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Sul tavolo del Governo Conte le richieste degli ambientalisti

città: Roma - pubblicato il:
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Tasse sì, tasse no. A parte le merendine c’è molto di più da prendere in considerazione. Dall’agricoltura agli allevamenti passando per un Public Procurement più verde. E in fatto di mobilità…

Siamo perfettamente d’accordo con chi protesta in piazza: qualcosa, anzi più di qualcosa deve cambiare per garantire la sopravvivenza su questa terra.

Va fatto per forza e al più presto. Il cambiamento dipende da noi, ma è anche vero che la politica se ne deve fare carico prendendo nuove misure. Qualcuno storcerà il naso. Altri plauderanno, ma per il bene comune vanno fatte delle scelte che a volte potrebbero essere radicali.

Il premier Conte e i ministri di ambiente e politiche agricole farebbero bene ad ascoltare chi di ambiente si occupa da anni.

La presenza del ministro dell’Ambiente italiano Sergio Costa e le parole del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’evento coordinato dal WWF in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York dimostrano che anche il governo italiano nella sua collegialità ha preso coscienza che l’emergenza globale per la crisi climatica e la perdita gli biodiversità deve essere affrontata definendo un nuovo Patto per la Natura e le persone che consenta di dare il via un’azione coordinata per il contrasto ai cambiamenti climatici, la tutela della natura e lo sviluppo sostenibile“.

Lo ha dichiarato la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che aggiunge: “È urgente un’assunzione di responsabilità e un’azione politica collegiale dei leader mondiali perché siamo difronte a un passaggio irripetibile della storia umana. I leader mondiali hanno l’occasione con il Patto per la Natura e le persone di affrontare, insieme, la più grande sfida che della nostra epoca e per sostenere un accordo che abbia la forza di assicurare il futuro dell’umanità: saremo in grado di affrontare le nostre crisi del clima e della natura correlate fra loro, solo attraverso un’azione concertata di governi, imprese e società civile“.

Prendendo per buona questa tendenza, vediamo dunque quali sono le richieste in termini pratici ed effettivi per iniziare un vero e proprio cambiamento.

Allevamenti e Veg Public Procurement

Cominciamo con la LAV, Lega antivivisezione. Il loro presupposto è chiaro: “I dati scientifici sono inequivocabili e, sia a livello politico e collettivo che individuale, occorre modificare subito abitudini e scelte alimentari che per decenni hanno incentivato il consumo di carne, spacciandolo come benessere, che è tra i principali responsabili dell’impatto sul clima, con conseguenze drammatiche sugli animali allevati e mandati al macello“.

Quindi la LAV ha inviato al nuovo Governo 4 punti su cui lavorare:

  1. stop ai sussidi pubblici alla zootecnia. In questo senso, LAV chiede al Ministro Costa di prevedere nel Decreto Legge sui per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde (articolo 6 riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi – SAD) un taglio a incentivi, agevolazioni, finanziamenti agevolati esenzioni da tributi che favoriscono la zootecnia. Al contrario l’inserimento della riqualificazione in direzione di alimenti vegetali proteici come meritevoli di Sussidio Ambientalmente Favorevole (SAF)
  2. misure di forte vantaggio fiscale per le proteine vegetali rispetto a quelle animali. La tassa sui prodotti inquinanti deve includere anche una tassazione sulla carne (del genere tassa sui vizi) e, al contrario, gli alimenti virtuosi e di impatto ecologico contenuto, non devono essere disincentivati, ma ne deve essere favorito e promosso il consumo
  3. policy per gli appalti della ristorazione in favore di alimenti di origine vegetale. Gli aspetti di Green Public Procurement (GPP) – Acquisti verdi della Pubblica amministrazione – devono comprendere anche elementi di Veg Public Procurement, in modo da incentivare anche in situazioni di ristorazione collettiva l’introduzione di piani alimentari meno inquinanti
  4. includere le emissioni del settore zootecnico nei target di riduzione di emissioni di gas serra. Cominciare a contare anche queste emissioni è indispensabile

Non si va da nessuna parte senza mobilità sostenibile

Incentivare la buona mobilità e tassare inquinamento e spreco. Con questa linea di condotta Legambiente chiede di orientare le tasse sui trasporti in misura proporzionale all’inquinamento e allo spreco, non tassare genericamente la mobilità: la possibilità di muoversi (per studio e lavoro, così come per piacere, cultura e relazione) è libertà, va garantito a tutti a prezzi e rischi accettabili.

La sfida che abbiamo di fronte è davvero grande e ambiziosa: dobbiamo infatti fermare i cambiamenti climatici, ridurre un inquinamento che provoca conseguenze gravissime sulla salute, rendere più vivibili le città.

