Home Eco Lifestyle L’arte smarrita di abitare: dal disincanto dei luoghi alla scelta biofila

L’arte smarrita di abitare: dal disincanto dei luoghi alla scelta biofila

Condominio 25 Green
Immagine da www.tolove.it - architetto Luciano Pia

Nessun verbo ci è più familiare e nessuno ci resta più oscuro. Tornare a interrogarlo vuol dire guardare con occhi nuovi le stanze in cui viviamo, la strada sotto casa, le ore che attraversiamo. Lo mette nero su bianco Alfredo Fusco che è il nostro collaboratore dedicato alla bioedilizia e che noi in redazione chiamiamo il poeta dell’architettura

Abitare non coincide con vivere e nemmeno con risiedere. È un verbo antichissimo che nessun istituto scolastico trasmette e che ognuno apprende per imitazione, a forza di errori.

Oggi quel verbo è nello stesso momento un nodo politico – il caro-affitti, gli sfratti, il Piano Casa -, un nodo economico – le classi energetiche, il valore degli immobili -, un nodo sociale – i centri storici prosciugati dalle locazioni turistiche – e un nodo antropologico: gli appartamenti condivisi, il ritorno ai borghi, la casa dei nonni.

Restituirgli senso non è un vezzo nostalgico: è la via più concreta per comprendere ciò che ci sta accadendo. E per tornare, a partire dalla soglia di casa, a stare al mondo con attenzione.

Il verbo che usiamo senza guardarlo

Esistono verbi talmente consumati dall’uso da sparire alla vista. Abitare è il più trasparente di tutti. Lo pronunciamo per comunicare un indirizzo, lo compiliamo dentro un modulo, lo scambiamo per vivere o per risiedere e, nel frattempo, perdiamo di vista che nomina l’intera impalcatura della nostra esistenza: dove dormiamo, chi incrociamo sulle scale, quanti minuti bruciamo per arrivare al lavoro, quali odori riconosciamo come nostri.

Nel 1951, in una Germania dove le bombe avevano cancellato interi isolati e pronunciare la parola casa equivaleva a dire macerie. Martin Heidegger disse davanti a una platea di architetti qualcosa che allora poteva apparire speculativo e che oggi somiglia a un titolo di cronaca: la penuria autentica non riguarda gli alloggi mancanti, riguarda il fatto che dobbiamo ancora imparare ad abitare.

E vi aggiunse l’osservazione più spiacevole: il punto è che questa penuria la attraversiamo senza rendercene conto. Ignoriamo la nostra stessa incompetenza. Settant’anni più tardi quella diagnosi si può riproporre senza nominarne l’autore e nessuno la giudicherebbe filosofica. Basta alzare lo sguardo.

Avere a lungo: la memoria custodita nella radice

Le parole trattengono memoria e vale la pena metterle sotto torchio. Abitare discende dal latino habère, avere, declinato nella forma intensiva e continuativa: non avere una volta sola, ma seguitare ad avere.

Strada facendo il verbo ha sedimentato un secondo strato di significato: aver consuetudine con un luogo. Abitare vuol dire quindi, letteralmente, frequentare a lungo

Ivan Illich ha mostrato quanto sia fitta la rete che si dirama da questa radice: habitat, abitudine e abito appartengono alla stessa famiglia. Lo spazio in cui sostiamo genera i gesti che ripetiamo, e i gesti ripetuti diventano il modo in cui compariamo davanti agli altri.

Traslocare modifica le abitudini; modificare le abitudini modifica, con il passare del tempo, la persona. Casa, al contrario, possiede un’etimologia spiccia e concreta: tanto in latino quanto in greco designa un manufatto, una capanna, una copertura.

È un oggetto. Eppure, nella lingua di tutti i giorni, i due termini si sovrappongono fino a diventare intercambiabili e in quella sovrapposizione va smarrito quasi tutto.

Perché se l’abitare si esaurisce nella casa, allora ciò che comincia oltre la porta diventa per definizione ostile, chiassoso, estraneo; il dentro si trasforma nell’unico rifugio legittimo della quiete. È un meccanismo che tiene finché tiene.

