La peritonite infettiva felina (Fip) è una forma di peritonite che si diffonde con facilità tra i gatti che vivono in colonie e allevamenti. Per il momento, non esiste una cura del tutto efficace e, nel nostro Paese, l’unico farmaco che sembra in grado di rallentare e in alcuni casi debellare la malattia non è stato ancora autorizzato.
“È inaccettabile che, nel 2025, chi convive con un gatto malato di Fip debba scegliere tra l’impotenza e il rischio di rivolgersi al mercato nero pur di salvarlo“. Sono le parole con cui Piera Rosati, presidente di Lndc Animal Protection, ha rilanciato nei giorni scorsi la petizione Salviamo i gatti affetti da Fip, rivolta al Ministero della Salute.
Si tratta di un problema di cui si discute da tempo tra veterinari e proprietari di gatti: in Italia, infatti, uno degli antivirali più promettenti nel trattamento della peritonite infettiva felina non è ancora disponibile.
Che cos’è la peritonite infettiva felina?
Ma andiamo con ordine, cercando di inquadrare meglio questa condizione. Si tratta di una delle patologie più temute per quanto riguarda i gatti, non solo per la sua alta letalità, ma anche per la complessità diagnostica che l’accompagna.
Siamo di fronte infatti a una insidiosa malattia virale, causata da una mutazione del coronavirus felino (FCoV), un agente patogeno estremamente comune tra i gatti, soprattutto in ambienti in cui molti esemplari convivono tra loro, come nelle colonie, nei rifugi e negli allevamenti.
Nel tempo, molti studi in Europa e negli Stati Uniti hanno provato a quantificare l’incidenza del coronavirus felino, anche se i dati italiani sono ancora limitati.
Alcuni risultati sono stati riassunti ad esempio in un report redatto nel 1999 da scienziati statunitensi e considerato tuttora valido. Nel report si parla di percentuali di contagio da FCoV inferiori al 25% nei gatti domestici o randagi e superiori al 75% nei mici che vivono all’interno di colonie selvatiche, con alcuni gruppi di gatti che arrivano anche a un contagio (o meglio, a una positività al FCoV) del 100%.
In ogni caso, la maggior parte degli esemplari contagiati non mostra mai i segni della malattia, oppure la sconfigge rapidamente presentando solo lievi problemi intestinali.
Purtroppo, nel 2% dei casi accade qualcosa di diverso: il virus FCoV muta e invade i macrofagi, generando una vera infezione da Fip. La potente risposta immunitaria che ne consegue è quasi sempre letale per il gatto: la mortalità stimata in assenza di trattamento arriva addirittura al 96%.
Non solo: la Fip è difficile da riconoscere anche perché si presenta in due forme differenti: quella umida (o essudativa) e quella secca (o non essudativa).
La forma umida si caratterizza per l’accumulo di liquidi nel torace e nell’addome, mentre quella secca porta con sé invece lesioni negli organi interni. Talvolta, inoltre, una forma secca può evolvere in una forma umida.
Per essere in grado di individuare la Fip, i proprietari di gatti devono quindi prestare particolare attenzione a una serie di sintomi: nella forma umida, si parla gonfiore addominale, difficoltà respiratorie e debolezza generale.
La forma secca, invece, si manifesta con disagi più vaghi e progressivi, come febbre persistente che non sia abbassa dopo la somministrazione di antibiotici, dimagrimento, letargia, ittero, problemi oculari e neurologici. In entrambi i casi, la malattia può evolvere molto rapidamente.
Le cure disponibili e il caso Italia
Fino a pochi anni fa, la Fip era considerata una condanna certa: non esistevano cure efficaci e la prognosi era invariabilmente negativa. La gestione si limitava a trattamenti palliativi volti ad alleviare i sintomi e migliorare temporaneamente la qualità della vita del gatto colpito. Spesso, si arrivava all’eutanasia.
Tuttavia, una svolta terapeutica si è verificata grazie allo sviluppo di farmaci antivirali specifici, in particolare gli inibitori della proteasi del coronavirus, come il Gs-441524.
Questa molecola, sviluppata inizialmente come precursore del Remdesivir – noto per l’uso umano contro virus come quello del Covid – ha dimostrato una buona efficacia nel trattamento della Fip, sia negli studi sperimentali sia nella pratica clinica.
In Italia, tuttavia il Gs-441524 non è ancora registrato ufficialmente come farmaco veterinario, come invece è avvenuto in altri Paesi (ad esempio il Regno Unito).
Ciò ha portato alla diffusione, nel nostro Paese, di un mercato parallelo e non regolamentato, in cui i proprietari di gatti malati acquistano per cifre molto alte il principio attivo da fornitori stranieri, sotto forma di compresse o soluzioni iniettabili.
Questi prodotti non sono sottoposti a controlli ufficiali, e ciò pone naturalmente interrogativi su sicurezza, dosaggio e modalità di somministrazione.
“Nonostante le evidenze scientifiche e l’esperienza clinica positiva di altri Paesi – spiega Lndc Animal Protection – in Italia l’iter per la registrazione del farmaco è fermo. Questo immobilismo normativo ha conseguenze gravissime.
La nostra richiesta di autorizzazione del Gs-441524 è sostenuta anche dalla Federazione dei veterinari europei e dalla Federazione delle associazioni veterinarie europee per Animali da Compagnia, che da tempo esortano gli Stati membri a rendere disponibili trattamenti sicuri e legali per i gatti affetti da Fip“.
Il riconoscimento ufficiale della terapia non solo garantirebbe un accesso più economico all’antivirale, ma permetterebbe ai professionisti avere il pieno controllo dei trattamenti e studiare strategie sempre più efficaci.
Qualche consiglio per prevenire il contagio da Fip
In attesa che le cure divengano più facilmente disponibili e che il Ministero della Salute prenda posizione, è essenziale sapere come proteggere i gatti domestici dalla Fip, attraverso alcune misure preventive.
Tra le precauzioni principali c’è il mantenimento di un ambiente pulito e poco affollato, specialmente in casa: evitiamo di accogliere con gatti provenienti da contesti ad alto rischio come rifugi o allevamenti senza che prima vengano fatte tutte le analisi necessarie. Tuttavia, ricordiamo che al momento non esiste un test che possa segnalare la presenza di Fip, ma solo di contatto con il virus che la causa.
Naturalmente, è fondamentale anche limitare il tempo che il gatto passa all’esterno, soprattutto se ci si trova in una zona in cui vivono molti altri gatti randagi che si muovono in gruppo. Questo invito alla prudenza vale anche nel caso in cui il gatto si sposti solo all’interno di terrazzi e giardini, se altri mici che non vivono con noi hanno accesso agli stessi spazi.
È importante poi curare l’igiene delle lettiere, poiché il virus si trasmette principalmente per via oro-fecale (e, più raramente, di madre in figlio). Anche lo stress o altre condizioni di debolezza possono giocare un ruolo nell’attivazione del virus, quindi è necessario monitorare con costanza la salute del proprio gatto e garantirgli un contesto il più possibile sereno.