Non ci basta qualche incentivo o qualche autobus elettrico” afferma Legambientene vogliamo nuove e altre tasse da aggiungere alle tante che già paghiamo nel settore dei trasporti. Ma vogliamo che si inizi a cambiare, con tutta la progressività possibile, il pesante carico fiscale che grava sulla mobilità delle persone in Italia: 72 miliardi di euro nel 2017. E di più nel 2018. Tasse che vanno nella fiscalità generale, non servono per coprire i costi sociale dei trasporti e perfino ingiuste: spesso, paga di più chi inquina di meno (una ibrida Euro 6 paga di bollo e carburante di più di un vecchio pickup diesel del professionista con partita Iva)“.

Le riflessioni di Legambiente continuano sui costi vivi o nascosti.

È più caro rottamare un vecchio Euro 0 che pagare il bollo alla Regione (in media ognuno dei 50 milioni di veicoli a motore – dal ciclomotore al camion – paga 120 euro di bollo all’anno). Il possesso del veicolo costa pochissimo, costa invece molto spostarsi tutti i giorni (11% della spesa della famiglia italiana, Istat). Tanto che, nonostante 38 milioni di auto a disposizione, il 20-22% degli italiani compie meno di uno spostamento al giorno di 5 minuti. era il 17% pre-crisi. I prezzi legati ai trasporti, e ancor più alle fonti energetiche, sono talmente influenzati da tasse e da correttivi di mercato da poter essere considerati dei prezzi “politici. Basti pensare all’incidenza sui carburante (attorno al 70% su benzina e gasolio), ma anche sull’elettricità (il costo industriale è circa la metà di quel che paghiamo in bolletta)“.

All’opposto, paghiamo pochissimo di tasse di possesso sui mezzi di trasporto (e infatti possediamo 50 milioni di veicoli a motore!), anche vecchissimi, insicuri e inquinanti.

Paghiamo relativamente poche tasse sui carburanti a gas (metano e GPL), meno il gasolio della benzina, senza nessuna proporzionalità rispetto all’inquinamento generato o all’efficienza reale dei motori.

Le tasse e le accise sui carburanti e sull’elettricità prodotta da fonti rinnovabili sono pari a quella che proviene dalle fossili, con il paradosso che siamo costretti a reperire risorse per incentivarle.

Le proposte che Legambiente formula mirano a iniziare un cambiamento, progressivo ma radicale, del sistema fiscale che grava sui trasporti, con l’obiettivo di guardare lontano, a quel che desideriamo si realizzi tra 10 o 15 anni, quando tante cose saranno cambiate profondamente: dalle modalità degli spostamenti (più intermodalità e condivisione degli veicoli e dei viaggi), ai veicoli per trasportare persone e merci (leggeri, emissioni quasi zero, rinnovabili), alla maggior sicurezza (dalle infrastrutture alle coperture assicurative), alle stesse necessità di trasporto.

L’agricoltura deve tornare a essere sostenibile

Mentre era in corso a Helsinki il Consiglio informale dei Ministri Ue dell’Agricoltura sulla PAC (Politica Agricola Comune), Greenpeace ha piazzato davanti al Ministero delle Politiche Agricole un gigantesco maiale che emetteva fumo dal naso per simboleggiare il contributo degli allevamenti intensivi alla formazione di gas serra, e rilascia un getto di acqua scura: i liquami, che inquinano suolo, acqua e aria.

E, alla ministra Teresa Bellanova chiede di agire subito e avviare il cambio di rotta necessario per affrontare la crisi climatica in corso e tutelare la nostra agricoltura.

Gli allevamenti intensivi sono vere e proprie fabbriche, principali responsabili delle emissioni di ammoniaca e seconda causa di inquinamento da polveri fini in Italia” ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile Campagna agricoltura di Greenpeace Italia “Il nuovo governo ha dichiarato di avere tre le proprie priorità la lotta ai cambiamenti climatici. Questa è un’occasione per dimostrarlo. La crescente produzione di carne è responsabile, a oggi, del 14 percento delle emissioni di gas serra in Europa; un contributo pari a quello del settore dei trasporti, finora non affrontato adeguatamente dalle politiche nazionali e internazionali“.

L’agricoltura industriale e l’allevamento sono responsabili di circa l’80 percento della deforestazione a livello mondiale, e gli allevamenti intensivi in Italia non sono estranei a questo meccanismo: nutrire il gran numero di animali stipati nei capannoni richiede grandi quantità di mangimi e di terre per colture, come la soia, che ogni anno importiamo massicciamente nel nostro Paese.

Il settore agricolo è tra i più penalizzati dai cambiamenti climatici e solo adottando politiche in grado di frenare realmente il riscaldamento globale si potrà dare un vero sostegno al Made in Italy, che deve diventare garanzia di qualità anche in termini di impatti ambientali, e non essere sacrificato sull’altare della quantità” prosegue Ferrario.

Ogni anno, attraverso la PAC, miliardi di euro di fondi pubblici vengono spesi per finanziare il sistema degli allevamenti intensivi (allevamento e produzione di colture destinate alla mangimistica); al contempo, in Italia, tra il 2004 e il 2016 hanno chiuso oltre 320mila aziende agricole (un calo del 38 percento), mentre quelle rimaste diventano sempre più grandi e intensive.

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