaging non è però solo quello che avvolge le vaschette di kiwi e le uova (c’è anche l’overpackaging, con un singolo uovo appoggiato in un contenitore in plastica o cartone e avviluppato da un film trasparente).

C’è anche quello che viene usato per i prodotti industriali e per ridurre la quantità di rifiuti correlabile a questo settore Versalis ha lanciato due progetti.

Con il primo, Bag to Bag, i sacchi utilizzati per il confezionamento e la spedizione dei prodotti in polietilene sono realizzati con il 50% di materiale riciclato e sono interamente riciclabili. Da alcuni mesi questi sacchi vengono impiegati negli stabilimenti a Ragusa e a Ferrara ed entro l’anno verranno usati anche a Brindisi, Dunkerque e Oberhausen.

Con il secondo, chiamato Liner to Liner, i rivestimenti interni dei container utilizzati per il trasporto di polietilene sfuso, denominati appunto Liner, sono riciclati e trasformati in nuovi rivestimenti contenenti il 50% di plastica riciclata, che sono poi riutilizzati.

Ogni anno Versalis impiega circa 1.250 tonnellate di sacchi e 175 tonnellate di Liner e i due progetti riducono del 50% i consumi di materia prima vergine per entrambi i settori.

L’individuazione di soluzioni passa anche (e soprattutto) attraverso la formazione e il confronto con i problemi.

Il Gruppo Goglio, una delle principali aziende nel settore del packaging flessibile, ha accolto nella sua sede di Daverio (in provincia di Varese) 40 studenti universitari a cui ha mostrato le diverse fasi del processo di produzione di packaging flessibili e le misure adottate per minimizzare gli impatti sull’ambiente.

L’iniziativa è l’esito di una selezione condotta nell’ambito della Milano Green Week, al termine della quale il Gruppo Goglio è stato individuato tra le aziende virtuose protagoniste del tour nazionale Fabbriche della sostenibilità.

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