Keith Akers, autore e attivista ambientale, mette sotto accusa il peso climatico degli allevamenti e introduce nel dibattito un parametro ancora poco considerato: il “carbon opportunity cost”, ovvero quanto carbonio potrebbe essere assorbito dalla terra se non fosse utilizzata per produrre carne e mangimi. La sua conclusione è netta: ridurre drasticamente gli alimenti di origine animale non sostituisce l’uscita dai combustibili fossili, ma deve diventare parte della strategia climatica
Se chiedessimo allo scrittore e attivista ambientale statunitense Keith Akers qual è il problema principale degli allevamenti, probabilmente la prima risposta ci sorprenderebbe: non partirebbe dal metano emesso dalle mucche, ma dalla terra.
Akers, autore tra l’altro di Embracing Limits: A Radical and Necessary Approach to the Environmental Crisis, si occupa da decenni del rapporto tra alimentazione, limiti ecologici e diritti degli animali.
La sua tesi è che, per capire davvero l’impatto degli allevamenti sul clima, non sia sufficiente contabilizzare ciò che esce da una stalla. Bisogna chiedersi anche che cosa quella stalla, quei pascoli e quei campi coltivati per produrre mangimi impediscono alla natura di fare.
Allevamenti, emissioni climalteranti e impatto climatico
Secondo Akers, dunque, stiamo sottovalutando l’impatto climatico degli allevamenti. Ma non solo, Akers ritiene che il problema possa essere molto maggiore di quanto emerge considerando prevalentemente le emissioni direttamente associate alla produzione zootecnica.
Un dato di partenza, peraltro, è difficilmente trascurabile: secondo la Fao, le filiere zootecniche contribuiscono per circa il 12% alle emissioni antropiche globali di gas serra, considerando produzione dei mangimi, fermentazione enterica, gestione delle deiezioni e lavorazione dei prodotti animali.
I dati Faostat più recenti indicano inoltre che nel 2023 le emissioni direttamente attribuite al bestiame hanno raggiunto circa 4,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, risultando la maggiore singola componente emissiva dei sistemi agroalimentari.
Per Akers, però, fermarsi qui significa vedere solo una parte del problema.
Che cosa manca nei calcoli?
Manca soprattutto il carbon opportunity cost, il costo-opportunità del carbonio. Il concetto ribalta il modo di guardare un ettaro di terreno. Non dobbiamo domandarci soltanto quanta CO2 venga emessa per produrre un chilo di carne, ma quanto carbonio potrebbe essere immagazzinato da quell’ettaro se non servisse più all’allevamento o alla produzione dei mangimi.
La questione diventa enorme perché circa l’80% dei terreni agricoli mondiali è destinato, direttamente o indirettamente, alla produzione zootecnica, pur fornendo una quota molto inferiore delle calorie consumate dall’uomo.
Akers ricorda inoltre che circa il 30% delle terre abitabili del Pianeta viene utilizzato per il pascolo. Ed è qui che la sua riflessione sugli allevamenti diventa una riflessione sull’uso del territorio.
Quindi il problema non è soltanto la vacca che produce metano?
Esatto. Il metano rimane fondamentale: l’agricoltura è una delle principali fonti antropiche di questo gas e gli allevamenti, in particolare i ruminanti, ne rappresentano una componente rilevante. Ma Akers invita ad allargare l’inquadratura.
Una foresta trasformata in pascolo non comporta soltanto le emissioni generate quando gli alberi vengono abbattuti o bruciati. Significa anche rinunciare, anno dopo anno, alla capacità di quella foresta di immagazzinare carbonio.
È un passaggio importante perché introduce nel conto climatico qualcosa che normalmente non vediamo: il carbonio che avremmo potuto sottrarre all’atmosfera.
La letteratura scientifica citata da Akers sostiene effettivamente che le metodologie tradizionali possano sottostimare questo fattore. Uno studio coordinato da Timothy Searchinger ha evidenziato come la valutazione convenzionale dell’uso dei suoli tenda a non contabilizzare pienamente il carbonio che il territorio potrebbe immagazzinare se non fosse utilizzato per la produzione agricola.
Ma un pascolo può comunque sequestrare carbonio…
Akers non lo nega, ed è uno degli aspetti più interessanti della sua posizione.
Praterie con apparati radicali profondi possono costituire importanti depositi di carbonio e una corretta gestione del pascolo può, in determinate condizioni, migliorare la capacità del suolo di accumularlo.
Il punto, sostiene, è un altro: qual è l’uso alternativo di quel territorio? Nel dibattito seguito alla pubblicazione del suo articolo, Akers ha risposto proprio a chi gli faceva osservare che un allevamento al pascolo ben gestito può sequestrare carbonio.
La sua obiezione è che il bovino allevato al pascolo possiede comunque un’impronta territoriale molto elevata. Se riducendo il consumo di prodotti animali una parte consistente di quei terreni potesse essere restituita a foreste, praterie naturali, zone umide e altri ecosistemi, il potenziale climatico potrebbe risultare molto superiore.
Dunque il confronto non dovrebbe essere semplicemente tra allevamento intensivo e allevamento estensivo, ma anche tra allevare animali e lasciare spazio agli ecosistemi.
È questo il cuore della sua critica agli allevamenti?
