Fiumi, laghi e aree umide non ricevono la stessa attenzione degli oceani, eppure tenerli sott’occhio e in considerazione anche dal punto di vista ambientale serve per il nostro benessere. Ce ne parla Gianluca Corno ricercatore del Cnr-Irsa di Verbania.
Il 35% circa degli oggetti dispersi nei fiumi italiani (ne sono stati controllati 12) sono di plastica monouso.
È quanto emerge dai risultati di un’attività di monitoraggio – durata 12 mesi e svolta in collaborazione con la Fondazione Sviluppo Sostenibile e Nauta – dei macro rifiuti galleggianti di grandezza maggiore di 2,5cm su 12 fiumi in Italia: Adige, Agri, Magra, Misa, Neto, Ombrone, Pescara, Po, Reno, Sarno, Simeto e Tevere.
I risultati preliminari, evidenziano che i fattori che più influenzano la presenza dei rifiuti dispersi negli ambienti fluviali derivano da insediamenti urbani. Se i mari stanno male l’acqua dolce non sta meglio dunque.
La domanda è “come se la passano questi ecosistemi fondamentali per il nostro benessere e quello del Pianeta?” È quello che abbiamo chiesto a Gianluca Corno, coordinatore del gruppo di ecologia molecolare del Cnr-Irsa di Verbania che, per prima cosa, delimita il perimetro di uno stesso ecosistema acquatico (qui trovate una sua presentazione sul tema).
1) Cosa sono gli ecosistemi acquatici e come li intediamo
2) Come calcolare la qualità di un ecosistema acquatico
3) Il concetto di OneHealth
4) Il disturbo Sostenibile
4a) Fattori glocal
4b) Il problema del riscaldamento delle acque dolci
4c) Seri rischi per tutti
5) La normativa italiana cosa dice
6) Impianti di trattamento delle acque
7) Gianluca Corno, ricercatore Cnr-Irsa di Verbania
Cosa sono gli ecosistemi acquatici e come li intediamo
Esistono diversi indici che, normativamente, definiscono la qualità di un ecosistema acquatico, la qualità delle acque superficiali, delle acque reflue, delle acque costiere e di quelle potabili.
Questi indici applicano un concetto di qualità, a volte definito come qualità ecologica o qualità ambientale, ma in realtà hanno relativamente poco di ecologico, inteso come ecologia, ossia la scienza che studia i sistemi biologici e le interazioni tra gli organismi che ci vivono, ma molto di antropogenico.
Come calcolare la qualità di un ecosistema acquatico
Una tipica definizione di qualità è la seguente: un fiume o un lago è considerato di qualità ecologica elevata quando le sue caratteristiche fisiche, chimiche, biologiche e microbiologiche sono idonee per il consumo umano dell’acqua, la vita acquatica, l’agricoltura, la ricreazione e gli altri utilizzi che noi, come esseri umani, facciamo di questa risorsa.
È un concetto estremamente antropogenico. Accade questo perché, attraverso questi indici di valutazione, il nostro scopo è quello di preservare la biodiversità di un ambiente acquatico, ridurre l’impatto di specie alloctone che possono entrare in questo ecosistema e di ridurre l’impatto su di esso delle attività umane.
Tutto ciò è finalizzato al permettere a noi esseri umani di poter utilizzare questa risorsa (sia nel senso stretto, di utilizzo diretto dell’acqua, ma anche di utilizzare la risorsa come area naturale, come riserva…).
Questo lo possiamo fare solo quando questa risorsa è in una condizione tale da non essere ostile ai nostri fini, al nostro utilizzo, al nostro stile di vita, all’economia finanche alla nostra salute.
Il concetto di OneHealth
Questa visione è perfettamente confacente a quello che è il concetto di One Health, che esiste ormai da oltre vent’anni ed è applicato da tutte quelle istituzioni che si occupano di ambiente e di salute a livello mondiale, europeo e nazionale.
One Health significa considerare la salute degli esseri umani direttamente influenzata dalla salute animale e vegetale, quindi dalla qualità del cibo che ingeriscono.
Quest’ultima è influenzata, a sua volta, insieme con la salute umana, anche dalla salute dell’ambiente in cui esseri umani e animali vivono, e quindi dalla qualità dell’ambiente.
Un ambiente sano garantisce uno stile di vita sano, assicura una produzione animale e agricola di alta qualità e di fatto migliora il benessere del sistema.
Al contrario un ambiente disturbato e malsano avrà un impatto sulla salute umana, sulla qualità della produzione alimentare e a sua volta sarà influenzato dal peggioramento che ha prodotto.
Il disturbo Sostenibile
Per questo, è di primaria importanza garantire che gli ambienti acquatici e le acque superficiali siano accessibili agli esseri umani.
Pertanto, è necessario che tali ambienti siano disturbati in modo sostenibile dalle nostre attività, al fine di non renderli ecologicamente instabili e quindi non più disponibili. I fattori che causano instabilità in un ambiente acquatico possono essere di natura globale o locale.