Quando il fuori irrompe – un licenziamento, una separazione, uno sfratto, un trasferimento subìto -, quel microcosmo sigillato si spacca e con esso una porzione di identità.

Una via d’uscita esiste e consiste nel dilatare il perimetro anziché fortificarlo: far combaciare l’abitare non con la casa, ma con il mondo. Seguitare ad avere sotto, sopra e davanti a sé il reale, prendendoci consuetudine. Si può vivere con la testa altrove; abitare, no. Abitare pretende che si stia svegli.

condominio 25 green torino
Immagine di Michele D’Ottavio – architetto Luciano Pia – fonte abitare.it

Nessuna scuola per un sapere decisivo

Qui si spalanca il paradosso più stimolante. Nei piani di studio – ieri come oggi – compaiono italiano, matematica, storia, geografia. Non compare l’abitare. Non esiste un’ora alla settimana dedicata a orientarsi dentro una casa, a riconoscere un materiale, a capire come ci si comporta accanto a un vicino, a decifrare un quartiere.

E non c’è aggiornamento professionale, master o specializzazione post-laurea che ripari alla mancanza. L’abitare si apprende altrove e in un’unica maniera: per emulazione.

Osservando i genitori mentre apparecchiano o discutono, gli zii mentre ristrutturano, gli amici mentre arredano il primo monolocale; imboccando certe vie e non altre; assorbendo senza deciderlo modelli di agiatezza, di miseria, di ordine, di accoglienza.

È una competenza privatissima, che l’esistenza recapita senza cattedra né pergamena e che ciascuno finisce per limare in proprio – esattamente come accade ad altri saperi cruciali e altrettanto sprovvisti di aula, dall’affettività alla sessualità.

Le Corbusier, che di abitazioni qualcosa capiva, lo aveva messo nero su bianco con rara schiettezza: “Saper abitare è il grande problema e alla gente nessuno lo insegna“.

Da questo vuoto pedagogico deriva una conseguenza che conviene trattenere per tutte le pagine che seguono: nessuno di noi abita come abita in virtù di una scelta davvero consapevole. Abitiamo per lascito, per imitazione, per costrizione economica. Il che significa, per fortuna, che c’è ancora margine per imparare.

Oltre le quattro mura: abitare come pratica in movimento

Chiunque studi l’abitare da vicino approda al medesimo esito: non è una condizione, è un processo. Il sociologo Pietro Palvarini, ripassando le voci dei dizionari – avere come dimora abituale, vivere stabilmente in un luogo -, le considera troppo anguste rispetto all’esperienza concreta.

Nell’abitare confluiscono il corpo e gli affetti, i legami familiari e quelli di vicinato, il reddito, le politiche pubbliche, i consumi, la biografia. In una definizione d’insieme: l’abitare è un sistema di azioni e di relazioni organizzate attorno ai luoghi in cui si svolge la vita quotidiana.

La modernità ha schiacciato tutto ciò dentro un oggetto. La questione abitativa è stata impostata quasi esclusivamente come fabbisogno di alloggi; la costruzione di case è stata affidata a saperi specialistici; l’abitazione è scivolata nel rango di bene di consumo fra gli altri.

E l’abitante si è ridotto a consumatore di un prodotto-casa, o a utente di un servizio. L’antropologia ha opposto resistenza a questa semplificazione. Francesco Remotti definisce l’abitare come “un faticoso compromesso tra l’esigenza di intimità e di condivisione e quella dell’aprirsi al mondo che sta fuori“: un assetto instabile, mai sistemato in via definitiva, fra il ripiegarsi in un io e l’esporsi a un noi.

Tim Ingold si è spinto più in là, ribaltando la sequenza consueta: non è che prima si edifica e poi si abita; è perché abitiamo – perché siamo immersi in un ambiente e in un flusso di pratiche – che edifichiamo.

Lewis Mumford, per parte sua, aveva già segnalato che le città non sono recipienti che custodiscono una cultura, bensì luoghi di contaminazione, di spostamento, di incontro: è lo straniero a introdurre cibi, suoni, vocaboli inediti.

