Home Imprese Sostenibili Convertire l’industria alimentare, per ridurne gli impatti ambientali

Convertire l’industria alimentare, per ridurne gli impatti ambientali

allevamenti intensivi pollame
Immagine da Depositphotos

Riconvertire in maniera etica e sostenibile l’industria alimentare, alleviando le sofferenze degli animali portebbe a una notevole riduzione delle emissioni di gas serra. Per questo gli investimenti nelle èroteine alternative stano crescendo notevolmente

I dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) parlano chiaro: sono circa 80 miliardi gli animali destinati ogni anno alla macellazione.

Per non parlare dei pesci da allevamento: sono tra i 51 e i 160 miliardi quelli che annualmente vengono uccisi per finire sulle nostre tavole.

Le modalità e le condizioni in cui vivono quelle creature, comprese le sofferenze subite fino alla morte, hanno generato un dibattito sempre più acceso su un’alimentazione sostenibile e alternativa al consumo di carne.

In Italia, per esempio, sono ancora 16 milioni le galline allevate per la produzione di uova a essere confinate in gabbia. Lo rivela la coalizione End The Cage Age condividendo materiale e fotografie fornite da Lav provenienti da allevamenti di galline ovaiole nel Nord Italia.

Vere e proprie fabbriche sovraffollate, con gli animali che vivono in condizioni di grande sofferenza. Le immagini mostrano cadaveri lasciati a contatto con animali vivi dalle 24 ore fino a intere settimane.

Cadaveri che sono stati rinvenuti anche a contatto con uova o cibo somministrato alle galline. Per questo motivo il rischio di infezione è molto alto: spesso gli esemplari sono affetti da gastroenterite e infestazione di acari rossi.

Quest’assenza di cure e un sistema di pulizia spesso non adeguato o non funzionante generano una ritenzione dell’uovo – causa di morte in tempi rapidissimi se non trattata – e gravi deformazioni alle zampe degli animali costretti nelle gabbie.

Qui dentro non possono praticare nessuno dei loro comportamenti naturali: raspare il terreno, esplorare l’ambiente, appartarsi in tranquillità per deporre l’uovo. Stress, frustrazione e costrizione danno vita una grande aggressività che sfocia in plumofagia (mangiare le piume, ndr) e cannibalismo.

La Commissione europea ha dichiarato che le gabbie saranno abolite nel 2027 e nel 2023 sarà presentata una proposta di legge per avviare questa transazione. Con le imminenti elezioni, l’appello è anche rivolto al futuro governo italiano per porre fine alle sofferenze degli animali e ripensare l’industria alimentare.

Uno studio della Bcg (Boston Consulting Group) e di Blue Horizon rivela che il corrente sistema alimentare è responsabile del 26 per ento delle attuali emissioni globali di gas serra.

La sola agricoltura ne produce il 15 percento, pari all’incirca a quelle del settore dei trasporti. Occorre dunque escogitare metodi che superino questioni etiche, morali e sostenibili, come le proteine alternative alla carne e alle uova.

Che sempre secondo lo studio Bcg-Blue Horizon rappresenteranno l’11 percento di tutto il consumo di proteine già nel 2035.

Dall’indagine dei due enti è stata condotta su un campione di 3.700 intervistati in sette nazioni è emerso che se venissero affrontate le maggiori inibizioni dei consumatori verso quei prodotti, la quota di chi consuma proteine raddoppierebbe dal 13 al 27 percento, mentre quella di chi bilancia tradizionali e alternative aumenterebbe di quasi un terzo.

Una rivoluzione anche economica, stando al Good Food Institute, che segnala come il capitale di rischio investito nelle proteine alternative è passato da un miliardo di dollari nel 2019 a cinque miliardi nel 2021.

Nello stesso biennio crescono anche gli investimenti in aziende specializzate in nuove tecnologie: proteine da fermentazione (+137 percento), e a base di cellule animali (+425 percento).

Nel rapporto Food for Thought del 2021 la Bcg ha stimato anche che il passaggio alle alternative farà risparmiare un gigatone di CO2 entro il 2035. Se arrivassero a conquistare una quota di mercato del 22 percento entro quell’anno, si avrebbe una riduzione di 2,2 gigatoni entro il 2030: in termini di soldi si parla di un risparmio tra i 100 e i 160 miliardi di dollari.

Se infine sostituissero totalmente quelle animali, le emissioni globali di gas serra diminuirebbero di oltre 6 gigatoni, con un risparmio tra i 303 e i 484 miliardi di dollari.

Una sfida complessa e lunga, ma non impossibile. Che l’Italia può accettare per porre fine alle sofferenze degli animali e riconvertire in maniera etica e sostenibile l’industria alimentare.

Condividi: