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Moda sostenibile, importante consumare meno perché il riciclo non basta

città: Milano - pubblicato il: - ultima modifica: 19 Settembre 2017
moda sostenibile

moda sostenibileL’economia circolare da sola non basta a rendere la moda sostenibile.

Il mondo ha bisogno di un radicale cambiamento di rotta.

I consumi devono calare e la produzione deve diminuire, non solo nel settore del fashion.

Troppi beni, troppi rifiuti, troppa energia per produrre. L’economia di mercato non è più sostenibile.

Questo il messaggio di Greenpeace che in occasione della Settimana della moda di Milano ha organizzato un dibattito con gli imprenditori del settore per presentare il nuovo rapporto Fashion at the Crossroads – qui il riassunto in italiano.

La moda è dunque a un bivio. Può impegnarsi significativamente per ridurre l’impatto ambientale. Ma deve produrre meno e meglio in un’ottica slow opposta al fast fashion e all’eccesso dei consumi.

Come spiegato da Chiara Campione, Senior Corporate Strategist di Greenpeace Italia: “L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100 percento è una chimera“.

Il nodo centrale è quello della riduzione dei consumi che nella moda non è ancora avvenuto. Il fast fashion e gli acquisti eccessivi di abbigliamento hanno un impatto ambientale che non è sostenibile anche a fronte dei passi avanti che sono stati fatti recentemente.

Da sei anni Greenpeace promuove la campagna Detox che ha coinvolto 80 marchi, di cui oltre 50 realtà tessili italiane, per eliminare le sostanze chimiche tossiche dalle produzioni. Ma questo non è sufficiente.

Se da una parte l’economia circolare sta orientando le aziende verso il riciclo, dall’altra non sta limitando la produzione tessile globale, in continua crescita.

Greenpeace offre una nuova visione di moda slow per ridurre l’impatto della produzione, aumentare la longevità e la qualità dei prodotti, oltre che il riciclo e cambiare l’atteggiamento dei consumatori.

Sarebbe anche auspicabile una normativa che obblighi le aziende a ritirare i prodotti a fine vita per evitare che finiscano in discarica o negli inceneritori.

Riciclare non basta per una moda sostenibile

Oggi la risposta da parte dei produttori e dei politici sembra essere l’economia circolare ma non può essere l’unica soluzione per risolvere i problemi ambientali che affliggono il pianeta. Ci si sta concentrando sul riciclo dei rifiuti trascurando però l’intero ciclo di vita dei prodotti fin dalla progettazione.

Proseguire come si sta facendo sull’incremento delle produzioni dei grandi marchi porterà a raddoppiare l’uso di poliestere entro il 2030 anche se derivato da riciclo. Qualche mese fa Greenpeace ha presentato al Fashion Summit di Copenaghen il Pulse Report on the State of the Fashion Industry individuando le criticità del settore.

In Europa circa l’80% degli abiti dismessi finisce nelle discariche ed è ancora insufficiente lo sviluppo di tecnologie per riciclare il 100% delle fibre naturali e sintetiche. Attualmente l’industria della moda ricicla soprattutto le bottiglie di plastica in PET raccolte dagli oceani.

Sicuramente un fattore positivo ma di fatto si continua a utilizzare materiale derivante da fonti fossili. I grandi marchi imputano grandi responsabilità ai consumatori che prediligono il fast fashion e non spendono di più per indumenti sostenibili, così come la politica non investe nello sviluppo di soluzioni a basso impatto.

L’atteggiamento di scarica barile però non responsabilizza il settore del tessile da cui invece potrebbe scaturire un reale cambiamento anche nelle abitudini dei consumatori.

La ricerca di Greenpeace individua alcune strategie già intraprese dalle aziende, soprattutto quelle più piccole, per incidere significativamente sull’ambiente con un approccio olistico sull’intero ciclo di vita dei prodotti. Si comincia dal design e dalla progettazione di un prodotto per allungarne il ciclo di vita.

Ci sono poi nuovi modi di usufruire della moda, per esempio con la condivisione o l’affitto dei capi di abbigliamento. Nuovi concetti di proprietà e modelli di business alternativi.

Anche la produzione può adottare soluzioni tecniche più sostenibili come il miglioramento dell’efficienza energetica, la biodegradabilità dei materiali a fine vita, il miglioramento della durata dei materiali riciclati e la riduzione delle materie prime derivate da fonti fossili a favore di fibre naturali ecologiche.

A queste soluzioni però bisogna aggiungere ulteriori interventi come l’eliminazione di pesticidi e delle microplastiche.

Fondamentale resta però l’intervento istituzionale: senza interventi normativi si disperdono gli investimenti in ricerca e le aziende più virtuose sono ancora oggi penalizzate. È dunque necessaria una visione ampia e a lungo termine per affrontare la situazione e virare verso una moda sostenibile.

Moda sostenibile: stop all’usa-e-getta

Il settore della moda è a un bivio può proseguire sulla strada intrapresa o può fare un cambio di rotta nel rispetto delle risorse del pianeta.

Una svolta di questo tipo abbandonerebbe il materialismo usa-e-getta a favore del vero materialismo, un passaggio da un’idea di società del consumo in cui i materiali contano poco a una vera società materialistica, in cui i materiali – e l’ambiente di provenienza – sono preziosi», si legge nel report.

Naturalmente è fondamentale un nuovo atteggiamento da parte dei consumatori sollecitato dal marketing per renderli più consapevoli verso le questioni ambientali e per sviluppare un legame emotivo con gli abiti.

Il rapporto di Greenpeace riassume in 12 punti i passi necessari per il cambiamento di rotta che se riuscirà a coinvolgere soprattutto i grandi marchi potrà incidere in maniera decisiva sull’avvento di un settore moda sostenibile e di conseguenza educare i consumatori che cambieranno le loro abitudini di acquisto e fruizione dei prodotti moda.

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