La via europea alla lotta ai cambiamenti climatici è ormai tracciata; tutte le iniziative politiche e legislative della Commissione puntano a un’economia a zero emissioni inquinanti. La politica italiana si divide su queste scelte e, in vista delle elezioni del 2024 è necessario evidenziare i diversi punti di vista.
La politica ambientale europea è chiara e, in questi anni, ha sempre seguito una via decisamente riformista nel proporre e approvare direttive che andassero sia nella direzione della tutela dell’ambiente, sia verso quell’innovazione tecnologica e digitale che innesca la transizione energetica ed ecologica.
Pur con tutti i compromessi del caso tra posizioni più rigorose e oltranziste – vedi recentemente le proposte sull’efficientamento degli immobili riviste e ammorbidite rispetto alla prima proposizione – e quelle più conservatrici.
La via dell’equilibrio ha pagato in termini di risultati: l’economia soffre ancora ma certamente l’industria europea è oggi più pulita e più innovativa; inoltre, l’impianto legislativo messo in atto – dal Green Deal, passando per il Fit for 55 – è il più completo e coordinato al mondo.
L’attuale legislatura ha tenuto il punto verso le cause dell’emergenza climatica e non ha abbassato gli obiettivi climatici nemmeno di fronte alle crisi – sanitaria prima, economica e geo-politica poi – varando invece un nuovo paradigma che unisce sostenibilità, autonomia strategica e collaborazione tra i Paesi.
In vista delle elezioni europee che si svolgeranno il prossimo anno – probabilmente nel giugno del 2024 – è necessario informarsi su quanto fatto e sui progetti legislativi in fase di discussione per arrivare all’appuntamento pronti a dare il proprio contributo, importante, nel continuare il lavoro di questi anni.
Il nostro continente, stando ai dati relativi al 2021 elaborati da Jones et al. e pubblicati su Our World in data, è il terzo contributore al riscaldamento climatico, dopo Stati Uniti e Cina, seguito da Russia, Brasile e India.
Per questo non si può rallentare l’attività ma, anzi, procedere più rapidamente sulla via dell’innovazione tecnologica in modo da supportare la transizione della nostra industria verso modelli più circolari, in grado di sfruttare le materie prime-seconde per ovviare alla mancanze di risorse dell’Europa.
Le posizioni politiche italiane nei confronti della politica ambientale europea
Rispetto alla politica ambientale europea i nostri partiti hanno posizioni differenti, in alcuni casi molto conservatrici e di stampo lineare – prima servono i finanziamenti, quindi l’economia ha la priorità, poi la tutela dell’ambiente – in altri allineati sulla via del riformismo e di una visione circolare del problema.
Sebbene tutti i partiti italiani presenti al Parlamento europeo si dicano attenti alla tutela dell’ambiente e credano che la strada della transizione ecologica sia quella giusta, i tempi di adottamento delle riforme e soprattutto le priorità sono diametralmente opposte. Soprattutto quando la discussione è politica e non specifica sui singoli provvedimenti.
Così, per Alessandra Mussolini (Ppe-Fi) è necessario per il sistema Paese fare squadra nella partita ambientale ma “l’Italia per la sua conformazione fa enorme fatica a fare efficientamento” e quindi, non si può sacrificare l’economia e la nostra produzione industriale sull’altare della riduzione delle emissioni, se questo ci danneggia come nazione.
Di avviso differente Brando Benifei (S&D-Pd) per il quale, invece, la realtà è cambiata e i nuovi elementi climatici portano anche la destra a discutere nel merito di questi problemi, non più negandoli ma andando a domandarsi dove prendere le risorse.
Per Benifei la discussione verterà sul “chi paga” cosa che per il Pd è chiara: “devono pagare i grandi inquinatori” ma serve anche un nuovo debito comune per finanziare la transizione energetica e gli adeguamenti e per non scaricare tutti i sacrifici sui lavoratori, con il rischio di perdere posti di lavoro.
In questo, per Ignazio Corrao (Verdi/Ale), “come Unione europea possiamo dare un grande segnale verso la lotta ai cambiamenti climatici anche se non potremo certamente risolvere il problema da soli“.
Un segnale che, come scritto, non convince tutti; o almeno non li convince se non ci sono le basi economiche per attuare questa transione. Come precisa Carlo Fidanza (Ecr-FdI), per il quale il suo schieramento “solleva dubbi improntati al realismo sull’impatto delle misure per la transizione. Sono temi importanti per il futuro dell’Europa e dell’Italia e constatiamo un cambio di clima, positivo per le posizioni italiane“.
In sintesi, quindi, la transizione ecologica deve essere calata sulle necessità dell’apparato produttivo ed economico italiano e per questo, continua Fidanza, “cerchiamo di formare una nuova maggioranza che non vuole inquinare di più il mondo, ma rendere più compatibili le misure prese con lo scenario economico“.
Posizione che viene ancora più accentuata da Paolo Borchia (Id-Lega) che afferma che “fare transizione energetica costa molto e significa incamminarsi verso la sudditanza nei confronti della Cina“.
