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Il global warming presenta il conto (salato) alle imprese italiane

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crisi climatico finanziaria
Foto di Oleg Gamulinskiy da Pixabay

Sapere quanto ci è costato fino a oggi il riscaldamento globale è un’informazione fondamentale per i decisori politici e i manager delle imprese. Uno studio ha quantificato gli impatti economici dell’innalzamento di 1°C delle temperature nel nostro Paese, mettendo in luce i rischi, molto gravi, dell’inazione e i vantaggi, notevoli, della transizione ecologica

Le oltre 700 pagine della Stern Review on the Economics of Climate Change, considerata la prima valutazione completa dei costi dei cambiamenti climatici, sono state pubblicate nel 2006.

Negli anni seguenti si sono succeduti studi e ricerche che, utilizzando metodi sempre più accurati e basi di dati sempre più estese, hanno quantificato gli impatti futuri del global warming sulla produttività, sull’occupazione, sulle infrastrutture e su innumerevoli altre variabili economiche.

La maggior parte di queste analisi si riferivano però a scenari macroeconomici futuri. Quello che spesso manca, anche per il nostro paese, sono le stime dettagliate delle perdite economiche che si sono già verificate a causa del riscaldamento globale.

Negli scorsi giorni, l’Osservatorio Climate Finance della School of Management del Politecnico di Milano ha presentato nel corso di un webinar i risultati del suo primo anno di attività, con l’obiettivo di contribuire a colmare questa importante lacuna.

I ricercatori dell’Osservatorio hanno quantifico i costi dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi negli anni tra il 2009-2018, durante i quali la temperatura media nel nostro paese è cresciuta di 1°C.

I risultati sono chiari: nel periodo considerato, l’innalzamento delle temperature ha fatto perdere alle imprese italiane il 5,8% del fatturato e il 3,4% di marginalità.

Per arrivare a queste cifre, l’Osservatorio ha compilato un database in cui ha raccolto i dati economico/finanziari di oltre 22 milioni di imprese europee, di cui più di 1.154.000 nel nostro paese. Di queste ultime, l’82% era di piccole dimensioni, con una frazione residuale di medie (15%) e grandi.

Queste informazioni sono state incrociate con i dati su temperature, livelli di precipitazioni, pressione atmosferica e irraggiamento solare e con quelli relativi ad alluvioni, tempeste, incendi e periodi di siccità.

Gli autori hanno utilizzato un modello econometrico pubblicato sulla Review of financial studies e hanno messo confronto le imprese colpite dagli eventi estremi con aziende gemelle, simili cioè per dimensioni e volume d’affari.

Il costo del global warming sull’economia italiana

Da questa analisi, oltre ai valori medi, è stato possibile ricavare informazioni più dettagliate, riferite alle dimensioni delle imprese, ai settori produttivi e alle aree geografiche.

Sotto il primo aspetto, le aziende più piccole hanno subito gli impatti peggiori dei cambiamenti climatici e hanno fatto segnare la perdita di redditività più significativa (-4%).

Quelle più grandi, invece, grazie alla possibilità di intervenire su costi e processi hanno fatto leggermente meglio, e nonostante una diminuzione di ricavi e di domanda del 14,6% hanno contenuto la perdita di marginalità al 3,6%.

Lo studio ha poi individuato tre aree, a bassa, media e alta esposizione. I settori più colpiti sono quelli delle costruzioni, della finanza e dell’It, mentre il manifatturiero, il retail e il real estate hanno subito riduzioni di fatturato ed Ebitda (Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization) tra il 3 e il 7%.

Meno impattati, invece, agricoltura, turismo e trasporti, anche se i ricercatori hanno sottolineato la necessità di avere più dati.

Risultati inattesi anche per quanto riguarda la segmentazione per aree geografiche, con le imprese che hanno sede nelle regioni del Centro Italia che sono risultate le più colpite dagli aumenti di temperatura, avendo registrato un calo medio del fatturato del 10,6% e della redditività dell’8,5%.

Al contrario, quelle del Nord-Est, nonostante abbiano comunque subito le conseguenze del global warming, si sono dimostrate più abili nel comprimere i costi in risposta alla diminuzione dei fatturati.

Molto precisa poi la quantificazione degli impatti dei singoli eventi. L’Osservatorio ha stimato che, a un anno di distanza, le imprese localizzate in aree colpite da un’alluvione mostrano una riduzione di fatturato di quasi il 4% e un calo degli asset di circa lo 0,80%. Meno importanti, ma comunque non trascurabili, gli impatti delle tempeste, rispettivamente dello 0,39% e dello 0,28%.

Il metodo elaborato è stato poi applicato a due casi studio, diversi per estensione e durata. Il primo caso considerato è stata l’alluvione di Genova del 2014, che è costata all’economia locale oltre un miliardo di euro, con una perdita media per impresa di 115.000 euro.

Il secondo è invece quello del 2018, che in Italia è stato il secondo anno più caldo dopo il 2019. Un record che è costato 133 miliardi di fatturato alle imprese italiane, con Lazio, Lombardia e Veneto le regioni più colpite.

Letta in prospettiva, l’analisi dell’Osservatorio quantifica i costi dell’inazione, come confermato anche da un recente studio condotto dalla Banca centrale europea che ha dimostrato come i costi da sostenere oggi per le azioni di adattamento e mitigazione siano molto inferiori a quelli che si rischia di dover pagare in futuro.

Sempre secondo la Bce, le probabilità di default degli istituti finanziari sono tanto maggiori quanto più si rimarrà in linea con una traiettoria di sviluppo business-as-usual, che porterà inevitabilmente a ulteriori incrementi nelle temperature.

Un monito che vale la pena di ascoltare, considerato che tutte le proiezioni sono concordi nell’indicare un aumento nell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi se non verranno adottate misure decise per decarbonizzare le nostre economie.

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