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Gli animalisti non vestono Prada

pelli esotiche
Immagine da Depositphotos

Alla conta dei fatti, delude la recente pubblicazione dell’animal welfare policy del Gruppo Prada. L’augurio di Lav e Human Sosciety è che il Gruppo Prada definisca e renda pubblica entro il 2030 una roadmap ambiziosa per la riduzione e dismissione di materiali animali critici

Gli animalisti, dopo aver letto l’animal welfare policy appena pubblicato dal Gruppo Prada, la invitano “a rendersi più attenta e coerente alla difesa del mondo animale“.

In particolare Lav e Humane Society International/Europe sottolineano, dopo aver letto il nuovo report, una certa delusione: dopo gli importanti traguardi raggiunti nel 2020 con gli annunci della definitiva dismissione di pellicce prima e pelle di canguro non sono migliorati i fronti sulla salvaguardia di altri animali come quali usati per le piume (per imbottiture e decorative) o le pelli esotiche e finanche, la lana d’angora (un filato ricavato da conigli e con metodi cruenti).

Ma quello che non piace proprio agli ambientalisti sono le certificazioni adottate da Prada – denunciano Lav e Humane Society – che “non sono trasparenti, sostenibili e credibili in termini di benessere animale“.

Per Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free è “una grande delusione“. Anche perché le stesse no profit avevano celebrato il Gruppo Prada per le sue scelte etiche in merito a certi materiali di origine animale.

“Ma oggi – commenta Martina Pluda, direttrice per l’Italia di Hsi/Europe – la loro nuova policy, invece di costruire su quei principi etici, desta preoccupazione per ciò che l’azienda intende come standard accettabili di benessere animale e per la sua disponibilità a deferire a sistemi di certificazione gestiti dall’industria.

Non possiamo che scuotere il capo di fronte all’uso di materiali estremamente problematici come le pelli di rettili selvatici, cacciati o allevati contro natura, o le piume che potrebbero derivare dall’industria cruenta del foie-gras. Dal dialogo con l’azienda ci saremmo aspettati più ambizione, in linea con la crescente domanda di prodotti veramente cruelty-free“.

Nei network Green del comparto moda

Eppure, il Gruppo Prada è attento sul fronte della Sostenibilità del comparto moda, avendo già aderito ai network The Fashion Pact (iniziativa avviata dal presidente francese Emmanuel Macron con François-Henri Pinault, Ceo Kering Group) e della Fashion taskforce nell’ambito della Sustainable markets initiative di re Carlo III.

Proprio per questo le no profit già citate si augurano che il Gruppo Prada definisca e renda pubblica entro il 2030 una roadmap ambiziosa per la riduzione e dismissione di materiali animali critici.

I punti attenzionati dagli animalisti

Riportiamo qui i punti più discutibili della Animal Welfare Policy di Prada, così come evidenziati dai gruppi animalisti. Un esercizio di stile che può servire a chi compila i report (pensando poi magari che in pochi li leggano fino in fondo).

Nel paragrafo Vision and Goals Prada dichiara: “il Gruppo mira a procurarsi fibre e materiali animali solo da catene di approvvigionamento responsabili attraverso solidi schemi di verifica, con parametri misurabili e tracciabilità integrata“.

Questa affermazione è tuttavia incoerente con quanto poi l’azienda stessa scrive in riferimento ai sistemi di certificazione da cui si approvvigiona e che, per esempio per piume e pelli di struzzo, attestano che “Il Gruppo è consapevole che lo standard (il Saobc South African Ostrich Business Chamber) è ancora in fase di piena implementazione e richiede ancora attenzione per quanto riguarda la robustezza e la creazione di una catena di custodia“.

Nel paragrafo Core principles l’azienda dichiara che: “si impegna a eliminare gradualmente in futuro altri materiali di origine animale la cui provenienza, secondo evidenze scientifiche, non è in linea con questa policy“.

Tuttavia, questa policy si limita a citare standard industriali (anche riconoscendo il fatto che, alcuni, sono incompleti e necessitano di ulteriori verifiche) che sono scritti dagli stessi allevatori/fornitori dei materiali animali cui fanno riferimento; l’azienda non definisce propri standard cui i fornitori dovrebbero adeguarsi.

Inoltre, la decisione dell’azienda sulla eventuale dismissione di determinati materiali non dovrebbe essere in funzione di sole valutazioni scientifiche, ma deve tenere conto anche di considerazioni etiche e dell’opinione pubblica.

Nel paragrafo Animal welfare commitment l’azienda dichiara che: “I sistemi standard prescelti vengono selezionati in base alle loro prestazioni e devono contenere criteri validi nei settori chiave della tracciabilità, della trasparenza, della qualità delle pratiche relative al benessere degli animali e della metodologia di verifica“.

Tuttavia, diversi standard industriali citati nella Policy non sono pubblici, quindi mancano in trasparenza (per esempio per i rettili quello dell’International Crocodilian Farmers Association e il Responsible Reptile Sourcing Standard; ma anche quello della South African Ostrich Business Chamber per la filiera di pelle e piume di struzzo).

Infine, il Gruppo Prada dichiara che la pelle animale è un key material; ciononostante, nella Animal Welfare policy del Gruppo non c’è traccia di standard industriali o specifiche azioni dell’azienda in termini di maggiori tutele per gli animali di questa filiera oltre a quanto già prevedono le minime norme di legge vigenti nei Paesi da cui il Gruppo si approvvigiona (Paesi che, non essendo esplicitati, possono anche essere extra-Ue quindi con parametri anche inferiori a quelli europei).

Crediti immagine: Depositphotos

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