Ne discende una figura di abitante di tutt’altra natura: non il ricevente passivo di decisioni prese altrove, ma un attore sociale competente, in grado di modificare il proprio contesto e titolare del diritto di stabilire come abitarlo.

E un’idea di territorio abitativo che oggi definiremmo policentrico: la casa, certo, ma insieme il tram, il supermercato, il parco, la palestra, il bar in cui si lavora due ore al giorno. Chi studia fuori sede, chi lavora in trasferta, chi possiede due residenze o nessuna, tesse un intreccio di tragitti e di fermate che è il suo autentico spazio abitato.

Andrea Staid: dimore che respirano, abitanti che tornano a fare

Fra le voci italiane che hanno riportato l’abitare dentro l’antropologia, quella di Andrea Staid è la più preziosa per chi intenda passare dalle definizioni ai fatti, perché muove sempre dal basso: dalle case che le persone edificano per davvero.

Il suo avvio è un interrogativo asciutto: in quale momento l’abitazione si è convertita “in pura merce” e quando abbiamo ritenuto normale indebitarci per possederla. Da lì Staid capovolge l’angolatura abituale e va a osservare ciò che di norma archiviamo come marginale – occupazioni, autocostruzioni, insediamenti informali, comuni intenzionali – per affermare che abitare al di fuori degli standard, “se visto nel senso pieno della sua pratica, non è un fenomeno secondario ma un vero atto di resistenza all’omologazione“.

Con una puntualizzazione che manda in pezzi la geografia consolatoria del noi e del loro: “le bidonville del Sud globale, se analizzate correttamente, non sono estranee ai processi con cui si creano le occasioni dell’abitare nel Nord globale“.

Il secondo passaggio della sua ricerca chiama in causa i materiali e la durata. Le abitazioni tradizionali che ha osservato in Asia sono, alla lettera, case viventi: la palafitta sul lago Inle, in Birmania, si regge su pali di bambù che richiedono verifiche e ricambi periodici; le travi di una casa fra le montagne del Laos “invecchiano, respirano e vanno revisionate“.

Una dimora simile “nasce, cresce e muore perché fa parte della vita e del popolo che l’ha costruita“. Non si tratta di folklore: è un modello di manutenzione incessante, agli antipodi del nostro, che archivia la casa come prodotto concluso e la riparazione come incidente.

Di qui il suo suggerimento più operativo: “avere consapevolezza dei luoghi che abitiamo significa anche conoscere i materiali che li costituiscono“. Il terzo passaggio è antropologico in senso proprio.

“Il modo e il luogo in cui abitiamo definisce un ambito nel quale si può costruire la propria identità e cultura“, annota Staid; e ancora: “l’abitare rappresenta l’azione propria dell’uomo che riflette e non si assoggetta semplicemente alla vita“.

È il motivo per cui, nella sua interpretazione, abitare finisce col caricarsi “del senso del prendersi cura, di sé e degli altri” – e per cui esorta a guardare “l’ambiente come un sistema unitario dove l’uomo non è il protagonista, ma una delle sue parti“.

La ricaduta pratica assume la forma di un programma: “tornare a essere homo faber è una necessità per il futuro che costruiremo, significa imparare di nuovo a essere donne e uomini artefici, in grado di trasformare la realtà grazie alle proprie capacità pratiche e intellettuali“.

In mancanza di quel salto, mette in guardia, “ci ritroveremo con molte case belle, confortevoli ma prive di vita“. Trattenete questa espressione. È la fotografia più fedele del disincanto abitativo dei nostri anni.

Fra i titoli dei giornali e il tavolo di cucina: i numeri dell’abitare

L’abitare è uno dei rarissimi argomenti che stazionano nello stesso istante in apertura di quotidiano e sul tavolo di cucina. Conviene verificare, cifre alla mano, di cosa stiamo discutendo quando ne discutiamo.

Il caro-affitti è un nodo politico

Nel 2026 una stanza singola per studenti costa in media 575 euro al mese in Italia: 704 a Milano, 627 a Firenze, 615 a Roma, a fronte dei 240 di Chieti.

Il dato nazionale arretra del 6,2%, ma per un motivo tutt’altro che rassicurante: la domanda si è ritirata – i contatti agli annunci sono calati del 22% – e le stanze disponibili si sono ridotte del 15%, a Milano del 31,5%.