Probabilmente sì. Akers porta il discorso oltre il concetto di efficienza produttiva. Un allevamento intensivo può utilizzare meno terra per chilogrammo di carne rispetto a un bovino allevato esclusivamente al pascolo.
Ma questo non significa automaticamente che rappresenti la soluzione ecologica migliore: entrano in gioco benessere animale, mangimi, acqua, emissioni, inquinamento e consumo di risorse.
D’altra parte, un allevamento estensivo può presentare vantaggi sotto alcuni di questi aspetti, ma richiede molto territorio.
È quasi un paradosso: rendere più efficiente l’allevamento non elimina necessariamente il problema posto dall’allevamento stesso.
Per Akers occorre quindi mettere in discussione la quantità complessiva di prodotti animali che il sistema alimentare mondiale pretende di produrre.
E qui arriviamo alla dieta vegetale
Akers non sostiene che diventare vegani possa, da solo, risolvere la crisi climatica. Anzi, precisa esplicitamente che la transizione verso un’alimentazione prevalentemente vegetale deve avvenire insieme, e non al posto, dell’abbandono dei combustibili fossili.
Ma ritiene che, senza intervenire sull’alimentazione, diventi molto più difficile raggiungere gli obiettivi climatici.
A sostegno di questa posizione cita uno studio pubblicato su Nature Sustainability secondo cui il passaggio globale dalla produzione di alimenti di origine animale a quella vegetale potrebbe liberare una quantità di territorio tale da consentire alla vegetazione naturale in ricrescita di sequestrare circa 152,5 miliardi di tonnellate di CO2.
Un’altra ricerca, pubblicata su Plos Climate da Michael Eisen e Patrick Brown, ha stimato che una graduale eliminazione globale dell’agricoltura animale, attraverso la combinazione tra riduzione delle emissioni e recupero della biomassa sui terreni liberati, avrebbe un effetto climatico estremamente rilevante.
Si tratta di uno scenario teorico, non di una previsione, ma serve a mostrare la dimensione potenziale del fattore terra.
Quindi dovremmo chiudere tutti gli allevamenti?
Il pensiero di Akers è radicale, ma nelle risposte ai lettori emerge una posizione più pragmatica di quanto possa suggerire il titolo del suo articolo. Non sostiene che tutti debbano modificare la propria alimentazione dall’oggi al domani.
Riconosce che per molte persone passare a una dieta interamente vegetale può essere difficile e invita piuttosto a capire quanto ciascuno possa ridurre il proprio consumo di prodotti animali.
Ma il punto politico resta: non basta chiedere al singolo consumatore di scegliere diversamente. Occorre modificare il sistema economico che rende conveniente un consumo crescente di risorse.
Qui emerge infatti il pensiero della steady state economy, l’economia di stato stazionario alla quale Akers fa riferimento: un’economia che riconosce l’esistenza di limiti biofisici e rinuncia all’idea che produzione e consumo possano aumentare indefinitamente su un pianeta finito.
Gli allevamenti diventano così un caso emblematico di un problema molto più vasto.
Meno animali allevati significa allora più natura?
È probabilmente la sintesi più efficace della sua posizione. Secondo Akers abbiamo progressivamente sostituito biomassa vegetale e fauna selvatica con esseri umani e animali domestici.
Una quota enorme della biomassa dei grandi mammiferi terrestri è ormai costituita dal bestiame, mentre gli habitat naturali continuano a ridursi.
Ridurre gli allevamenti avrebbe quindi un effetto che va oltre le emissioni evitate: restituire spazio alla fotosintesi, agli ecosistemi e alla biodiversità.
Ed è forse questo il passaggio più stimolante della riflessione di Keith Akers. Per decenni abbiamo cercato di rendere l’allevamento più efficiente: meno mangime per animale, minori emissioni per litro di latte, migliore gestione delle deiezioni, genetica più produttiva, biodigestori e tecnologie per contenere il metano.
Sono interventi importanti. Ma Akers ci costringe a porre una domanda precedente e decisamente più scomoda: quanti animali possiamo permetterci di allevare su un Pianeta che deve contemporaneamente produrre cibo, fermare la perdita di biodiversità e ricostruire i propri serbatoi naturali di carbonio?
La sua risposta è chiara: molti meno di oggi.
Perché, nella sua visione, la vera alternativa non è semplicemente tra una bistecca più o meno sostenibile. È tra utilizzare una parte crescente della biosfera per alimentare gli animali che alleviamo oppure restituire quella terra alla natura perché torni a lavorare anche per noi.
Chi è Keith Akers
Scrittore e attivista ambientale statunitense, Akers ha un percorso piuttosto particolare: non è un climatologo, né un ricercatore universitario specializzato in zootecnia.
Vive a Denver, in Colorado, e si occupa da molti anni dell’intreccio tra limiti ecologici, alimentazione vegetale, consumo di risorse, nonviolenza e crescita economica.
Racconta di essersi interessato alle questioni ambientali fin dal 1970, quando partecipò alle iniziative del primo Earth Day. Prima di dedicarsi maggiormente alla scrittura e all’attivismo ha lavorato come consulente informatico, anche su progetti per i Dipartimenti di Stato e dell’Istruzione degli Stati Unit.
L’articolo Climatological Limits to Livestock: A Plea for Plant-Based Diets da cui ha preso spunto questo articolo di GreenPlanner è stato pubblicato su Steady State Herald.
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