Tra le varie applicazioni dell’intelligenza artificiale c’è anche quella legata alle tecnologie di guida autonoma, che possono diventare fondamentali per scardinare l’attuale sistema di mobilità urbana, favorendo l’elettrificazione su larga scala della mobilità as a service
Si parla sempre più spesso di intelligenza artificiale – soprattutto quella generativa che ci fa immaginare scenari creativi totalmente automatizzati – la cui applicazione all’industria ha di fronte a sé ampi spazio di sviluppo ed evoluzione.
Questo, nonostante al momento in Italia solo una piccolissima percentuale (8%) delle aziende è del tutto pronta a implementare e a sfruttare le tecnologie basate sull’Intelligenza Artificiale, mentre il 3% è del tutto impreparata.
Ma, nonostante la fotografia a tinte di grigio delineata dall’Ai Readiness Index, prima edizione di una ricerca realizzata da Cisco su oltre 8.000 aziende in tutto il mondo, già oggi le opportunità pratiche realizzabili sono sotto gli occhi di tutti.
Le più interessanti sono ovviamente quelle in grado di produrre un salto qualitativo nel settore della mobilità urbana e personale, permettendo la decarbonizzazione di un settore che pesa per un terzo sul totale delle emissioni climalteranti.
Ci riferiamo alle tecnologie a guida autonoma che, grazie all’intelligenza artificiale sono sempre più sofistiche e già oggi permetterebbero di attivare servizi di mobilità avanzati. Dando, inoltre, una forte spinta a un cambio di paradigma.
In che modo? Ebbene, spiega Sergio Matteo Savaresi, professore del Politecnico di Milano responsabile del gruppo di ricerca sulle tecnologie a guida autonoma, dal momento che in Italia abbiamo circa 755 veicoli a motore ogni 1.000 abitanti (siamo al quinto posto mondiale dopo Usa, Canada, australia e Polonia) e che la loro percorrenza media annuale è di circa 8.000 chilometri è impensabile ritenere che un passaggio massivo all’elettrico sia sostenibile.
Poiché per le batterie vale il principio “maggiore è l’autonomia, maggiore è la durata” e dal momento che per una batteria da 1.200 cicli che consente 500 Km di autonomia all’autovettore si arriva a una percorrenza finale dell’auto di più di 600.000 Km, il confronto con i dati reali fanno percepire che sarà difficile avere un’elettrificazione di massa.
Invece, a livello cittadino, è più che realistico e altamente sostenibile il fatto che attraverso servizi di sharing elettrificato, si sfruttino le caratteristiche di durata della batteria per agire sul concetto stesso di mobilità urbana: per favorire un abbandono dell’auto privata verso auto elettriche condivise, numerose e sostenibili economicamente dalle aziende di gestione del servizio.
La mobilità urbana, quindi, per Savaresi, dovrebbe diventare un servizio as a service che l’intelligenza artificale applicata alla guida autonoma potrebbe facilmente e convenientemente attivare. Tramite un’app si potrebbe, come oggi si prenota un taxi, attivare l’auto in sharing a guida autonoma che ci raggiungerebbe nel posto in cui siamo.
Abbinando quindi convenienza del serizio, facilità d’uso e comodità. Già oggi le auto a guida autonoma sono più sicure di quelle guidate da un umano, spiega il professore, il vero bias è “siamo disposti a usare una tecnologia che può sbagliare?“.
Il punto è questo: un incidente tra due auto guidate da umani non viene considerato un pericolo perché ci siamo abituati ma se l’incidente coinvolge un’auto a guida autonoma, allora, è grave e si grida allo scandalo.
Cosa che ci riconduce allo studio di Cisco che mostra come il cammino di piena accettazione dell’intelligenza artificiale sia ancora irto di difficoltà e pregiudizi. Soprattutto da parte di chi – nelle aziende intervistate – è più operativo e meno direttivo.
Così si nota che i membri dei consigli di amministrazione e il top management sono le persone che più facilmente abbracciano il cambiamento dell’Ai: in Italia, infatti, l’85% e il 78% mostra rispettivamente una ricettività elevata o moderata sull’argomento.
Invece, nelle figure di management intermedie si riscontra un 25% che non è ricettivo o lo è in modo molto limitato mentre tra i dipendenti c’è un 33% di persone che hanno poca o nessuna disponibilità ad adottare l’intelligenza artificiale.
Insomma, per cambiare il mondo, prima dobbiamo cambiare noi stessi e le nostre abitudini.












