In Valle Camonica si riaccende il dibattito sulla tutela del Parco dell’Adamello, una delle aree protette più estese della Lombardia. Alcuni amministratori propongono una drastica riduzione dei confini del Parco, sollevando interrogativi sulla gestione politica e strategica dell’area, che da anni è priva di una direzione. Legambiente lancia l’allarme: ridurre le aree protette significa aumentare il rischio climatico, sociale e ambientale
Con i suoi oltre 50.000 ettari di superficie, il Parco Regionale dell’Adamello rappresenta uno dei più vasti polmoni verdi della Lombardia.
Istituito nel 1983 e gestito dalla Comunità Montana di Valle Camonica, si estende su un territorio di alta e media montagna, compreso tra i 390 e i 3.539 metri di altitudine. Confina a est con il Parco dell’Adamello Brenta (Trentino) e a nord con il Parco Nazionale dello Stelvio, formando un continuum ecologico di rara importanza.
Il parco tutela ecosistemi alpini di elevato pregio, custodisce una biodiversità significativa e funge da cerniera tra conservazione ambientale, attività tradizionali e sviluppo turistico sostenibile.
Eppure, nonostante il suo valore strategico e ambientale, oggi è al centro di una proposta che rischia di comprometterne l’integrità, come denunzia Legambiente.
Aree protette, garanzia di minore rischio climatico
La proposta, avanzata da alcuni amministratori locali della Comunità Montana – ente gestore del parco – prevede un ridimensionamento drastico dei confini del parco, da attuarsi innalzando il limite inferiore dell’area protetta fino ai 1.600 metri di quota.
In termini pratici, significherebbe ridurre la superficie del parco a poco più della metà dell’attuale estensione, relegandolo alle sole aree montane più elevate e inaccessibili.
Una decisione che rivela, secondo Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, una visione miope e l’assenza di una strategia territoriale complessiva, soprattutto in un contesto climatico e ambientale che richiede, al contrario, una maggiore estensione e gestione attiva delle aree naturali protette.
La motivazione addotta dagli amministratori favorevoli al ridimensionamento si fonda sull’eccesso di vincoli burocratici che graverebbero sul territorio. Tuttavia, come osserva Legambiente, gli stessi soggetti lamentano vincoli senza aver mai risolto una questione ben più grave: da nove anni il Parco dell’Adamello è privo di un direttore, figura prevista dalla normativa e cruciale per assicurare il funzionamento e la continuità amministrativa dell’ente.
In altre parole, la mancanza di una governance efficace ha aperto la strada a una narrativa secondo cui l’area protetta sarebbe più un ostacolo allo sviluppo che una risorsa. Ma è una narrazione infondata.
Il ruolo delle aree protette, evidenzia Legambiente, non è quello di blindare porzioni di territorio inaccessibili, ma di integrarsi in una strategia di valorizzazione delle risorse naturali, culturali e sociali, promuovendo forme di sviluppo che siano coerenti con la fragilità del contesto montano.
Ridurre il perimetro del parco significa trasformare aree oggi soggette a tutela in zone potenzialmente esposte alla deregulation, dove potrebbero venire meno i criteri minimi di conservazione e pianificazione.
Questo in un momento storico in cui le direttive europee – in particolare la strategia per la biodiversità al 2030 – chiedono agli Stati membri di portare almeno al 30% la superficie di aree protette.
La Lombardia è ben lontana da questo obiettivo, con una quota ferma al 7%. Agire in senso opposto, ossia ridurre la superficie protetta, appare dunque in palese contrasto con le politiche climatiche e ambientali dell’Unione.
La crisi climatica, inoltre, impone di ripensare i territori alpini come aree di presidio ambientale, dove gli ecosistemi sani garantiscono servizi fondamentali: dalla regolazione idrica alla prevenzione dei dissesti, dalla mitigazione degli eventi estremi fino alla fruizione sostenibile da parte delle comunità e del turismo.
Svuotare di significato e di superficie un parco come quello dell’Adamello, continua Legambiente, significa indebolire una delle infrastrutture ecologiche più importanti del Nord Italia.
Legambiente lo ribadisce con forza nella lettera aperta inviata in redazione: “le aree protette non sono un orpello, ma uno strumento di resilienza territoriale. E ogni proposta che non punti a rafforzarle, ma a ridurle, rischia di rappresentare non solo un passo indietro rispetto alla tutela dell’ambiente, ma anche una minaccia per la sicurezza e la qualità della vita delle comunità montane stesse.
In gioco non c’è solo una delimitazione geografica, ma una visione di futuro. Il Parco dell’Adamello non può essere trattato come un ostacolo allo sviluppo: è, al contrario, un bene collettivo da governare con lungimiranza, nel solco delle direttive ambientali e climatiche più avanzate, non piegandosi a pressioni locali di breve respiro.
Una vera riforma dell’ente parco – a partire dalla nomina di una direzione competente – rappresenterebbe il primo passo per un governo responsabile del territorio. La montagna lombarda, già provata dagli effetti del cambiamento climatico, non può permettersi ulteriori fragilità amministrative“.