Dove la tensione persiste, i canoni continuano a crescere: Roma +7% in dodici mesi e rispetto al 2020 una singola costa il 31% in più a Milano, il 40% a Roma, il 46% a Firenze.

Lo squilibrio strutturale riguarda l’offerta pubblica: circa 400.000 studenti fuori regione – 650.000 se si contano i fuori provincia – contro circa 80.000 posti letto pubblici o convenzionati; dei 63.200 avviati dal Piano Housing del Pnrr ne risultano realizzati soltanto 33.000, i restanti sono attesi per il 2027.

Fuori dal perimetro universitario lo scenario non muta: 1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo secondo Nomisma – il 15,5% del totale, quasi otto su dieci in locazione – e il 19,4% degli inquilini in sovraccarico da costi abitativi secondo il Country Report 2026 della Commissione europea, con un rapporto canone-reddito che a Milano tocca il 76%.

In Italia si esce dalla casa dei genitori a 30,2 anni, contro i 26,3 della media continentale. Il Piano Casa (legge 116/2026) replica con 100.000 alloggi calmierati in un decennio e circa dieci miliardi fra risorse pubbliche e leva privata; l’Affordable Housing Act, illustrato a Bruxelles il 9 settembre, introduce per la prima volta una cornice comune per contenere locazioni brevi e usi non residenziali nelle aree sotto pressione abitativa. Due scommesse il cui esito si giocherà sui tempi di attuazione.

Le classi energetiche sono un nodo economico

La direttiva europea sulle prestazioni degli edifici impone al comparto residenziale un taglio dei consumi del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, con almeno il 55% della riduzione da conseguire riqualificando il 43% degli edifici peggiori e colloca nel 2050 il traguardo di un patrimonio decarbonizzato.

L’Italia non ha rispettato la scadenza di recepimento del 29 maggio 2026 e questo consegna proprietari e mercato a una zona grigia: la classe energetica sta diventando una variabile del valore immobiliare prima ancora di tradursi in norma nazionale.

Le locazioni brevi sono un nodo sociale

Nelle città d’arte la trasformazione di alloggi residenziali in affitti turistici ha riscritto interi centri storici: Firenze, con oltre dodicimila annunci, si è imposta come laboratorio nazionale del fenomeno, con quartieri centrali dove la pressione turistica eccede ampiamente l’offerta destinata ai residenti e con una risposta amministrativa che procede per tetti e verifiche.

Quando in un isolato i posti letto per turisti superano quelli per residenti, muta il paesaggio di ogni giorno: abbassano la saracinesca le botteghe, si svuotano le scuole, si spegne quella consuetudine reciproca che è, alla lettera, l’abitare.

Il resto è antropologia

Il coliving, il cohousing, il vicinato solidale, la casa dei nonni rimessa in uso, il rientro nel borgo non sono anzitutto operazioni immobiliari: sono ipotesi su come si sta insieme.

In Italia i numeri restano contenuti – una ventina di progetti di cohousing censiti nel 2023, contro l’1-2% della popolazione coinvolta in Danimarca e Svezia – ma la richiesta aumenta: la principale rete italiana è salita da duemila a oltre ventisettemila iscritti nel giro di pochi anni.

Sul versante opposto, le aree interne occupano il 53% del territorio nazionale ma accolgono appena il 22% della popolazione, contro il 25% del 2010; oltre milleottocento comuni rischiano l’estinzione demografica e fra il 2011 e il 2025 più di duemilatrecento hanno perduto almeno un decimo dei residenti.

E sullo sfondo agisce una mutazione silenziosa che ci riguarda tutti: i nuclei formati da una sola persona sono già il 36,8% e nel 2050 saliranno al 41%, con circa 6,5 milioni di over 65 che vivranno da soli.

Case progettate per quattro, abitate da uno. Ogni settimana la cronaca fornisce un pretesto. Manca chi lo converta in domande che chi legge senta come proprie.

