Le acque reflue, cioè non recuperate, hanno bisogno di specifici trattamenti per non impattare con l’ambiente: alcune realtà studiano come fare.
Nella chimica e nell’ingegneria ambientale, le acque reflue sono quei liquidi ormai pregiudicati dall’azione dell’uomo.
In seguito cioè al loro utilizzo domestico o industriale, necessitano di un trattamento specifico (ossia la depurazione) prima di poter essere reimmesse nell’ambiente e riutilizzate.
Per non inquinare è dunque importante tenerne sotto controllo consumi, parametri e utilizzi. Esistono realtà, specialmente in Italia, attente a questi fattori.
Acque reflue: gli studi
Un nuovo report di S&P Global Raitings sulle acque reflue illumina meglio alcuni punti ancora ignorati, se non addirittura oscuri, in questo specifico settore.
Innanzitutto, questi liquidi frenano determinati investimenti nelle infrastrutture idriche. L’analisi delle acque reflue, in questo senso, può fornire invece informazioni utili sulle prestazioni di un edificio, o sulla vulnerabilità finanziaria e sulla governance del settore.
Sempre nel dossier viene sottolineato come ridurre l’acqua non trattata possa avere molti benefici: ampliamento dell’accesso universale all’acqua potabile, mitigazione di stress idrici ed emissioni di gas serra, riduzione dell’impatto dei prelievi di acqua dolce sugli ecosistemi.
Le decisioni di investimento prese oggi potrebbero influenzare i livelli futuri delle acque reflue, anche se in molti casi l’accesso ai finanziamenti nel settore privato è limitato e gli incentivi normativi sono insufficienti.
Gli alti livelli di acque reflue, conclude il dossier, possono comportare rischi operativi per le aziende idriche e causarne anche un downgrade.
Le iniziative e le ricerche
In Italia si continuano a studiare le acque reflue, scoprendo che l’utilizzo di quelle derivate da colture donatrici sono una risposta sostenibile alla maggiore scarsità di acqua dolce.
Lo dimostra una ricerca dell’Università di Pisa, pubblicata di recente su Agricultural Water Management, che ha riguardato due piante spontanee tipiche del Mediterraneo che crescono anche in Toscana: l’aspraggine (Picris hieracioides) e la piantaggine (Plantago coronopus).
Sono entrambe piante alofite, cioè tollerano bene i terreni salini e l’irrigazione con acque salmastre. E le acque reflue di colture in serra hanno spesso un elevato contenuto di sali.
Tutto questo si è scoperto grazie agli esperimenti e alle analisi dei professori Alberto Pardossi dell’Università di Pisa, Luca Incrocci (associato di Orticoltura e Floricultura), Martina Puccinelli (assegnista di ricerca) e Giulia Carmassi (responsabile del laboratorio chimico).
A livello aziendale, Genesis Biosciences ha presentato di recente il prodotto Evogen biogas additive Ag, ottimizzato per trattamento di materie prime a base vegetale.
Un prodotto che si applica nell’ambito delle acque reflue e introdotto in Italia nel 2020. La soluzione è in grado di combinare ceppi della famiglia Bacillus con funghi ed enzimi, insieme a un supporto minerale, per rafforzare componenti microbici del sistema di digestione anaerobica.
Il prodotto è quindi usato in diversi settori: da quello industriale a quello municipale, dall’agricoltura all’acquacultura, dal marittimo alla pulizia professionale.
E dimostra come queste acque di conseguenza, se ben trattate siano in grado di fare la differenza, soprattutto a livello di sostenibilità ambientale.