Fattori glocal
Tra i fattori globali, il principale è senza dubbio il riscaldamento del Pianeta, al quale sono correlati l’aumento degli eventi estremi, come lunghi periodi di siccità o forti eventi meteorologici che portano a fenomeni come le alluvioni.
Tra i fattori locali, quelli predominanti sono lo scarico delle acque reflue più o meno trattate, il dilavamento dei suoli agricoli o a uso zootecnico, dei suoli urbani o industriali e l’ingegnerizzazione degli alvei dei fiumi e dei torrenti.
Il riscaldamento globale ha come suo principale effetto quello di riscaldare le acque, specialmente le acque superficiali in sistemi come i laghi o il mare.
Ciò riduce il mescolamento verticale delle acque stesse e crea le condizioni per lo sviluppo di fenomeni di anossia, cioè di perdita di ossigeno negli strati più profondi, che non solo riduce direttamente la possibilità di vita degli organismi, ma favorisce anche il rilascio di nutrienti e altri potenziali inquinanti dai sedimenti.
Il problema del riscaldamento delle acque dolci
Un altro problema legato al riscaldamento globale è che le acque più calde favoriscono la crescita della maggior parte dei batteri patogeni umani e di altri organismi patogeni umani, oltre a quella di cianobatteri potenzialmente tossici.
Di conseguenza, le acque più calde possono causare molto più facilmente intossicazioni, infezioni ed epidemie.
Infine, il riscaldamento globale modifica le nicchie ecologiche presenti all’interno degli ecosistemi acquatici che, in un ambiente in equilibrio, sono dinamicamente occupate da organismi autoctoni estremamente performanti nelle diverse attività che sottendono l’esistenza di una definita comunità acquatica autoctona.
Le acque più calde rompono questi equilibri e creano spazi ecologici in cui organismi alloctoni e potenzialmente pericolosi possono proliferare.
Seri rischi per tutti
Gli eventi meteorologici estremi, oltre a causare il depauperamento delle comunità bentoniche, cioè quelle che vivono sul fondo dei corpi d’acqua, portano a un apporto estremo di inquinanti, nutrienti e diverse sostanze che, anche in questo caso, interferiscono sulle relazioni tra gli organismi delle comunità acquatiche creando disequilibrio.
Infine, lunghi periodi di siccità possono portare a fenomeni di anossia, cioè alla mancanza di ossigeno e a elevate concentrazioni di inquinanti, interferendo anche in questo caso sull’efficienza delle interazioni tra gli organismi residenti.
La normativa italiana cosa dice
Tra i fattori locali che svolgono un ruolo cruciale nel disturbare gli ambienti acquatici, gli scarichi delle acque reflue rappresentano un’importante fonte di disturbo.
In Italia, abbiamo la fortuna di avere una legislazione di altissimo livello, estremamente restrittiva e precisa nell’indicare i parametri di qualità chimici e microbiologici. Di fatto, la legislazione italiana può essere considerata un modello a livello mondiale.
Naturalmente, una buona legislazione deve essere adeguatamente applicata e questo avviene attraverso i controlli. In Italia, i controlli vengono effettuati in modo relativamente efficace per monitorare la qualità delle acque per la balneazione, la potabilità o l’uso agricolo dell’acqua, nonché per valutare la qualità degli scarichi.
Gli enti preposti a questo compito, come Arpa, Asl e Iszs, svolgono un buon lavoro nel rispetto della legislazione esistente. Tuttavia, in alcuni casi, soprattutto in alcune regioni, vi è una certa limitazione nei controlli, principalmente a causa della mancanza di personale o di fondi.
Impianti di trattamento delle acque
Le cose peggiorano quando parliamo degli impianti di trattamento. In Italia, dobbiamo distinguere tra zone in cui gli impianti di trattamento sono di ottima qualità e funzionano bene e altre zone in cui invece devono essere modernizzati e potenziati per adeguarsi all’effettivo rilascio di acque reflue urbane, industriali, zootecniche o agricole.
Rispetto alle migliori nazioni europee, l’Italia non è ben posizionata. Tuttavia, va sottolineato che ci sono alcuni impianti di trattamento italiani che funzionano estremamente male e che influiscono pesantemente sulla qualità media a livello nazionale.
La situazione tocca il fondo quando consideriamo le reti idriche, sia le reti di scarico che quelle di trasporto dell’acqua potabile.
Nel grafico si evidenziano le perdite di acqua potabile e si vede che in Italia circa il 40% dell’acqua potabile, cioè acqua che è stata trattata e resa potabile con un investimento di fondi, viene persa a causa delle perdite di rete.
La situazione è ancora peggiore nelle aree in cui l’acqua potabile è più preziosa e la carenza di acqua si fa sentire in modo più estremo. Se considerassimo invece le reti di acqua reflua, la situazione sarebbe ancora più critica.