Una sudditanza tecnologica che non è condivisa da Tiziana Beghin (Ni-M5S) perché “i nostri competitor – cina e usa (ndr) – si stanno muovendo molto più velocmente di noi e stanno investendo molto di più di noi (per esempio sulla mobilità elettrica). Gli scontri ideologici – più che concreti – rischiano di farci perdere il treno degli investimenti e le aziende che vogliono restare sul mercato devono differenziarsi, quindi non possono abbassare gli standard, ma li devono alzare“.
Riduzione delle emissioni delle automobili ed efficientamento energetico degli immobili
Quando il tema passa dal piano politico a quello specifico – com’è il caso delle due discussioni in tema auto ecologiche ed efficientamento degli immobili – la diatriba è meno ideologica e più fattuale.

Così sul regolamento per lo stop ai carburanti inquinanti le posizioni sono meno distanti e più tecniche. Per Ignazio Corrao, infatti, se è un bene velocizzare la transizione verso l’elettrico è anche vero che ammettere gli e-fuel (inseriti nel regolamento per merito della posizione tedesca) e non i biocarburanti è frutto unicamente di una scelta politica e non ambientale.
In linea con quanto dichiara anche Pietro Fiocchi (Ecr-FdI) che ritiene tuttavia che per l’industria italiana la transizione alla mobilità elettrica sarà pesante e costosa e, per questo, i tempi del passaggio devono essere più dilatati.
I biocarburanti in Italia, inoltre, avrebbero coinvolto tutta la filiera forestale, con la pulizia dei boschi e con un indotto economico importante.
Per Massimiliano Salini (Ppe-Fi) c’è un tema di Life Cycle Assesment, perché ammettendo gli e-fuel si è accettato di basarsi sulla misurazione delle emissioni allo scarico non considerando invece l’intero ciclo di vita e di inquinamento del carburante usato.
Inoltre, pur dichiarando il suo favore verso la mobilità elettrica, Salini lamenta l’imposizione di una tecnologia in un processo di innovazione. Cosa che invece deve essere deciso dal mercato e non per legge.
Se il tema della transizione della mobilità è complesso, ancora di più gli interessi italiani sono coinvolti nella discussione della direttiva sulle cosiddette Case green, per la quale si parte da due posizioni molto divergenti, con l’obiettivo al 2028 di arrivare a una classe energetica per tutti gli edifici.
Isabella Tovaglieri – relatrice ombra della commissione per la Lega, lamenta forti dubbi sulle tempistiche che sono troppo stringenti e sui fondi per la gestione di questo efficientamento; “per questo – dice – abbiamo chiesto di spostare di 5 anni la data di attuazione della direttiva. Mi preoccupa la svalutazione economica degli immobili e il fatto che le banche dovranno rinnovare il loro protafoglio mutui per tenere conto della classe energetica e quindi gli immobili meno efficienti verranno scartati“.
L’eurodeputata ritiene inoltre che sia scontato che il governo debba prevedere una politica di incentivazione per la ristrutturazione energetica – non attraverso il superbonus naturalmente – con un contributo fattivo dell’Europa.
Tiziana Beghin (M5S) e Patrizia Toia (Pd) si dicono invece favorevoli alla direttiva che deve essere ambiziosa perché il comparto immobiliare posa per un terzo sulle emissioni inquinanti.
Inoltre, si tratta di una grande opportunità e non un problema perché permetterà di rivalutare il parco immobiliare italiano; a patto che Europa e Governo italiano mettano risorse per affiancare i cittadini e le imprse nel compito di ristrutturare un parco immobili tra i più vecchi del continente.
Perché informarsi e votare alle prossime elezioni europee
La risposta più saggia a supporto dell’andare al voto alle prossime elezioni è “perché votare è un dovere e dare il proprio apporto è findamentale per rendere più salda la democrazia“.
Aggiungiamo inoltre un dato: il 70% delle leggi nazionali sono una implementazione delle direttive europee. Quindi l’opera legislativa svolta dall’istituzione europea è fondamentale anche per lo sviluppo delle leggi nazionali.
Soprattutto su temi importanti come l’ambiente, l’Europa è in grado di dare una fortissima spinta verso politiche green che possono innovare e modernizzare l’industria, rendere migliore la vita delle persone e trasformare anche l’economia.
I Paesi europei, inoltre, non subiscono passivamente quello che viene deciso – come si suole dire – in Europa.
La Commissione europea, infatti, ha potere legislativo e propone le leggi che poi il Parlamento europeo (composto da persone elette dai cittadini nei vari Paesi) e il Consiglio dell’Unione europea (presieduto a turno ogni sei mesi da un Paese dell’unione diverso) che si riunisce con i ministri nazionali competenti a seconda dei temi trattati discutono.
Quindi, i regolamenti (direttamente vincolanti in tutta l’unione), le direttive (che fissano solo i risultati da raggiungere) e le decisioni (direttamente vincolanti ma che si applicano solo a casi specifici) sono frutto di un lavoro coordinato e comune a tutti i Paesi.
Votando per l’Europa si dà più forza al nostro Paese per portare avanti leggi che considerino le nostre peculiarità… se non si partecipa al dibattito europeo ci si può solo lamentare delle decisioni maturate dal lavoro di altri.