Le forme limite: quando il verbo eccede la casa

Esiste poi un impiego del verbo che la nostra consuetudine domestica stenta a contenere, e che è però il più veritiero. Si abita la guerra, si abita la carestia, si abita la traversata e – per moltissimi – il naufragio nel Mediterraneo.

Abitano a proprio modo le periferie i figli e i nipoti di chi è sbarcato una generazione fa, sospesi fra due appartenenze e frequentemente obbligati a inventarsene una terza. E si abita la provincia lontana, dove la rassegnazione coesiste con la partenza verso la città come accade da un secolo.

Sono declinazioni dell’abitare accomunate da un elemento: la casa non basta a contenerle. Quando si perde l’abitazione si perdono anche le sue funzioni di ordinamento – la continuità della vicenda familiare, la prevedibilità delle giornate – e ciò che i mediatori culturali definiscono disorientamento nostalgico non è rimpianto di un edificio, bensì di una coerenza.

È a questo punto che l’immagine ormai proverbiale – la nostra casa sta bruciando – cessa di essere una metafora climatica e si fa descrizione. Nell’Antropocene la casa comune è in fiamme e l’interrogativo che Bruno Latour rivolgeva ai suoi contemporanei – dove atterrare? – è precisamente un interrogativo sull’abitare: su quale suolo, accanto a quali vicini, in dipendenza da quali sistemi viventi.

Ripensare l’abitare, in un’epoca del genere, non è un passatempo nostalgico. È un’urgenza di tutti i giorni.

Il reincanto, alla lettera

Max Weber, oltre un secolo fa, ha battezzato il processo che ci ha condotti fin qui: il disincanto del mondo, prodotto della razionalizzazione. Un mondo disincantato è un mondo che funziona alla perfezione ed è perfettamente muto.

Trasferito all’abitare, genera spazi efficienti, quantificabili, salubri e privi di risonanza: case belle, confortevoli e prive di vita, per riprendere la formula di Staid.

Il reincanto, tuttavia, non equivale a un ritorno alla magia, e la precisazione va fatta subito per prevenire fraintendimenti. Silvia Federici, che ha intitolato Reincantare il mondo una raccolta dei propri scritti, lo definisce con esattezza: reincantare vuol dire reinventare la vita, riconoscere logiche alternative a quella del profitto e fondare la convivenza sull’uso condiviso delle risorse.

È una nozione materiale, non atmosferica. Ha a che fare con chi decide, chi accudisce, chi ripara, chi può accedere. Ne deriva una distinzione decisiva per l’argomento di queste pagine.

Non si tratta di reincantare l’abitazione – di rendere più gradevole la casa come oggetto di consumo, aggiungendo una parete decorativa e tre piante. Si tratta di reincantare la pratica dell’abitare: il modo in cui stiamo al mondo e ci annodiamo a esso. Fra le due cose corre la stessa differenza che separa l’acquisto di una bicicletta dall’imparare ad andarci.

La direzione biofila: rimettere il corpo in contatto con il vivente

Fra le molte rotte percorribili ce n’è una che ha il pregio di poter essere verificata: quella biofila. Il termine biofilia fu introdotto da Erich Fromm nel 1964 per designare “l’amore appassionato per la vita e per tutto quello che è vivo” e fu recuperato un ventennio più tardi da Edward O. Wilson in prospettiva evoluzionistica: la nostra specie si è plasmata per centinaia di migliaia di anni in ambienti naturali e il sistema nervoso ne conserva l’accordatura.

Rinchiuderlo in spazi integralmente artificiali non è un gesto neutro: genera una dissonanza fisiologica e cognitiva misurabile. Misurabile, appunto. Una ricerca sperimentale [1] svolta nel 2025 all’Università di Torino ha chiesto a quarantuno partecipanti di eseguire un compito cognitivo gravoso in due situazioni diverse: davanti a una parete vegetale viva e davanti a una scaffalatura di oggetti.

L’esposizione alla parete viva ha abbassato in misura statisticamente significativa la risposta fisiologica di stress durante la prova e ha favorito il recupero nella fase seguente; l’ambiente veniva per giunta percepito come più gradevole e con aria più fresca.

