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Le imprese investono in Sostenibilità, ma devono accelerare target setting, reporting e prevenzione dei rischi

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Immagine da Depositphotos

Le imprese italiane credono nella sostenibilità ma riconoscono i diversi e difficili fattori abilitanti per la transizione ecologica: infrastrutture, semplificazione e stabilità nel tempo delle norme, strumenti di finanza sostenibile.

Industria lombarda e cambiamento climatico: gli imprenditori si mostrano determinati a investire, ma sono ancora molto indietro nel reporting, nel target setting e nella prevenzione del rischio ambientale.

È quanto emerge da uno studio presentato dal Centro Studi di Assolombarda in collaborazione con Banca d’Italia. Lo studio, condotto in collaborazione con Banca d’Italia, ha coinvolto 533 imprese, di cui il 70% Pmi, il 23% grandi imprese e il 7% micro imprese.

Attraverso un questionario, i partecipanti hanno indicato gli interventi adottati al proprio interno e nei confronti della filiera, le motivazioni che li hanno guidati, le opportunità e i rischi che scorgono in relazione alla transizione ecologica.

Tra gli interventi, i più diffusi riguardano efficienza e autoproduzione energetica, ricerca e sviluppo e design di prodotto, ma anche azioni di monitoraggio, reporting e per il coinvolgimento della filiera.

Significativo il dato sulle motivazioni: il primo fattore che spinge a investire nella sostenibilità è la domanda dei clienti (25%), seguita dalla vision (20%).

Se le opportunità sono viste soprattutto rispetto all’espansione del business e alle esternalità degli interventi, i rischi percepiti rivelano i timori delle imprese lombarde: in primo luogo quello che le politiche non siano disegnate e implementate in modo efficace; che le risorse – economiche e umane – non bastino per seguire il passo dei cambiamenti; che il mercato escluda alcune attività e non premi in modo sufficiente le scelte per la sostenibilità.

Il cammino arduo verso la sostenibilità: cosa pensano le imprese

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Le difficoltà, in effetti, non mancano e le imprese sono le prime a riconoscerlo: “non siamo ancora in grado di calcolare le emissioni di scope 3, nonostante rappresentino la quota più grande di quelle imputabili alla nostra attività” afferma Lorenzo Zaffaroni, amministratore delegato di Stucchi, cui fanno eco diversi colleghi.

Quello del dato è un tema sollevato in primo luogo da Banca d’Italia: la vice-direttrice generale Alessandra Perrazzelli segnala che in Italia siamo ancora molto indietro nel reporting e i database sono troppo spesso isolati.

Fornire numeri precisi, dice, è indispensabile per trasformare le normative europee, sempre più stringenti, in opportunità e non in penalizzazioni. Delle imprese coinvolte nello studio, tuttavia, solo 25% conosce le proprie emissioni di scope 1 e 2 e solo il 20% ha assunto obiettivi di decarbonizzazione.

Non affrontare questi temi comporta un rischio, ammonisce Perrazzelli. Banca d’Italia si sta impegnando perché il rischio ambientale sia incluso tra i criteri della vigilanza bancaria.

Da esso dipendono parametri fondamentali come la stabilità dei prezzi, l’occupazione, i tassi di interesse. Lo studio mostra che le imprese lombarde e italiane siano fortemente esposte a una serie di rischi derivati da quello ambientale: non solo il rischio idrogeologico, ma quello per la salute, il rischio di dover cambiare frequentemente tecnologie e quello di restare esclusi da mercati che cambiano in fretta.

Sono sempre di più, del resto, le imprese che intendono la sostenibilità come un impegno indispensabile per arrivare preparati di fronte a obblighi e crisi, ma anche come elemento per differenziarsi e restare competitive.

Per quanto riguarda l’economia circolare – continua Zaffaronifunziona se funziona la filiera: Feralpi [presente nel panel] può usare il 95% di materia prima seconda perché noi trasformiamo i rottami nel truciolato che gli alti forni sono in grado di processare: servono politiche industriali lungimiranti per costruire questo tipo di collaborazioni“.

La capacità di visione resta uno degli elementi indispensabili perché le imprese assumano il ruolo attivo che spetta loro nella costruzione di una società sostenibile.

A essa si lega la responsabilità di diffondere una cultura della sostenibilità sul luogo di lavoro, che può incidere in modo significativo sui consumi e la produzione di rifiuti.

D’altra parte, “anche i consumatori devono sviluppare tale cultura, in modo che le scelte sostenibili diventino un driver forte di competitività” afferma Barbara Cimmino, head of Csr and innovation presso Inticom (società madre del marchio Yamamay).

A emergere dallo studio, infatti, è anche che non tutta la responsabilità è nelle mani delle imprese. Se i cittadini hanno un compito importante da svolgere nell’informarsi e compiere scelte consapevoli, sta alle istituzioni creare le condizioni migliori perché questo accada.

I fattori abilitanti per la transizione ecologica sono diversi: dalle infrastrutture alla semplificazione e stabilità nel tempo delle norme, alla creazione di strumenti per la finanza sostenibile, all’indicazione della direzione verso cui andare.

Perché se il discorso di apertura del presidente di Confindustria Lombardia, Alessandro Spada, non lascia dubbi sulla comprensione della gravità del cambiamento climatico, del suo legame con gli eventi catastrofici degli ultimi mesi e del compito centrale che spetta agli attori industriali nel contrastarlo, dall’altra parte la richiesta alle istituzioni è di guidare questo processo in modo che sia coordinato e di stanziare risorse per sostenere una trasformazione ritenuta molto onerosa.

Il mantra che risuona a fine mattinata è, ancora una volta, “lavorare insieme per far fronte a queste sfide“.

testo a cura di Eugenio Amato

Crediti immagine: Depositphotos

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