Oltre alle enormi perdite di acqua reflua dovute alle falle nelle reti, abbiamo un’ulteriore fonte di inquinamento causata dai bypass di rete o di impianto.
Questi sistemi sono spesso mal disegnati o manutenuti e, così come le perdite di rete, scaricano acqua reflua non trattata direttamente in ambiente, non solo quando c’è troppo flusso o quando il depuratore è sovraccarico, ma anche quando non è necessario, creando in alcune zone un inquinamento ben maggiore di quello causato dai reflui trattati scaricati dagli impianti di depurazione.
Il risultato è evidente nella slide in cui si può chiaramente osservare che l’Italia non dispone di acque superficiali di elevata qualità, bensì mediamente di qualità bassa.
Questa situazione, come detto, non è tanto dovuta allo scarico degli impianti di trattamento, ma piuttosto alle perdite più o meno volontarie di acque reflue non trattate che finiscono nell’ambiente.
Purtroppo, la situazione nel resto d’Europa non è migliore. Ciò implica che a livello europeo sia necessaria un’azione decisa per mitigare l’impatto delle attività umane e lo scarico dei reflui che producono al fine di promuovere un miglioramento di ciò che definiamo la qualità dei corpi idrici stessi.
Se estendiamo il nostro sguardo oltre le acque interne e consideriamo la situazione sulle acque costiere, di grande importanza per l’Italia con i suoi centinaia di chilometri di costa, vediamo che la situazione è purtroppo ancora peggiore.
Nel grafico qui sotto possiamo notare che nel 1990 la situazione italiana era pessima, ma non così differente da quanto misurato in altre nazioni come l’Olanda o la Spagna.
Nel 2015, sebbene molte altre nazioni abbiano notevolmente migliorato la qualità delle loro acque costiere, lo stesso non si può dire per l’Italia. Anche in questo caso, la causa principale di questo mancato miglioramento è collegata agli scarichi diretti.
Gli scarichi diretti in Italia, lungo le coste, finiscono spesso direttamente in mare anziché nei fiumi o torrenti, come accade in altre nazioni.
Tenere conto di questa situazione è estremamente importante poiché nei prossimi decenni ci aspettano nuove sfide. In questa esposizione mi limiterò agli aspetti microbiologici.
La maggior parte dei patogeni umani presenti nell’acqua sarà favorita dai cambiamenti climatici. Se riuscissimo a ridurre la quantità di patogeni umani che riversiamo nelle acque superficiali, renderemmo certamente più agevole l’accesso alle stesse anche in un quadro di riscaldamento globale.
Oltre ai patogeni umani, nelle acque superficiali scarichiamo anche una grande quantità di determinanti di resistenza agli antibiotici: batteri resistenti, geni di resistenza agli antibiotici, molecole di antibiotici.
In ambienti resi più instabili dai cambiamenti climatici, questi elementi potrebbero scatenare focolai di batteri resistenti, aggravando la già pesante situazione dell’Italia riguardo ai danni alla salute umana causati dalla resistenza agli antibiotici.
In conclusione, non possiamo che considerare la qualità delle acque superficiali italiane come il risultato sia del nostro utilizzo che del nostro impegno a preservarle nel modo che riteniamo a noi e ai nostri desideri, più adatto.
Le acque superficiali italiane stanno sicuramente molto meglio rispetto a trenta o quarant’anni fa ma, a causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, sarà necessario adottare un approccio differente rispetto a quelle attività inquinanti che possono influire sulla loro qualità.
Oggi in Italia, è praticamente impossibile immaginare che tutte le acque superficiali possano avere la qualità raffigurata nell’immagine a sinistra qui sotto.
Semplicemente, significherebbe che non ci sono più esseri umani in Italia. Allo stesso tempo, è impensabile che la nostra società possa tollerare immagini come quella a destra, che sappiamo ora avere un impatto diretto non solo sul paesaggio – che può piacere o non piacere – ma anche sull’economia e soprattutto sulla salute umana.
Gianluca Corno, ricercatore Cnr-Irsa di Verbania
Gianluca Corno è il coordinatore del gruppo di ecologia molecolare del Cnr-Irsa di Verbania. Si occupa di ecologia microbica e di microbiologia acquatica da vent’anni.
La sua attività si esplica non solo attraverso le attività di ricerca del suo gruppo, ma anche come coordinatore del gruppo di lavoro sul monitoraggio ambientale dell’antibiotico resistenza all’interno del piano nazionale di lotta all’antibiotico resistenza (Pncar) coordinato dal Ministero della Salute.
Inoltre è responsabile delle ricerche per la commissione Italo-elvetica per la protezione delle acque comuni (Cipais) e responsabile delle attività del Cnr di monitoraggio della qualità delle acque nel piano di risanamento del lago di Varese, finanziato da Regione Lombardia e da altri enti attraverso l’azione Aqst.
