Non è una curiosità da rivista di arredamento: è la dimostrazione che la qualità biologica di uno spazio entra nel corpo di chi lo abita prima ancora di entrare nel suo giudizio estetico.

Il biophilic design converte tutto ciò in decisioni di progetto [2]: luce naturale e sue variazioni nell’arco della giornata, forme e geometrie organiche, materiali che il tatto sa riconoscere – pietra, legno, terra cruda, bambù, canapa -, presenza dell’acqua e del vegetale, affacci capaci di garantire insieme riparo e veduta.

Ma la parte determinante non è l’elenco: è che ognuno di questi elementi domanda manutenzione, attenzione, tempo. Una parete viva va accudita; un pavimento in legno registra l’uso; una pianta muore se nessuno la osserva.

La progettazione biofila, presa sul serio, riporta nella casa proprio ciò che la casa-prodotto aveva espulso: il ciclo della vita, e di conseguenza la responsabilità di chi vi abita. È il punto in cui la palafitta sul lago Inle e un appartamento milanese pronunciano la stessa frase.

Qui l’abitare ridiventa ciò che era in origine: seguitare ad avere. Vale a dire seguitare a prendersi cura.

Tre esercizi per ricominciare a vedere

Un articolo sull’abitare che si congedasse con un’affermazione di principio tradirebbe il proprio oggetto, perché abitare è un verbo che si coniuga al presente e in prima persona. Ecco dunque, sotto forma di esercizio, tre modi per rileggere ciò che avete già davanti.

Il primo riguarda la casa

Domandatevi, stanza dopo stanza, quali gesti quello spazio vi costringe a compiere e quali vi nega. Dove si posa la luce al mattino, e se ne avete mai tenuto conto nel collocare i mobili.

Di quale materiale è fatto ciò che toccate più di frequente – la maniglia, il tavolo, il pavimento – e se sapreste ripararlo. Non è una prova di gusto: è un censimento di consuetudini. Quasi sempre mostra che la casa è disposta attorno alle abitudini di qualcun altro, spesso di chi l’ha disegnata trent’anni fa.

Il secondo riguarda il quartiere

Contate quante persone salutate entro trecento metri da casa, e quante panchine, alberi, fontane, soglie incontrate lungo il percorso che ripetete ogni giorno. Il quartiere non è ciò che vi sta intorno: è la porzione di città che abitate realmente ed è quasi sempre più ristretta di quanto immaginiate e più dilatabile di quanto crediate.

Una bottega che chiude, un appartamento che passa alla locazione turistica, un cortile che si apre: sono oscillazioni del vostro spazio domestico, anche se avvengono oltre la porta.

Il terzo riguarda la giornata

Ricostruite la cartografia delle ore: dove sostate, in compagnia di chi, sotto quale luce, con quanta natura attorno. Quel tracciato – casa, mezzo, lavoro, rientro – è il vostro indirizzo effettivo.

Se non vi convince, la leva non è per forza il trasloco: molto più spesso è una fermata in più, un itinerario diverso, una finestra spalancata, una pianta che qualcuno deve innaffiare.

Non sappiamo abitare, recita la diagnosi. Ma è una competenza senza cattedra: si apprende per emulazione, per tentativi, osservando. E si può tornare ad apprenderla oggi stesso, senza autorizzazioni e senza attrezzature, semplicemente rimettendosi a vedere ciò che si attraversa.

Reincantare l’abitare non vuol dire rendere la casa più graziosa. Vuol dire restituirla – insieme al quartiere e alla giornata – alla vita: cioè bisognosa di cura e perciò nostra.

Approfondimenti

[1] Università di Torino: San Lab (Space, Attention and Action Laboratory), Dipartimento di Psicologia, Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari. Team:  Serra H., Zavattaro C., Eid M., Farina P., Abbatescianna D., Cirillo E., Gammeri R., Celi L., Scariot V., Ricci R., Biophilic interventions in real and virtual environments reduce stress during cognitively demanding tasks, «Scientific Reports», vol. 15, art. n. 39642, 12 novembre 2025. https://www.nature.com/articles/s41598-025-23224-3

[2] Fusco A. Abitare la Natura. Il biophilic design per il benessere in casa. Maggioli Editore, 2026.

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